Anno 2002

L'alleanza anti-islamica tra Stati Uniti, Israele, Russia e India

Andrea Tani, 22 aprile 2002

I Paesi impegnati in modo più deciso e consapevole sul fronte della lotta contro il fondamentalismo islamico, nelle sue molte e specifiche articolazioni, sono gli Stati Uniti, Israele, la Russia e l'India. La loro associazione, considerata inizialmente casuale e opportunistica, sta assumendo il carattere di un vero patto di ferro non formalizzato (né probabilmente formalizzabile), ma focalizzato sulle concretezze del conflitto in atto. Quest'ultimo può essere visto come un unico fenomeno, articolato su vari fronti, in ciascuno dei quali è presente e operativo uno dei membri dell'associazione di cui sopra. Afghanistan e Filippine per gli Stati Uniti, con una possibile estensione allo Yemen, alla Georgia e alla Somalia; Cecenia per i russi; Kashmir e Gujarat per gli indiani; Territori palestinesi, nonché Golan per Israele. Ognuno conduce la sua guerra in modo indipendente, se del caso reclutando alleati come può e come serve, esternamente al team.

Non esiste al momento un collegamento ufficiale o ufficioso delle varie campagne in atto ma solo una obiettiva convergenza di interessi e uno scambio di intelligence, sotto la copertura della lotta globale a Al Quaeda. Oltre che, è da presumere, una messa a fattor comune degli insegnamenti delle varie attività militari. Non è inverosimile ritenere che i satelliti americani di sorveglianza, gli unici rimasti in orbita e ancora attivi dopo il collasso sovietico (a parte qualche possibile esemplare israeliano, del quale non si sa niente), facciano del lavoro extra, in questi mesi.

I patto di cui sopra rappresenta il nocciolo duro della resistenza occidentale (caratterizzando anche l'India in tal senso) all'estremismo islamico. I suoi componenti non sono solo occasionali resistenti, ma si identificano con i tradizionali centri di competizione storica verso l'espansionismo islamico. Sia direttamente, come nel caso dell'India, della Russia e, più recentemente, di Israele, che indirettamente, per quanto riguarda gli Stati Uniti. Questi ultimi sono stati coinvolti nella contesa da fattori esterni alla loro originale filosofia nazionale - secolare, pluralista e assolutamente estranea a qualsiasi cosa assomigliasse a una guerra di religione - ereditando di mala voglia un ruolo storico che era dell'Europa e che gli è stato appiccicato piuttosto dalle circostanze e presumibilmente gli rimarrà a lungo.

Se Israele è il centro storico e il cuore del giudaismo, il Satana originario dei moderni integralismi islamici, gli USA sono quindi diventati il Satana Massimo, quasi senza consapevolezza e intenzioni precise. Anche prima del fuoco dei Twins, che ha sacralizzato da un giorno all'altro la natura della Repubblica Stellata, un naturale processo di evoluzione storica aveva cambiato alcuni dei suoi connotati fondamentali. Da emblema della laicità politica, essa si è man mano trasformata in una comunità nazionale molto caratterizzata in senso religioso, anche se questa caratterizzazione non si è tradotta in rilevanti formalismi politici. Si tratta di consuetudini rituali, come i continui riferimenti alla Divinità che i massimi responsabili politici del Paese introducono nelle loro dichiarazioni, oppure di modifiche degli assetti interni della società civile, come il ruolo crescente della predicazione religiosa, il ritorno delle teorie antievoluzioniste relative all'origine del mondo, il ripristino dell'insegnamento religioso obbligatorio in alcuni Stati, l'estendersi dell'antiabortismo, con episodi violenti e intolleranti, ed altro.

Dopo gli eventi dell'11 settembre tale processo si è quasi ideologizzato nell'enfasi del momento. In sostanza gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo del Regno Cristianissimo del XXI secolo, difensori dei valori fondamentali della Fede e portatori della fiaccola di Cristo in modo esplicito. Oltre che in modo implicito, storicizzato, come è per l'Europa, che non nega le sue origine cristiane, ma evita di farne una bandiera, essendo ormai laicizzata oltre il punto di non ritorno, nonostante ospiti il Vaticano, le sorgenti della Riforma Protestante e il più forte movimento democristiano del mondo. Un possibile 11 settembre nel Vecchio Continente, con tutti gli scongiuri del caso, non dovrebbe cambiare sostanzialmente tale condizione.

