Anno 2002

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Gli attentati in Israele, Daghestan e Pakistan e la finta pace di Betlemme

Andrea Tani, 13 maggio 2002

Le esplosioni terroristiche in Israele, Daghestan e Karaci hanno costituito un brusco risveglio per il buonismo internazionale, che seguiva estasiato le immagini di abbracci corali e liberazioni incrociate di militanti palestinesi, frati francescani, soldati israeliani, diplomatici euroamericani e quant'altro, che hanno fatto da sfondo alla fine dell'assedio della Chiesa della Natività di Betlemme. L'avvenimento ha un certo risvolto simbolico e un enorme contenuto mediatico, ma rappresenta molto poco sotto il profilo della lotta planetaria contro il terrorismo internazionale di matrice islamica, che è il vero motivo del contendere dell' attualità contemporanea.

Con buona pace degli europei e del Vaticano che si sono sbracciati per settimane per arrivare a tale risultato, peraltro con solidi argomenti e ottime intenzioni. Mentre per il secondo - il Vaticano - si è trattato di operare il salvataggio del proprio personale e la salvaguardia di uno dei luoghi più importanti della propria identità, e quindi il tutto è rientrato in un a sfera di competenza più che lecita, per l'Europa si è forse andati in sovraesposizione. La constatazione che tutti i governi europei sono finalmente soddisfatti perché si sono divisi la patata calda dei palestinesi in sette o dieci parti, riuscendo a farsi attribuire solo uno o al massimo due di questi terribili Godzilla, induce molta malinconia.

Settanta o cento anni fa l'Europa dominava il mondo, e i suoi giovani funzionari amministravano regioni intere meglio di quanto fanno ora i nativi; e forse quello era sicuramente troppo (anche se c'è chi dice che ha smesso troppo presto, nell'interesse degli stessi nativi). Ma verificare che Stati di sessanta o ottanta milioni di abitanti, che spendono decine di migliaia di milioni di euro all'anno per la propria sicurezza tremano al cospetto di quattro poveracci fanatici disarmati - come i prodi guerrieri della Natività si riveleranno a destinazione - che hanno il carisma che si può immaginare (anche se saranno sicuramente strattonati e disputati a botte di milioni da parte dei Santoro - equivalenti di turno), è veramente troppo, pur considerando che questo è un anno elettorale per sei Paesi dell'Unione. Gli elettori non sono così superficiali e valuteranno questa manifestazione di pusillanimità per quella che è. C'è da chiedersi che tipo di messaggio i giovani ne possano ricavare. Non bisogna lamentarsi poi che l'astensione elettorale raggiunge i livelli che sappiamo.

Comunque sia, gli scoppi terroristici che hanno insanguinato tre diversi Paesi impegnati nella lotta al terrorismo hanno riportato i più alla realtà dei fatti. O almeno avrebbero dovuto. Al di là delle loro specificità locali, tali esplosioni hanno una matrice comune, l'islamismo fondamentalista e militante che è in guerra contro i suoi nemici storici. Il terrorismo ceceno che ha fatto a pezzi quarantun persone a Kaspijsk nel Daghestan, al confine con la Cecenia, appartiene ad un filone che ha forse trecento anni e più. Tutti i maggiori scrittori classici russi hanno scritto sul tema, spesso pagine indimenticabili. Si tratta di un malanno endemico della compagine federale dell'Unione Russa, che ricompare nei momenti di maggiore debolezza e apertura del governo centrale di Mosca.

Durante la dittatura staliniana nessuno ha mai sentito parlare dei ceceni. Oggi la situazione è peggiorata dalla offensiva globale generalizzata che la revanche islamica fondamentalista ha scatenato contro gli infedeli, e dal fatto che per decenni è stato consentito ad uno dei forzieri del pianeta, l'Arabia Saudita, di convertire i suoi petrodollari in armi, madrase, Corani tascabili ed esplosivo al plastico. Con un iniziale e quasi esiziale concorso della Superpotenza americana impegnata in una lotta senza quartiere contro un avversario che era vulnerabile proprio sotto l'aspetto etno-religioso. La genesi è chiarissima; meno chiara la strategia operativa per aver ragione - non solo contenere - di questi fenomeni.

