Anno 2002

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Medio Oriente, Summit USA-UE, accordi russo-americani, Cina, Pakistan

Andrea Tani, 6 maggio 2002

La passata settimana è stata piuttosto sfaccettata sotto il profilo degli avvenimenti di politica internazionale, senza un tema dominante vero e proprio. Tentiamo qualche riflessione sugli argomenti più titolati.

Arafat - Sharon

Arafat è libero, Sharon sta per svelare il suo piano di pace, il più serio - ha dichiarato - che sia mai stato preparato per arrivare ad un accordo fra israeliani e palestinesi, e Powell ha annunciato che sarà convocata una conferenza sulla questione palestinese all'inizio dell'estate, con la partecipazione dei ministri degli esteri arabi e dei Quattro Grandi (USA, Russia, UE e ONU). La colomba sembra aver spiccato il volo e si comincia, o si potrebbe cominciare, a vedere l'epilogo della sesta guerra fra arabi ed ebrei. Se non si concede soverchio credito ai pessimisti, o ai realisti, come l'acuto Guido Tramballi del Sole 24 Ore, profondo conoscitore della regione, che scrive, nel numero di venerdì 3 maggio, che "esistono due generi di guerre, quelle che risolvono i problemi, aprendo una stagione di pace, e quelle che preparano il conflitto successivo. La guerre chiusa ieri a Ramallh con l'uscita di Arafat dalla sua prigione appartiene alla seconda categoria".

Troppo facile dargli ragione. Il problema non è tanto se scoppierà una prossima guerra, dettaglio quasi inessenziale da queste parti, quanto se gli avvenimenti di questa settimana hanno fatto fare un passo in avanti alla futura sistemazione della questione israelo-palestinese, che comunque ci sarà, prima o poi. Si tratti di una improbabile Dunkerque dell'intero popolo israeliano, o della pacificazione delle future generazioni di ambedue i contendenti che ad un certo punto troveranno più interessante scoprire le qualità positive del proprio dirimpettaio, tecnologia, cucina, lavoro, cultura, bassi prezzi, esotismo, e quant'altro, che provare sulla propria pelle le valenze distruttive.

E' difficile negare che gli avvenimenti sopra descritti costituiscano un passaggio da una fase apertamente e unicamente militare a un inizio di negoziato. Non solo per quello che sembrano, ma per quello che in realtà sono. Le posizioni dei due contendenti sono oggi molto più forti di quanto non fossero all'inizio dell'Intifada, all'interno e all'esterno. Godono di un consenso quasi unanime e hanno in gran parte neutralizzato le sfide più insolenti e pericolose alla propria leadership. Sharon non è più solo l'estremista colonizzatore ed espansionista, il teorico della Grande Israele. E' soprattutto il Comandante Supremo di una nazione in guerra, alla testa di una Union Sacrée che scavalca partiti e ideologie. L'unico che potrà ottenere dal suo popolo le concessioni drastiche e dolorose per arrivare alla pace, garantendole in modo assolutamente inoppugnabile nei confronti di chicchessia: ingombranti antenati, diaspora ebraica, palestinesi, arabi, americani ed europei.

Arafat ha compiuto un prodigio ancora superiore. Dato per spacciato qualche mese fa, completamente screditato e impresentabile, coperto dalla macchia di Camp David, dove aveva sprecato per oscure ragioni la migliore occasione per la sua causa, è risorto come l'araba fenice da una condizione pressocchè esiziale dopo che i suoi carcerieri gli hanno cavato le castagne dal fuoco rimuovendo manu militari i principali ostacoli alla sua supremazia politica interna. E' accaduto l'opposto di quello che Rabin - un accorto uomo di Stato e non quel figlio dei fiori che è diventato in seguito, nell'iconografia della sinistra internazionale - aveva invocato presso i suoi antichi compagni d'arme come giustificazione per gli accordi di Oslo del '93. "Far fare al nemico palestinese quel lavoro sporco di repressione che gli israeliani non erano più in grado di fare", con gli occhi dell'opposizione democratica, della Corte Suprema e dei media internazionali sempre addosso.