La Russia è un caso a sé. Laicizzata ancor più dell'Europa dagli ottanta anni di comunismo, che non sono passati senza lasciare traccia, vuole fortissimamente riscoprire le sue radici storiche pre-bolsceviche, intimamente connesse con l'originale matrice religiosa ortodossa. Questa si è sempre considerata l'autentica scaturigine dell'originale verbo cristiano e ha caratterizzato ideologicamente, oltre che teologicamente, la stirpe slava, una vera e propri razza eletta che ha resistito come una roccia alle maree barbare e infedeli, mongoli, turcomanni, arabi,etc., che premevano da sud e da est. La Russia è altrettanto laica dell'Europa e forse anche di più, ma oggi fa del suo cristianesimo uno stendardo politico e un potente mezzo per affermare la coscienza di sé e riscoprire le proprie origini, in vista anche della rifondazione di uno spirito nazionale che non si contenta del PIL e delle pagelle del Fondo Monetario Internazionale, ma ha sempre avuto bisogno di altri valori.

La situazione dell'India, per quanto riguarda i motivi di ispirazione fondamentali, è contraddittoria: antica culla storica di tutte le religioni, essa sta perdendo quel carattere originale di laicità e tolleranza confessionale conferito dai Padri della Patria del '47, Gandhi e Nehru, e dal Partito del Congresso (che, non a caso, è oggi all'opposizione). Il Sub-continente tende a riappropriarsi di quelle valenze religiose tradizionali che si identificano con le sue radici storiche e conferiscono maggiore sostanza ad una costruzione istituzionale figlia di filosofie politiche molto più occidentali di quanto gli stessi padri della Patria avessero realizzato. Con buona pace degli imitatori europei e americani che guardavano a questa parte di mondo come ad un modello di ieratica serenità.

In tale operazione, è stato cercato e subito trovato l'indispensabile nemico catalizzatore di passioni e appartenenze. Non c'è stato bisogno di cercare molto, ne erano disponibili ben due: uno esterno, il Pakistan, l'altro domestico, appartenente allo stesso filone di "diversita"del primo e concretizzato in ben centoquaranta milioni di musulmani che vivono da sempre inframmischiati con la maggioranza indu. L'India è diventata quindi il Satana Numero Tre: regionale, localizzato ma in forte crescita.

Le classi dirigenti dei quattro Paesi considerati presentano, nei limiti delle profonde differenziazioni di civiltà dei rispettivi contesti, accentuate assonanze, corrispondenti alle atmosfere politico-culturali suaccennate. Tutti i sistemi politici sono autentiche democrazie, al di là delle loro esuberanze e specificità. Inefficienti, corrotte, preziose e inestimabili. Dalla più antica, quella di Jefferson e Lincoln, alla più recente, quella di Eltzin e Putin. I partiti o le coalizioni al potere sono tutti neoconservatori a sfondo radicaleggiante, "ipercustodi" delle proprie tradizioni e delle ideologie fondanti dei propri mondi. Si va dall'estremo del Baharatiya Janata Party indiano, un grappolo di movimenti di estrema destra sempre meno moderati, al Likud israeliano, nel quale Sharon ha finito paradossalmente per rappresentare l'ala sinistra, al Partito Repubblicano americano, certamente non assimilabile ai precedenti, ma vicino ai fondamentalisti cristiani del Middle West e ai citati movimenti antievoluzionisti, antiabortisti, evangelici, etc. (Peraltro tutti vicini, questi ultimi, alle ragioni e alle posizioni israeliane per motivi biblici, e quindi simpatizzanti per la causa israeliana allo stesso modo dalla influente comunità ebraica, che vota generalmente democratico).

La Russia ha sue specificità difficilmente comparabili, ma anche Putin si richiama continuamente alle tradizioni storiche e religiose della sua Patria. Se dovesse essere caratterizzato in senso parlamentare classico, potrebbe essere definito un conservatore illuminato e tenace assertore della necessità di esaltare i valori nazionali. Non troppo dissimile quindi da Bush, Sharon e Vajpayee.

Il Quartetto potrebbe essere completato da un quinto grande protagonista, sia come Nazione che come élite politica: la Cina e la sua dirigenza. Al di là delle denominazioni e delle etichette, le differenze non sono molte. Anche l'Impero di Mezzo ha il suo focolaio islamico attivo, è governato da una linea di conservatorismo pragmaticamente illuminato, e fa politica sul serio, senza nascondersi dietro vuoti slogan e fughe dalla realtà. Il comunismo è altrettanto privo di significato reale, in Cina, della Stella rossa che ancora fa mostra di sé sul berretto degli ufficiali russi.

