Anno 2002

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L'incontro Bush - Abdallah: Palestina e petrolio

Andrea Tani, 29 aprile 2002

Giovedì scorso 25 aprile ha avuto luogo a Crawford, la Casa Bianca texana del Presidente Bush, il previsto incontro del Reggente saudita, Principe Abdallah, accompagnato dal suo Ministro degli esteri, el Feisal, con il vertice dell'Amministrazione americana, guidata dallo stesso presidente. Non è stato un evento sociale né consuetudinario; Ryiad ha smesso da lungo tempo di appiattirsi sulle posizioni di Washington e ha assunto il ruolo di energico portavoce delle inquietudini dei Paesi arabi moderati verso la politica statunitense. Anche se in tale posizione il Regno saudita risente delle ambiguità di essere il principale alleato strategico (nonché partner economico) degli Stati Uniti nella regione e al contempo il maggiore finanziatore dei movimenti fondamentalisti nel mondo. Oltre che la Nazione d'origine della stragrande maggioranza degli attentatori dell'11 settembre.

Ma evidentemente l'imbarazzo non è un atteggiamento consentito a un principe reale reggente del più importante Paese mediorientale, e così Abdullah ha fatto qualcosa di non usuale e di molto diretto: ha permesso al suo ministro degli esteri di attaccare due precise dichiarazioni del Presidente Bush. La prima che "Sharon è un uomo di pace", e la seconda che condanna nettamente tutti i terrorismi suicidi, equiparando l'aggressione dell'11 settembre all'America alle missioni dei "martiri" palestinesi contro i civili delle città israeliane.

Al Feisal ha irriso alla prima dichiarazione. "Credo che neppure Sharon pensi questo", ha detto. Al di là del protocollo, che non dovrebbe consentire ad un ministro degli esteri ospitato di schernire un Capo di Stato ospitante, rimane il fatto che la battuta ha una sua sarcastica validità, ed è certamente d'effetto. Andrebbe tuttavia completata con un post scriptum che ne smorzerebbe l'immediatezza ma focalizzerebbe più correttamente i termini della questione. Sharon, e anche i sauditi, sanno che solo un indiscusso uomo di guerra, completamente inattaccabile sul fronte della fermezza e della prodezza marziale, potrà far accettare a Israele, prima o poi, le concessioni indispensabili per portare la pace alla tormentata regione. Alla quale pace egli non può non agognare, data l'età, la vita che ha fatto, la numerosa discendenza alla quale affidare il senso di una proiezione futura, secondo la concezione ebraica (che considera non a caso la sterilità come la più terribile jattura che possa capitare a un individuo), e la presumibile stanchezza di un uomo che non ha fatto che combattere nella sua vita. Per ben cinquattaquattro anni, che ne fanno forse il massimo veterano vivente. Nessun soldato può vantare il suo stato di servizio. Tutto sommato, quindi, la frase di Bush è molto meno irriflessiva e propagandistica di quanto può sembrare.

Come appare invece - propagandistico e irriflessivo - il commento del ministro el Feisal alla condanna del Presidente americano dei terrorismi suicidi. "C'è una grande differenza - ha dichiarato in proposito - fra l'atto dell'11 settembre e un'operazione suicida di un giovane o una giovane che non può avere una vita decente sulla terra". La dichiarazione lascia sbalorditi, considerando che a farla non è stato un troksista, ma un uomo d'ordine, colto, amico degli occidentali, che ha fatto gli studi giusti e frequenta la Trilaterale e Davos, e rappresenta nel mondo il più autorevole e potente stato arabo.

A parte la discutibilità della differenza citata e l'implicita assoluzione delle operazioni suicide dei giovani palestinesi - che richiama l'analoga, irresponsabile sanzione della Conferenza islamica di Kuala Lumpur di qualche settimana fa - la frase appare come un'incitazione al suicidio/omicidio per le centinaia di milioni di giovani che nel mondo si trovano in condizioni analoghe e dispongono di capri espiatori. Comprese le moltitudini di ragazzi della galassia araba, che si trascinano in un'esistenza vuota, frustrata e miserabile, innanzitutto nei valori e negli esempi che vengono loro offerti da capi ignoranti, incapaci e corrotti. Potrebbero finire per comprendere la loro vera condizione, finalmente, e sentirsi autorizzati a mettere in pratica gli incitamenti di el Feisal proprio nei confronti di questi ultimi.