Questa volta la parte si è invertita , e Tsahal ha ripulito i campi trincerati delle piccole Stalingrado palestinesi dagli irriducibili terroristi nemici di Israele ma soprattutto dell'Autorità Nazionale Palestinese nella sua presente configurazione. Consentendo al vecchio Rais - accortamente aureolato dalla sceneggiata della prigionia a Ramallah - di riprendere in mano la situazione almeno per il tempo necessario ad avviare una seria trattativa con Gerusalemme, con il coinvolgimento degli Stati Uniti ma soprattutto dell'Arabia Saudita che, dopo l'11 settembre, non potrà non fare (come ha fatto) un gesto di buona volontà, evitando di sbarrare sempre il passo alla conciliazione con l' infedele israelita. E preparare al contempo la propria successione con personaggi più in sintonia con i tempi e le necessità

E' difficile dire se i due leader fossero consapevoli di tutto ciò sin dall'inizio, o non si sia trattato dell'abile sfruttamento della situazione in campo da parte di entrambi i personaggi, che rimangono pur sempre dei notevoli capi militari. Convenzionale il primo, Sharon, più clandestino, irregolare, guerrigliero il secondo, Arafat, che non sarebbe nel posto dove sta se non avesse posseduto doti di grande tattico. La cosa non importa più di tanto. I due contendenti hanno ritrovato il loro ruolo e riaffermato l'orgoglio della propria identità. Sono nuovamente compatti e fiduciosi dei propri mezzi. Potrebbero essere anche disponibili ai compromessi necessari per uscire dall'inferno degli ultimi due anni. Solo i deboli e gli insicuri non si possono permettere arretramenti.

Vertice USA - UE a Washington

Tutt'altra atmosfera nei viali della capitale americana, particolarmente ingentiliti dai ciliegi giapponesi in fiore. Lo scontro fra i due grandi non c'è stato, l'acciaio rientrerà nei ranghi dell'anonimato dai quali è schizzato fuori improvvisamente per ragioni scopertamente elettorali qualche mese fa. Dopo novembre, archiviate le elezioni americane di mezzo termine, l'argomento verrà ridimensionato, e tornerà nel rumore di fondo dei tanti attriti esistenti fra i due colossi economici. Il WTO, tempio del libero mercato, verrà periodicamente invocato dall'uno e dall'altro a protezione dei propri interessi di bottega, come di consueto. Il problema non è tanto l'acciaio o i sussidi agricoli che stanno immediatamente subentrando alle vicende Airbus/Boeing o GPS/Galileo, quanto la quantità e lo spessore dei contrasti di fondo, politici, economici, strategici, etici, commerciali e filosofici in senso lato che dividono sempre più le due sponde dell'Atlantico.

Se si va un po' a fondo, mettendo in fila tutti i contenziosi che vengono a mente, si finisce per provare un certo senso di imbarazzato smarrimento. Qualche esempio: questione palestinese, "Evil Axis", offensiva all'Iraq, politica militare e della sicurezza internazionale, deterrente nucleare e sue tracimazioni nel sub-kilotonico, modalità della lotta al terrorismo, competizione sui grandi temi strategici (energia, spazio, aeronautica commerciale, navigazione satellitare), mine antiuomo, influenza sull'Africa, rapporti con colossi asiatici e la Russia, politiche sociali e culturali, globalizzazione, "moral issues" (pena di morte, tribunale penale internazionale, aborto, lotta alla corruzione, xenofobie, oligarchie delle elìte), armi da fuoco, laicità dello stato, ruolo del capitalismo e della libera impresa, dazi, emissione dei gas nell'atmosfera, apertura dei mercati ai prodotti biotecnologici modificati geneticamente, e per finire, interpretazione del "pursuit of happiness"del popolo sovrano che costituisce il dogma esistenziale di entrambi.

Su tutti questi temi, e forse altri, le visioni delle due sponde dell'Atlantico divergono radicalmente. Come convergono - è bene ricordarlo, quando ci si avventura in questi terriritori - sui principi fondamentali sui quali si basa la civiltà comune, sulle antiche fotografie di famiglia un po' ingiallite, sulla sicurezza militare condivisa, solidamente rappresentata dalla NATO, e sui millequattorcento miliardi di dollari di investimenti reciproci, un'enormità, non ipotizzabile in nessun'altra parte del mondo; esempio tangibile delle "cose che vanno".

L'errore, in realtà, è di credere che Europa e America siano più o meno la stessa cosa, le due facce della stessa medaglia. Al fondo del sentire comune, in entrambi i continenti e nel resto del mondo, vi è questa convinzione. Peraltro ampiamente giustificata dalle comunanze di cui sopra, da teologie e ideologie condivise, dal sangue versato insieme, anche se non sempre dallo stesso lato della barricata. Sicuramente Europa e America appartengono alla stessa famiglia, ma come accade spesso, ciò non impedisce che i diversi percorsi personali e le differenti percezioni delle cose portino all'instaurarsi di conflitti e contrasti che non ci mettono molto a travalicare i legami e le affinità. E a diventare, se occorre, particolarmente espliciti.