I veri problemi sono altri. Innanzitutto i rapporti fra i Paesi. Gli Stati Uniti sono alleati di Israele da sempre, della Russia e dell'India da pochissimo, ma con un'intensità che si riserva alle autentiche amicizie. Ne abbiamo parlato a lungo anche su queste pagine. E' il caso di sottolineare che quello che ha fatto Putin per gli Stati Uniti dopo l'11 settembre non ha equivalenti, in Europa né altrove. Il Presidente russo ha reso possibile "Enduring Freedom" almeno quanto la determinazione inflessibile del suo collega americano a non minimizzare, e a chiamare "guerra" l'evento scatenato da un vero e terribile atto di guerra. Putin ha fatto compiere al suo Paese una virata decisiva della sua linea politica verso l'appeasement "costi quel che costi" con l'America - premessa di un rientro del suo paese nel "salotto buono" della geopolitica internazionale - nonostante il suo Parlamento, la Duma, non lo abbia appoggiato con più del 15% dei suoi membri in tale azione, e continui a diffidare.

Qualche esempio di mosse significative del Presidente russo:
- il via libera a sorvoli e basi dell'ex nemico americano, sui territori dello spazio geopolitica della Federazione, violando un tabù secolare della più profonda anima russa;
- l'accettazione, con educato ma contenuto dissenso, della denuncia di Bush del trattato ABM e della sua decisione di tenere in riserva, a pezzi separati ma ricomponibili, le bombe atomiche che saranno ritirate dal servizio in base al nuovo trattato sull'armamento nucleare in corso di negoziazione fra i due Paesi;
- la chiusura delle basi intelligence in Vietnam e a Cuba, finalizzate all'ascolto dell'antico avversario. Residui e ultimi simboli di un potere globale ridotto ai minimi termini, ma proprio per questo particolarmente dolorosi da cedere;
- l'abbandono di fatto delle obiezioni all'allargamento della NATO a est, solo parzialmente compensate dall'accettazione della NATO a costituire un foro permanente di consultazione su specifiche e limitate materie, a 20 membri, nel quale peraltro Mosca non avrà diritto di veto sulle decisione dell'Alleanza;
- il sostegno al prezzo del petrolio, dominando e facendo definitivamente svanire le tentazioni saudite di utilizzarlo per influire sul contenzioso israelo-. palestinese;
- il placet alla presenza di forze speciali e istruttori americani sul territorio della Georgia, un Paese che non accetta l'inclusione nella sfera di influenza del Cremlino e che potrebbe approfittare della circostanza per svincolarsi ulteriormente dall'abbraccio russo.

Si potrebbero fare altri esempi, ma credo questi siano sufficienti per dimostrare l'intensità e la portata di quella che non è solo un'apertura politica ma una vera e propria profferta d'amicizia strategica. Peraltro prontamente raccolta in un modo meno eclatante ma è da immaginarsi adeguatamente grato. Il mantenimento di una partnership strategica esclusiva fra i due Supergrandi nucleari, in barba alle realtà economiche che vedono il PIL pro-capite della Russia dietro a quello del Portogallo, potrebbe essere un primo esempio. Il black out mediatico delle grandi catene di informazione americane sulla guerra in Cecenia e il via libera all'accaparramento televisivo della nomenklatura del Cremlino un secondo e un terzo. La cogestione del petrolio della regione caucasica un quarto. E sul resto possiamo immaginare, ad esempio l'accesso dei comandi russi all'intelligence anti-islamica del Pentagono, dopo che i satelliti dell'ex Armata Rossa sono tutti fuori uso, per mancanza di manutenzione e sostituzione.

Per quanto riguarda le altre relazioni, sorvolando sulla saldezza del legame fra Stati Uniti e Israele che non occorre sottolineare, è da mettere in evidenza la risolutezza con la quale americani e indiani, già avversari "innaturali" nell'epoca della Guerra Fredda, stanno procedendo nella costituzione di una solida alleanza strategica. Essa è basata su due pilastri, uno militare e prevalente, e l'altro tecnologico, a valenza soprattutto informatica, in forte crescita. Le due Marine cooperano già nelle acque dell'Oceano Indiano e gli armamenti americani stanno per fare il loro ingresso nel bazar di equipaggiamenti delle FFAA indiane, che sono stati acquistati praticamente dovunque vi fosse un costruttore, ad eccezione ovviamente della Cina e del Pakistan.