L'incredibile gravità della dichiarazione è stata casualmente enfatizzata da un tristissimo episodio accaduto, nello stesso giorno dell'incontro di Crawford, nella Striscia di Gaza. Tre adolescenti palestinesi di 13 e 14 anni sono stati uccisi dai soldati israeliani mentre tentavano di penetrare imbottiti di esplosivo nella colonia di Netzarim, una delle più munite dei Territori. Persino Hamas ha stigmatizzato l'avvenimento e ha lanciato un appello per spiegare che i quattordicenni non devono fare quello che i loro fratelli maggiori (ma di soli quattro anni) sono spinti a fare dalla stessa organizzazione, e ha annunciato un'inchiesta per punire i responsabili dell'incitamento e dell'armamento di questa "missione". Si tratta di uno dei primi esempi dell'epilogo fatale e inevitabile di questa sconsiderata e folle campagna di odio, scatenata in base a incomprensibili strategie dall'entourage di un Premio Nobel per la Pace, la caricatura di un Gandhi redivivo, autoreferente e blasfemo. L'Intifada comincia a divorare i propri figli. Una generazione sempre più giovane è stata sistematicamente indottrinata da una micidiale combinazione di cattivi maestri, predicatori medioevali e reti televisive che esaltano con insistenza il martirio contro il nemico sionista. Il danno alla vulnerabile psiche di ragazzi che non hanno conosciuto altro, e magari hanno visto con i propri occhi amici e parenti cadere sotto i colpi di una repressione israeliana inevitabilmente dura, dopo i primi attentati, è stato gravissimo e probabilmente irreversibile. La cultura locale non instilla i dubbi e le salutari vaccinazioni antiautoritarie (in famiglia come nella comunità sociale) che sono ormai consuete nelle civiltà più evolute.

Di solito il ciclo terrorista di un individuo si esaurisce in una trentina d'anni, dai 20-25 ai 50-55, quando la maturazione personale fa comprendere l'inanità delle azioni distruttive indiscriminate e la non giustificazione, nella quasi totalità dei casi, dei danni e dei lutti che si infliggono in nome di astratti slogan. In Palestina si dovrà aspettare un altro decennio prima che questi ragazzini raggiungano l'età della ragione politica, oppure ancora di più, l'esaurirsi della loro stessa esistenza, perché le convinzioni che si acquisiscono nell'infanzia non passano mai. E se qualcuno non ferma questa macchina infernale, i loro fratelli minori li imiteranno, e i figli dopo di loro, e si attiverà un fenomeno endemico, cronicizzato, inarrestabile, ormai privo di riferimenti alla realtà; un po' come succede in Spagna, con danni e lutti infinitamente minori, per la questione basca e l'ETA.

Qualsiasi eventuale conferenza internazionale o trattato di pace non renderà "decente" la vita di questi giovani, che sono stati fuorviati da una cinica manipolazione politica per fungere da bombe ad orologeria contro Israele. Uno sviluppo economico dei Territori che colmi almeno in parte quel dislivello fra i 16.000 e gli 800 dollari di reddito medio individuale israeliano e palestinese, che viene considerato da alcuni osservatori la ragione vera della rabbia popolare nei Territori, non può che passare attraverso una collaborazione completa e aperta fra le due parti. Nessun Piano Marshall potrà attivare un circuito virtuoso in grado di far progredire i palestinesi, i quali non sono industriosi e acculturati come giapponesi o brianzoli, senza un pieno coinvolgimento di Israele.

D'altra parte gli abitanti di Gaza e delle Cisgiordania non sono così miserabili come certa propaganda li dipinge, almeno nel contesto del mondo arabo. Il loro PIL pro-capite è più alto di quello dei giordani o degli egiziani, dal cui ceppo provengono. Il motivo è evidente, legato alle attività frontaliere che venivano condotte fino all'Intifada da centinaia di migliaia di lavoratori che ogni mattino attraversavano i check point per recarsi in territorio israeliano. In una situazione pacifica, i palestinesi potrebbero progredire ulteriormente e avvicinarsi ai loro correligionari di nazionalità israeliana. Questi sono integrati completamente nell'economia d'Israele, anche se come cittadini di serie B, data la guerra in atto e l'atteggiamento discriminatorio della società che li ospita. Abbastanza comprensibile, data la situazione.