Gli Stati Uniti e l'Europa comunitaria, in particolare, che rappresentano l'essenza del Nuovo e del Vecchio mondo, esprimono concezioni quasi antitetiche sul ruolo delle grandi entità geopolitche nel mondo contemporaneo. I primi rappresentano la più classica e completa potenza imperiale della storia, che è riuscita a riempire tutti gli spazi dell'egemonia come neanche la Roma dei Cesari era riuscita a fare, particolarmente per i suoi aspetti militari, tecnologici e culturali, dove non teme alcun confronto, storico e contemporaneo. La seconda cerca di interpretare il superamento della politica di potenza da parte delle grandi aggregazioni , postulando una visione comprensiva e solidaristica della sua missione che non è solo abdicazione della passata grandezza e riflusso post-imperiale, ma autentica convinzione, derivata dalla maturazione di un passato oltremodo tragico.

Gli Stati Uniti avvertono sulle loro spalle la responsabilità dei destini del mondo, e in particolare dell'ordine e della sicurezza che presiedono al suo sviluppo. Le forze armate sono per loro uno strumento fondamentale di tale politica, un'utensile indispensabile che viene adoperato in modalità diverse a seconda dell'obiettivo da conseguire.

L'Europa vuole vivere e far vivere al meglio, ed essere più "buona" possibile, portando alle estreme conseguenze le dottrine solidaristiche e compassionevoli che sono scaturite dal suo seno nel corso della sua storia (insieme all'aggressività più implacabile. E più obliata, occorre ricordare). L'unica missione che vale la pena di perseguire, secondo gli europei, è migliorare le sorti genere umano, qui e subito, cominciando da loro stessi. La strategia militare non ha alcun posto in tale visione, salvo come polizza d'assicurazione nei confronti di un presente minaccioso solo in quanto (e finche rimane) inconsapevole del radioso futuro dell'umanità liberata dalle catene dell'ignoranza e dal bisogno. Le armi sono riservate ad una estrema ratio che è diventata inapplicabile e inapplicata. E' dal 1956 che gli europei non combattono esplicitamente per i loro interessi, se si esclude le Falkland, un episodio peculiare dei britannici, che sono una cosa a sé, solo parzialmente europea. Due intere generazioni di europei pacifici, che hanno preso le armi solo dietro le sollecitazioni e le spinte degli americani, per interessi sostanzialmente di questi ultimi. Anche se dovesse cambiare la tradizionale coloritura rosa del Vecchio Continente, come appare imminente, queste convinzioni di fondo non cambierebbero radicalmente.

Il risultato è che mentre sul piano culturale e istituzionale-ideologico i due mondi sono assimilabili, anche se diversi, su quello delle capacità strategiche e militari la diversità è profonda e ormai incolmabile. Prima che di numeri, e prestazioni di armi e mezzi, si tratta di una difformità di volontà e consapevolezza che non appare conciliabile nelle sue radici più profonde. Tutti i ragionamenti che si sentono fare sulla deficienza di interoperabilità fra le forze militari americane ed europee nella NATO sono fuorvianti. Non si possono comparare gli arnesi del mestiere di un impero in piena corsa egemonica, un vulcano attivo in tumultuosa attività, con i residui archeologici di un'area magmatica in solidificazione, quieta da millenni.

O da secoli. O da pochi anni. E qui sta forse la postilla destabilizzante del ragionamento. Il popolo d'Europa si può veramente permettere l'Arcadia? Non vive ai margini delle torri in fiamme, delle moltitudini inquiete e migranti, del cozzo di civiltà, dei Talebani, di Hamas, dei tagliagole ruandesi, dei superomisti del Nebraska, dei fanatici dell'ETA, dell'IRA, dei trozskisti asiatici e latinoamericani? Quelle minoranze silenziose europee che hanno cominciato a compiere quà e là terribili scorrettezze elettorali, non sono forse un'indicazione che tutto non è così semplice e bello?