Russia e India, dal canto loro, sono amiche dai primi tempi dell'indipendenza dal dominio coloniale britannico, favorita dall'azione internazionale dell'allora Unione Sovietica. Hanno vissuto la seconda, cruciale metà del XX secolo dallo stesso lato della barricata. Le FFAA indiane avevano ed hanno ancora le stesse armi russe del Patto di Varsavia. Nell'immediato futuro questa prevalenza potrebbe essere messa in pericolo, oltre che dalla tecnologia bellica americana, da un flusso di forniture israeliane che non ha equivalenti altrove. Tsahal è diventata un modello per i soldati e gli aviatori indiani, e le industrie high tech della Negev Valley sono diventate loro fornitori privilegiati, i secondi in assoluto, dopo i russi. Un buon motivo per parlare di una forte comunanza di interessi. La convergenza è ulteriormente rafforzata dalla presenza di un avversario comune, il Pakistan, che costituisce contemporaneamente il nemico acerrimo dell'India e la maggiore militare potenza dell'Islam, anti-israeliana per definizione e prassi. Dotato di un armamento nucleare che preoccupa e arma gli artigli di entrambi gli alleati.

Fra Israele e Russia esisteva un'antica ruggine, che è stata completamente spazzata via dai legami di sangue imposti dall'emigrazione ebrea russa in Israele, la cui popolazione è formata ormai per quasi un terzo da ex concittadini di Putin. Caratterizzati peraltro da un accesa antipatia per gli arabi e da posizioni di estrema destra molto condivise nell'attuale momento politico israeliano. Se i legami con la finanza ebrea americana sono il pilastro su cui si basa la solidità di Israele, la sua maggiore speranza per il futuro risiede nell'intensificazione dell'emigrazione russa per colmare i vuoti dell'emigrazione israeliana verso gli USA - della quale nessuno parla ma che è consistente (è arrivata a 150.000 persone all'anno) - e la deficienza demografica degli israeliti rispetto ai palestinesi.

Niente di tutto questo esiste fra la Cina e uno qualsiasi dei quattro Paesi suindicati. Al di là della vagheggiata partnership strategica sino-americana che dovrebbe regolare il futuro condominio strategico fra le due sponde del Pacifico, che oggi però è inesistente, vi è solo una serie di interessi in comune, specifici e localizzati. Robusti flussi di export "low tech - cheap labour" a senso unico, verso gli Stati Uniti - importanti ma non vitali per l'economia americana, che può ottenerli altrove - e forniture militari da Israele e dalla Russia. Le residue velleità dei tempi di Primakov di costituire un blocco russo-cinese in funzione antiamericana sono evaporate nell'incendio di Manhattan.

Fra i cinque Paesi esistono consonanze relative al contrasto dei rispettivi terrorismi di matrice islamica, che ha costituito la ragion d'essere di un altro Gruppo dei Cinque, quello di Shanghai, nel quale sia la Cina che la Russia erano rappresentati. Tutto sommato tale organismo non è andato molto lontano, dopo l'11 settembre. Non se ne sente più parlare. E' stato superato dalle circostanze. Il problema specifico della repressione del ribellismo musulmano nello Xiniang ha caratteri spiccatamente interni al monolito cinese. E' un'esclusiva competenza dell'etnia dominante Han. E' difficile che solleciti o accetti intromissioni esterne.

Viceversa, le rivalità e i contrasti della Cina con alcuni dei componenti il Gruppo dei Quattro sono ancora vivi e operanti , al di là della crisi islamica. Con l'India in modo tuttora esplicito, con gli Stati Uniti secondo connotati strategicamente inevitabili, prima o poi, e con la Russia, al di là della momentanea intesa, nella maniera consueta che la storia, la geografia e la demografia impongono. La Cina è troppo grande per poter essere minimizzata, debole per portare contributi decisivi, e presa da sé per prestare autentica attenzione a quanto succede fuori dei suoi confini o delle immediate vicinanze. Il suo principale e quasi esclusivo problema è lo sviluppo: portare le sue enormi dimensioni a maturazione senza essere destabilizzata dalle tante minacce che la sovrastano. La principale delle quali, il proprio ipermorfismo, non può essere eliminata da alcun sodalizio internazionale.