Perché questo è ormai il problema. L'influenza cronica non è più controllabile con gli antipiretici. Rischia di mandare in saturazione il sistema immunitario di qualsiasi sistema sociale, proprio per la vulnerabilità di cui sopra e per il fatto che si tratta di organismi che temono persino di custodire tredici terroristi in quiescenza. Chi più, chi meno.

Il Presidente Putin ha parlato giovedì nove maggio della necessità, per sconfiggere definitivamente il terrorismo islamico, di formare una coalizione altrettanto determinata e potente di quella che sconfisse Hitler. L'esortazione è potente e forse giustificata, anche se conteneva un elemento di retorica legato al fatto che l'attentato ha riguardato una manifestazione celebrativa del 57° anniversario della vittoria sovietica sul Nazismo. Sembra rafforzare quella tendenza a stringere un legame sempre più stretto fra i Paesi maggiormente impegnati nella guerra al terrorismo, USA, Russia, Israele e India, legame del quale abbiamo parlato un paio di settimane or sono da queste pagine.

Tutto questo sangue che continua a scorrere, nonostante che i maggiori dispositivi militari del mondo siano impegnati allo spasimo in autentiche campagne militari dimostra quanto la situazione sia seria e la minaccia temibile, comincia a conferire al patto a quattro di cui sopra quella valenza ideale che all'inizio era carente. Si era parlato infatti di un'alleanza pragmatica, a geometria variabile, non legata ad un particolare disegno ideologico. Grazie ai Ceceni, ad Hamas e qualcuna delle sette integraliste pashtun che infestano il subcontinente indiano l'approccio pragmatico sta cedendo il paso a qualcosa di più profondo e importante. Chi rimane fuori è bene che cominci a prenderne atto e a fare i suoi conti, si chiami Europa, NATO, Cina o Nazioni Unite.

Anche perché non è detto che l'incendio risparmi chi rimane alla finestra. L'episodio di Karachi dell'8 maggio rappresenta forse un importante salto di qualità del terrorismo islamico, almeno secondo una delle sue chiavi di lettura, la più diretta. Per la prima volta sono stati duramente colpiti esponenti di una delle Potenze più critiche, almeno sul piano diplomatico e pubblicistico (sul quello militare è tutt'altra cosa) della muscolarità americana del post 11 settembre, e cioè la Francia. Essa costituisce anche il cuore della resistenza cultural - esistenziale al presunto egemonismo statunitense precedente e successivo alla fatidica data.

Come noto gli undici caduti nell'attentato davanti allo Sheraton di Karachi appartenevano alla DCN, la Direzione delle Costruzioni Navali francese, e assistevano il personale cantieristico pachistano della locale base navale nella costruzione su licenza francese di tre moderni sommergibili classe Agosta. La collaborazione nel campo degli armamenti moderni fra Francia e Pakistan è di lunga data, e risale all'embargo americano alle forniture verso Islambad, ormai ventennale (anche se gli eventi post 11/9 lo hanno fatto riconsiderare).

Il Pakistan è, con il Giappone, l'unico Paese asiatico che costruisce sommergibili in casa propria, e ha una flotta subacquea esperta e di tutto rispetto. Nella guerra del 1971 con l'India, i sommergibili pakistani inflissero notevoli perdite alla flotta indiana, che dominava l'omonimo Oceano. Successivamente hanno acquisito svariati anno or sono una capacità di impiego di missili antinave lanciabili in immersione, i francesi Exocet, gli stessi usati con successo dagli argentini alle Falkland. Solo la Marina britannica e quella francese, fra quelle europee, padroneggiano il lancio tattico dei missili da sommergibili, tanto per dare un'idea di cosa rappresenti questo know how pakistano.

La predetta circostanza ha fatto immediatamente sorgere il sospetto, fra gli addetti ai lavori, che dietro l'attentato, eseguito certamente da terroristi islamici, come risulti dalle prime indagini, vi sia lo zampino dei Servizi Indiani. Il sospetto è legittimo. Fra i due Paesi vige sempre uno stato di quasi ostilità aperta. Mezzo milioni di soldati indiani sono sulla frontiera con il loro nemico, in seguito alla mobilitazione seguita all'attentato fondamentalista al parlamento indiano del 13 dicembre scorso. Nel Kashmir le ostilità fra le rispettive armate alpine non è mai cessata da cinquanta anni, provocando forse un milione di vittime. Nel Gujarat e altrove è in corso una guerriglia confessionale strisciante fra indù e musulmani, fratelli di fede dei pakistani, che ha fatto oltre tremila morti dal '99. Non sarebbe particolarmente inverosimile che gli indiani abbiano approfittato di qualche banda di cani sciolti della galassia terroristica pakistana, afagana, o indomusulmana, per menomare una delle capacità militari più temibili del loro irriducibile nemico.