Può darsi che sia arrivato il momento di capire che globalizzazione significa anche trasferire su una specie di piano intersociale a livello planetario la dialettica fra gli "have not" e gli abbienti. Tale dialettica non ha quasi più significato all'interno delle opulente e iperprotette società occidentali (in particolare europee) che hanno colmato i dislivelli, mentre ne ha sempre di più fra le decine di migliaia di dollari procapite del mondo avanzato e le poche centinaia strappate con le unghie dei diseredati autentici. In assenza di un movimento transnazionale che tuteli i loro interessi, questi ultimi ricorrono agli inevitabili arnesi di un massimalismo planetario, arricchendolo con violente specificità locali. Il risultato, tra l'altro, è l'arroccamento delle società occidentali, che finiscono per costituire una versione amplificata delle terrorizzate borghesie nazionali degli anni 20 e 30 del secolo passato.

Per superare i problemi che tutto ciò comporta occorrerà un corrispondente planetario delle riforme sociali che in poco più di un secolo hanno azzerato la conflittualità sociale delle società avanzate. Ma allo stesso tempo anche un equivalente del sistema di sicurezza che ha governato il processo e impedito alle paranoie di chi si sentiva minacciato di esplodere. Evitando possibilmente i soprassalti autoritari di allora, i bolscevismi e i nazismi che si sono inframmezzati.

Questo accenno agli imbarazzi europei potrebbe consentire di dare per scontata anche un'altra delle vedette mediatiche della settimana, il tormentone delle elezioni francesi, "Le Pen e compagni", consentendoci di passare ad altro.

Mr Hu va a Washington

Il delfino di Yangzemin è stato il secondo ospite di riguardo della settimana washigtoniana, dopo la "strana coppia" europea, Aznar e Prodi. Ha suscitato un viva curiosità da parte di commentatori e columnist, andata parzialmente delusa. Il personaggio è stato giudicato, dall'International Herald Tribune del 3 maggio, "coy", timido, beneducato, con un ottimo inglese e un'eccellente memoria. Ha fatto le scuole e la carriera giusta, evidentemente. Non è più un ragazzo, 59 anni, ma è come se lo fosse, considerate le età alle quali la gerontocrazia pechinese ha abituato il mondo, frutto di un sistema sociale confuciano che premia l'esperienza e la competenza a fronte dell'abilità nelle conferenze stampa, per la quale giovinezza e avvenenza non guastano.

Le stesse peraltro non fanno difetto neanche al futuro leader cinese, che assomiglia sempre di più a quegli yuppie che girano per le vie delle metropoli cinesi in Mercedes e Audi con i vetri scuri, e da quest'anno vengono premiati dal Governo il 1° maggio, a Piazza Tienammen. Fa un certo effetto, per una generazione come quella di chi scrive, che ha vissuto i tempi e della Rivoluzione Culturale, e ne ha subito anche la suggestione - positiva o negativa non importa - leggere e sentire di queste cose e vedere la straordinaria immagine dal mare della svettante Shangai post-industriale da 50 milioni di abitanti, emblema della nuova Cina (o di quello che cerca e vorrebbe essere), che ha soppiantato Hong Kong e forse New York come rappresentazione della scintillante metropoli febbrile "which never sleeps". Fra le tante cose che la modernità politica ha portato, questa trasformazione della Cina, se durerà, è veramente uno delle più sconvolgenti.

Il riattivarsi della polemica sulle armi americane a Taiwan, che ha avuto uno sprazzo anche questa settimana , può sembrare , in tale contesto, un autentico ballon d'essai. I quattro fieri caccia lanciamissili ex Classe Kidd, della US Navy, (nonché ex capital ship dello Scià di Persia, alla cui Marina erano originariamente destinati), che verranno prossimamente ceduti a Taipei, alzando una terza bandiera, rischiano seriamente di ammainarne una quarta, quella della Repubblica Popolare Cinese, quando verranno poste in disarmo al termine della loro vita operativa. Stabilendo una specie di record nel settore delle insegne navali e simboleggiando un esito che appare sempre più ineluttabile.

E' auspicabile che ciò avvenga attraverso mezzi del tutto pacifici, appena sarà completata quella che abbiamo chiamato altre volte la "Taiwanizzazione" della Cina. Nell'ipotesi che tutto vada bene, nessuno dei vari nemici della Cina interferisca troppo pesantemente, e le conseguenze di un'altra delle notizie più recenti - il vertiginoso crescere della disoccupazione cinese determinata dalla migrazione dalle campagne alle città di 600 milioni di contadini, parzialmente liberalizzata dal Governo centrale - non travalichino gli argini che qualcuno ha presumibilmente provveduto ad erigere nel frattempo. Tuttavia una cosa è gestire una ventina di milioni di isolani disciplinati da cinquant'anni di dominio giapponese e da altri quaranta di dittatura militare, fornitori privilegiati dalla più potente economia del mondo. Altra cosa è trasferire questo risultato su un continente indisciplinato di quasi un miliardo e mezzo di individualisti, non indottrinati da demiurghi nipponici e americani, che solo da poco è veramente consapevole delle regole dei giochi economici.