Dopo gli avvenimenti degli ultimi due anni, tutto questo è mera utopia. La rete elettrificata che viene stesa sempre più celermente fra la Cisgiordania e Israele (esiste già attorno a Gaza e al confine con il Libano, dai quali provengono pochissimi attentati suicidi, non a caso) può darsi che non sarà completamente efficace nel fermare il terrorismo, ma certamente ridurrà ai minimi termini il flusso dei frontalieri, che saranno sostituiti da "extracomunitari" non ebrei, soprattutto est europei e asiatici, come già comincia a succedere. L'economia israeliana ne soffrirà relativamente, ma quella palestinese ne uscirà distrutta. All'infuori di Israele può interagire, localmente, con la sabbia del deserto del Sinai e con la miseria della Giordania, che è tanto povera da aver abbandonato ogni rivendicazione sulla Cisgiordania (che non a caso si chiama tale) persa nella guerra del '67, perché così ha meno bocche da sfamare. Una specie di cessione consenziente di territorio ad altri, in adozione, per impossibilità di provvedere al sostentamento dei suoi abitanti.

Israele ha saputo sopravvivere per un cinquantennio come un'isola geografica grazie ad enormi aiuti americani, al duro lavoro dei sabra e alla capacità di elaborare un forte valore aggiunto dalle millenarie vicende della propria stirpe e dall'esperienza come Stato indipendente. Attribuibile, questa capacità, alla rara intelligenza e cultura di uno dei popoli più straordinari della Storia, che si è adattato a fare di tutto e lo ha fatto sempre in modo eccellente. Nulla di tutto ciò è minimamente alla portata dei Palestinesi, che vengono da un passato oscuro e oscurantista e sono stati abbandonati alle proprie insensate pulsioni dal mondo arabo. Al di là della solidarietà del progressismo internazionale, dettata in gran parte da un riflesso condizionato antiamericano che ha vita propria, essi sono riusciti con i loro comportamenti ad alienarsi le simpatie più meditate e influenti. Il motivo per cui le grandi potenze si stanno tanto dando da fare per chiudere il capitolo palestinese è per poter aver mano libera con l'Iraq. Una volta caduto o neutralizzato definitivamente Saddam Hussein, la Palestina potrebbe rischiare di diventare la dimenticata Cecenia dell'Occidente.

A Crawford non si è parlato solo di Palestina, ovviamente. La missione saudita ha toccato un argomento strategico cruciale che sembrava fuori, almeno formalmente, della contesa in atto. Si tratta dell'ipotesi di ritorsioni saudite, petrolifere e militari (negazione di basi alle forze USA), nel caso il governo americano "non dovesse corrispondere alla attese arabe verso un atteggiamento più equidistante sulla questione palestinese", come ha dichiarato un portavoce del principe Abdallah. La minaccia non è nuova, anche se sembrava fosse stata messa da parte nel corso di una recente missione del Reggente a Washington della quale abbiamo riferito un paio di settimane fa. Il mondo non è quello del 1973, e la dipendenza dell'Occidente dal petrolio arabo è inferiore ad allora, per tutta una serie di note ragioni (energie alternative, risparmi, nucleare, bassi consumi autoveicoli, crescita dei combustibili gassosi non monopolizzati dal mondo arabo, e soprattutto nuovi produttori non OPEC). La sua validità reale è oggi più modesta. E' soprattutto economica, finché si mantiene al di sotto dei trenta dollari al barile. Dovesse salire, il nucleare riprenderebbe alla grande, come già promette di fare, e il passaggio degli autoveicoli al gas, all'ibrido, e soprattutto all'idrogeno subirebbe una decisa accelerazione.

Ma per salire avrebbe bisogno del consenso di tutti i produttori maggiori, il secondo dei quali, la Russia, è Occidente e non ha alcuna intenzione di assecondare gli interessi di chi lo vuole rovinare. La virata di Putin ha messo sul piatto della bilancia mondiale dell'energia un peso massimo che ha modificato l'andamento globale dei flussi energetici.