Il Giappone e l'Europa sono assenti giustificati da questo e altri discorsi. Il primo si è "chiamato fuori" dalla dialettica dei rapporti internazionali, nella quale aveva affondato la sua celebre spada con furore e determinazione senza pari, nel primo mezzo secolo di esistenza come nazione moderna. Lo choc della disfatta ha annientato o narcotizzato le sue velleità di interagire col mondo in termini di potenza. Solo da poco comincia a dare qualche segno di risveglio, e lo deve fare con molta cautela, perché il ricordo della sua aggressività coniugata con la sua formidabile efficienza militare è ancora vivo in Asia, in termini del tutto incomprensibili per un occidentale. Come se ci trovassimo ancora nel 1946 e Hiroshima e Nagasaki non fossero state incenerite. E' altresì incomprensibile la spasmodica attenzione di tutti gli asiatici ai simbolismi connessi, ad esempio quello che c'è scritto sui libri di scuola giapponesi a proposito della Seconda Guerra Mondiale, o dove va a rendere omaggio ai caduti il Primo Ministro, se al Sacrario di Yasukuni (dove sono sepolti i generali giapponesi impiccati dai vincitori americani come criminali di guerra) o altrove.

L'Europa è troppo vecchia, dipendente da altri e frequentatrice del mondo islamico per poter entrare in aperta rotta di collisione con esso. Sono in gioco anche legami di sangue, ormai. Poco meno del dieci per cento della popolazione europea proviene da terre musulmane, e continua un flusso immigratorio clandestino che è impossibile arrestare. E' stato trovato un modus vivendi un po' ipocrita ma ineluttabile, che consente ambiguità e atteggiamenti differenziati nei quali coesistono ruoli antitetici, anche se mai da protagonista. Gli europei riescono ad essere impegnati sulle pietraie dell'Afghanistan a fianco degli americani in cruente operazioni di guerra e allo stesso tempo tifano per i terroristi palestinesi, che ricevono denari e contiguità da Al Quaeda e compagni. Gli scandinavi, ad esempio, riescono a combattere i talebani sulle montagne ad est di Kabul (gli incursori danesi e norvegesi) e, in modo metaforico, gli israeliani sulle macerie di Jenin (i rappresentanti norvegesi ONU nei territori) . Troppo e troppo poco per partecipare alla definizione dei veri equilibri di potenza del mondo che verrà. La realtà non è solo bianca e nera, ma neanche perennemente grigio mimetico. Ad un certo punto occorre scegliere, pena l'esclusione dai circuiti decisionali del destino altrui, e anche del proprio.

E il nemico? E' stato volutamente tenuto fuori, un po' per saturazione, ma soprattutto per focalizzare le sinergie positive, almeno dal punto di vista occidentale. Anche nel campo avverso possono essere verificate importanti colleganze, seppur meno finalizzate di quelle esistenti fra Stati. Al Quaeda, bin Laden, Saddam Hussein, Scheik Omar, Khamenei, al Jazira, Hezbollh, Hamas, al Fatah, pasdaran, e le altre decine di nomi dal suono esotico e affascinante. Oltre che minaccioso. A parte quello che possono aver scoperto i servizi di intelligence, difficile non identificare una matrice comune, un'ideologia dominante, un mondo alle spalle. Una cultura. Una "civiltà", che evoca auliche e mediocri polemiche, dibattiti, coraggiose lucidità, teste sotto la sabbia. Di tutto, forse da troppo tempo.

Aveva ragione il professor Huntington, o il progresso dell'uomo verso le bontà cardinali - le sorti certe e progressive - è inarrestabile? Ognuno può trarre le conclusioni che crede. Salvo a non illudersi che basti esorcizzare un pericolo, o la realtà, per farli scomparire entrambi. Lo scontro fra l'Occidente e l'Islam va avanti da poco meno di 1300 anni (esattamente dal 710, quando gli arabi iniziarono l'invasione della Spagna), con qualche momentanea pausa. La guerra civile europea del secolo XX, che è parso l'evento centrale del Millennio e ha condizionato le nostre vite e la nostra cultura, non è durata più di due-tre generazioni, dal 1914 al 1991. Qualcosa tutto ciò vorrà pur dire. I numeri hanno un loro significato, non può essere spiegato tutto con la malevola disposizione dell'espansionismo occidentale.

E se si trattasse soprattutto di espansionismo islamico, di una condizione intrinseca e permanente di un sistema di valori che non sa esprimere di meglio, e non riesce intrinsecamente ad accettare momentanee eclissi delle proprie fortune, causate magari dal prevalere di altre fortune?