Il sodalizio militare russo - americano

Rassicura un po' il fatto che analoghe fosche previsioni fossero fatte, una decina di anni fa, a proposito della transizione della Russia al modello occidentale, che invece sta procedendo in un modo insperabilmente non traumatico. Prova ne sia la crescente cooperazione militare fra Mosca e il suo ex rivale planetario, gli Stati Uniti, che non riguardano più il solo tradizionale argomento della deterrenza nucleare, per il quale il Ministro degli esteri russo Ivanov ha avuto la settimana scorsa un incontro di lavoro con il suo collega Powell a Washington, ma anche il complesso delle attività militari convenzionali, che vedono le due Superpotenze schierate insieme su un vastissimo spettro di impegni operativi.

Sul primo tema è sta raggiunta un'intesa pressocchè completa che prevede la riduzione dei due terzi dei rispettivi arsenali, fino a un tetto oscillante fra le 1700 e le 2200 testate per parte. Rimangono da definire alcune questioni "minori", come il destino delle armi smantellate. I russi preferirebbero distruggerle e riprocessare completamente il plutonio in esse contenuto. Gli americani pensano di tenerle smontate, in una ambigua posizione di riserva. Una volta si sarebbe trattato di un ostacolo insormontabile; oggi è quasi una minuzia. Entrambe le diplomazie contano di arrivare ad una formalizzazione dell'accordo in occasione del prossimo summit fra i due Presidenti, Bush e Putin, a Mosca, alla fine del mese. Il quinto dall'inizio dell'anno al quale seguirà un sesto poco dopo, a Pratica di Mare, vicino Roma, per la firma del Trattato di cooperazione fra la Nato e la Russia al quale ha contribuito il Presidente Berlusconi.

Per quanto riguarda le forze convenzionali, l'Herald Tribune di sabato 3 maggio descrive, a firma di Walter Pineus, i crescenti legami che si sono stabiliti fra i dispositivi operativi delle due nazioni. Si tratta di un quadro impressionante, che spazia dalla partecipazione di alti ufficiali russi alla pianificazione Nato, a quella di Enduring Freedom presso il Central Command a Tampa, in Florida, nonché alla cooperazione tattica di reparti sul campo in Bosnia, Cossovo, Macedonia, Asia Centrale, Afghanistan, e sui poligoni addestrativi del Colorado. Le due Marine lavorano sempre più insieme sui sette mari, soprattutto in missioni connesse al peace keeping e alla repressione della pirateria, in forte crescita ovunque.

I commenti sono superflui. La Russia è diventata il principale alleato militare degli Stati Uniti, sic et simpliciter. Altro che Unione Europea. Anche il Regno Unito è stato soppiantato in questo ruolo, per inferiorità di mezzi e di tematiche coperte, nonché di dislocazione geografica dei suoi reparti. Oltre che naturalmente di dimensioni. Nonostante la sua più che buona volontà, evidenziata dai suoi Royal Marines che si battono sulle montagne del sud est dell'Afghanistan contro i residui dell'esercito talebano, praticamente da soli, con il solo concorso , a parte il supporto aerotattico americano, di una compagnia di alpini della 10° Divisione di montagna dell'US Army. L'ex Armata Rossa non è ancora arrivata a combattere per procura a favore dell'Esercito statunitense solo perché è impegnata a reprimere la rivolta cecena in casa, ha una Cina sui confini siberiani e non ha abbastanza risorse per pagare i suoi pretoriani all'estero. Verrà il momento anche per quello.