Legittimo sospettare, ma la trama non si esaurisce così facilmente. Risulta che la stessa Francia si trovi ad uno stato finale di negoziazione per la fornitura di una altra licenza di costruzione, di ben sei sommergibili della classe Scorpène, ancora più moderni, alla stessa India. Se fosse opera sua, l'attentato di Karachi potrebbe portare ad una crisi dei rapporti fra i due Paesi e alla sospensione dell'accordo, considerato che i Servizi francesi lo verrebbero certamente a sapere, anche se non con prove certe. D'altronde il mercato degli armamenti indiano è uno dei più ricchi e promettenti del pianeta, e non è detto che un attentato di incerta paternità e qualche sospetto non provato possano indurre un Paese come la Francia, che conferisce un'enorme importanza alla conquista e al mantenimento di mercati militari, ad abbandonare un cliente come l'India. La sua aeronautica schiera una delle flotte di Mirage 2000 più consistenti fuori della Francia.

Il "Cui Prodest" di Karachi è tutt'altro che chiaro, quindi. Resta sempre in piedi l'ipotesi più semplice, o più diabolica forse, cioè che siano stati terroristi indipendenti che attaccano stranieri (come il giornalista americano dell'Wall Street Journal Pearl) per destabilizzare il Presidente Musharraf e ferire l'Occidente. Magari sotto la direzione strategica di spezzoni deviati (o meglio ultraortodossi) dell'ISI, l'Inter Service Intelligence, padrone della passata vicenda del Paese e desideroso di tornare ad esserlo. Di fatto un avvertimento molto esplicito e minaccioso dell'apparato militare nei confronti dello stesso Presidente, a non eccedere nelle sue pretese modernizzanti e riformatrici filo-occidentali. La confusione a questo punto è totale, ma questo melange di armi, Potenze mondiali in concorrenza fra loro, fondamentalisti musulmani e indù, servizi segreti di ogni genere, devianze varie e talebani sullo sfondo è veramente troppo. Dà un'idea di come può diventare un Paese e un'area geopolitica quando vi si concentrano troppi interessi e troppi contenziosi.

In confronto a tutto questo, l'attentato di Tel Aviv e la minacciata ritorsione israeliana nella Striscia di Gaza sembrano modelli di linearità, oltre che un lugubre deja vù. Anche qui c'è da fare una modesta dietrologia, ma ben poca cosa. L'attentato sembra sia opera di Hamas, che cerca di affermare una linea anti Arafat e ostile alle trattative di pace che si stanno aprendo. Inoltre, è partito da Gaza, che finora era rimasta fuori dalla campagna terroristica suicida. Potrebbe essere una dimostrazione di "vitalità" di entrambe, Hamas e la squadra terrorista di Gaza. Causata anche dal fatto che la Striscia è circondata da una linea di separazione elettrificata.Un po' in ritardo, la dimostrazione, ma forse necessaria per avanzare candidature nel quadro di una risistemazione politica palestinese di un ipotetico post Intifada.

Il fatto che gli Israeliani abbiano rimandato la consueta ritorsione di questi casi, con la scusa che Gaza è troppo densamente popolata e che il campo profughi - ovvero il ridotto fortificato - è qui cinque volte più grande di quello di Jenin, è indicativa che il gioco ora è più complesso di qualche settimana fa, e che la pura fase militare è superata. Anche l'incontro di domenica 12 maggio a Sharm el Sheikh fra il Presidente siriano Assad, quello egiziano Mubarak e il ministro degli esteri saudita el Aziz per discutere il piano di pace del Reggente Abdullah può essere un altro motivo che ha consigliato cautela. Difficile credere che Tsahal esiti a replicare la campagna cisgiordana anche a Gaza. Prima o poi, se sarà necessario, il lavoro di bonifica verrà completato.

Per ora sembra prevalere l'opportunità di "give peace a chance", come cantilenava John Lennon. Speriamo che la vicenda non finisca nello stesso modo di quella dello sfortunato cantante.