Su Foreign Affairs di aprile, due autorevoli esperti del settore, Edward Morse e James Richard, sostengono in una lucida analisi che la Russia nel prossimo futuro potrà rivaleggiare con l'Arabia Saudita come massimo esportatore mondiale, appena saranno messi pienamente in produzione i giacimenti che vengono man mano scoperti nel Caucaso, nel Baltico e in Siberia. I primi, in particolare, costituiscono nel loro complesso il secondo deposito energetico del pianeta, dopo quello della penisola arabica. Su di essi si sta concentrando il massimo sforzo estrattivo dell'industria mondiale.

Il petrolio saudita è ancora determinante nella fissazione ordinaria del prezzo del greggio, essendo anche l'unico che dispone di una riserva produttiva non utilizzata di 3 milioni di barili al giorno, più di quanto esporta ciascuno dei maggiori produttori successivi al gruppo di testa. Questa riserva può essere intaccata o meno, ed è in grado di calmierare i prezzi a livello mondiale. E' considerata un'arma strategica di prima grandezza, l'equivalente petrolifero dell'arma nucleare, per il suo effetto decisivo. Al contrario di questa, tuttavia, può essere utilizzata sul serio, e lo è stata in due occasioni, nell''85, nei confronti degli altri produttori maggiori, e nel '98 contro il Venezuela, che si era montato la testa e voleva raddoppiare la sua produzione e sostituire l'Arabia Saudita nel suo ruolo di fornitore privilegiato degli Stati Uniti. In entrambi i casi si è avuto un subitaneo crollo dei prezzi del greggio che ha completamente spiazzato la concorrenza. Il petrolio saudita è tornato a dominare sul mercato nordamericano, dove viene tradizionalmente venduto ad un dollaro in meno rispetto al prezzo internazionale. Gli Stati Uniti risparmiano mediamente 600 milioni di $ all'anno, con il quale finanziano, in parte, il loro impegno militare in difesa del Regno saudita.

Se Ryiad attuasse veramente la sua minaccia di utilizzare l'arma petrolifera come mezzo di pressione sugli USA, questi reagirebbero cambiando innanzitutto fornitore privilegiato. Il Venezuela è sempre lì, Chavez o non Chavez, e la Russia potrebbe ripetere gli exploit del '96, quando produsse il quantitativo più rilevante mai estratto da un singolo Paese: 12.5 milioni di barili, a fronte dei 7.5 "normali" dei sauditi, più i tre milioni di riserva. Con tutte le maggiori società mondiali a dare una mano, solidamente installate nel Caucaso e altrove, non dovrebbe essere difficile. Il nucleare e le energie alternative riceverebbero un formidabile potenziamento, ipotecando il futuro di tutto il settore energetico.

E' possibile quindi che si tratti di un gioco delle parti. Ryiad fa la voce grossa per tacitare la base fondamentalista araba, Washington fa finta di preoccuparsi e "tutto cambia per rimanere come prima", con qualche aggiustamento dal quale le compagnie petrolifere - che non compaiono mai in questi giochi di vertice, ma sono i veri demiurghi delle strategie petrolifere - troveranno il modo di aumentare i loro profitti, come hanno sempre fatto. Fino a quando non si metterà decisamente mano ad una sistemazione definitiva del problema palestinese e, più in prospettiva, iracheno.

Sulla prima questione, Abdullah ha presentato al Presidente Bush, con il quale sembra essersi stabilita una specie di intesa, una serie di proposte che amplificano e dettagliano la sua celebre apertura del febbraio scorso. Lo ha fatto due giorni dopo l'incontro a Crawford, a Washington, in un follow on non previsto. Potrebbe essere un passo nella giusta direzione, con una effettiva valenza operativa. Il solo fatto che i massimi vertici di Stati Uniti e Arabia Saudita, i grandi sponsor delle due parti in lotta e i loro finanziatori nonché fornito militari, stiano discutendo da tre giorni un'agenda animata e piuttosto fitta è senz'altro un segnale positivo.

Sullo sfondo rimane il problema dell'Iraq, il cui destino interagisce pesantemente con la sistemazione definitiva dello scacchiere mediorientale. I giornali americani hanno rivelato che la Casa Bianca starebbe pensando ad una campagna "pesante" per il 2003, con un dispositivo terrestre di cinque divisioni. Se dovesse essere così, per quel momento la Palestina dovrebbe essere già scomparsa dalle prima pagine dei giornali e soprattutto dal palinsesto di Al Jazira.