In compenso già da ora il Cremino offre uno spettro di collaborazione così ampio da surclassare ampiamente tutto quello che la Gran Bretagna o chiunque altro può mettere in linea. Sistemi nucleari strategici, bombardieri a lungo raggio, sommergibili nucleari a dozzine, satelliti, centri intelligence e reti di agenti "worldwide", unità terrestri di ogni tipo, artiglieria e contraerei a reggimenti, un'esperienza ineguagliata nella guerra chimica e biologica, i famosi "spetznatz, incursori tuttofare, e una copertura politico diplomatica a livello mondiale. I mezzi sono un po' ammaccati e poco manutenuti, il personale è demotivato (anche perché retribuito male o per niente) ma la professionalità, la grinta di fondo e le dimensioni sono sempre quelli di un impero. Soprattutto se la classe militare riprenderà l'orgoglio e la considerazione di sé che ha sempre avuto nella storia. "Impero si nasce", o si diventa con secoli di duro lavoro.

Il plebiscito del Generale Musharraf

L'ultimo evento significativo della settimana estera può essere considerato il plebiscito "bulgaro" con il quale il Presidente pakistano ha fatto riconfermare per i prossimi cinque anni, da 60 milioni di elettori, un potere conquistato con la forza nell'ottobre del '99. Simili operazioni sono consuete nel Paese dei Puri; basti pensare all'analogo referendum con il quale il Generale Zia Ul - Haq si fece legittimare nell'84 il suo golpe e l'impiccagione di Butto. Al di là delle riflessioni sulla validità e trasparenza di simili operazioni, occorre prendere atto che solo pochissimi Paesi del 3° Mondo (nessuno dei quali islamico) hanno conquistato il complesso degli attributi istituzionali che configurano un autentico sistema democratico. Le elezioni non bastano, sono il primo elemento della catena e il più spettacolare, ma anche il più manipolabile e prono ai volere del caudillo dominante. Occorre soprattutto attivare le funzioni di controllo e di garanzia sull'esecutivo: un'amministrazione apolitica e relativamente autonoma dalla partitocrazia, un sistema giudiziario indipendente, una stampa libera, una pubblica opinione cosciente e in grado di esprimersi.

Il Pakistan non fa eccezione. Musharraf ha dichiarato che il suo obiettivo futuro è colmare questa lacuna e mettere in piedi un complesso di istituzioni formali e sostanziali in grado di dare sostanza al metodo democratico nel suo Paese, iniziando dalla ricostituzione dell'Assemblea federale e di quelle provinciali. Raccogliendo anche una sentenza della Corte Suprema di Islamabad, che gli aveva concesso nel 1999 tre anni per ristabilire la democrazia. Naturalmente il Generale-Presidente cercherà di ottenere questo risultato, tenendo presente le specificità e la storia del Pakistan, il ruolo dell'esercito, la natura islamica della società (che potrà essere ridimensionata ma certo non annullata), la dispersione del Paese, la sua differenziazione etnica e la difficoltà delle comunicazioni fra le varie regioni.

Pare abbia in mente una soluzione alla Kemal Ataturk, con una cautela molto maggiore per quanto riguarda la laicità della società e dello stato. Confermando in pieno, invece, il ruolo dei militari, che in Turchia sono un autentico pilastro formale delle istituzioni, con poteri enormi, come ad esempio la facoltà di condizionare l'elezione delle massime cariche istituzionali al consenso di un consiglio di generalissimi. Basti pensare che il protocollo governativo turco prevede che il Capo di Stato Maggiore Generale abbia un rango superiore a quello del Ministro della difesa, che di fatto è il portavoce civile dell'estabilishment militare.

Solo il futuro dirà se queste intenzioni si tradurranno in fatti, e con quale successo. Le resistenze sono molto forti, soprattutto da parte del clero islamico, con il quale dovrà essere raggiunta un'intesa strategica di fondo. L'11 settembre e tutto quello che è seguito dovrebbe agevolare la manovra di Musharraf, che è diventato un alleato essenziale degli Stati Uniti nella lotta a Bin Laden e la sua banda. A dispetto del fatto che entrambi sono stati creati e sostenuti (fino a ..domani, forse) dai potenti Servizi segreti di Islambad.

Anche se alle latitudini musulmane la volatilità delle posizioni è piuttosto elevata e non si può dare mai niente per certo, il Pakistan era, all'indomani dell'attacco all'America, a pochi mesi dalla completa bancarotta, secondo le istituzioni finanziarie internazionali. Poiché l'economia ha leggi fondamentali ancora più ineludibili dei precetti del Corano, è possibile che non vi sia alternativa all'azione del riconfermato Presidente, che gode della fiducia e dell'apertura di credito di quell'Occidente che solo può salvare il suo Paese. Un avvenire "turco" potrebbe rientrare nel novero degli sbocchi obbligati.