Anno 2002

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Trattato nucleare e quasi ingresso della Russia nella Nato

Andrea Tani, 20 maggio 2002

I due avvenimenti cruciali della settimana internazionale - l'accordo USA-Russia sulla riduzione degli armamenti strategici e la conferenza di Reykjavik che ha sancito un ulteriore avvicinamento di Mosca alla NATO - rappresentano due facce della stessa medaglia. Al di là dei toni trionfalistici con i quali sono stati presentati, si tratta in realtà di una specie di pegno che l'Occidente deve pagare alla Russia, e in particolare al presidente Putin, per la grandissima buona volontà, forse un po' obbligata, che entrambi (ma soprattutto il secondo) hanno dimostrato nelle recenti vicende che hanno sconvolto il mondo.

A cominciare dalla guerra del Kossovo di tre anni fa che si è conclusa come si è conclusa perché Mosca ha mollato il suo alleato ideologico serbo, sotto la pressione dei rapporti di forza fra il Q.G. NATO di Bruxelles e Belgrado, concretizzati in una sconfitta sempre più palese di Milosevic e arricchiti dalle concessioni lasciate intravedere dagli alleati atlantici in merito alla sua area di influenza, quella ex sovietica. Sono seguiti molti altri episodi grandi e piccoli, l'ultimo dei quali riguarda il sostegno alla guerra americana contro il terrorismo islamico fondamentalista, nella quale i russi ricoprono un ruolo attivo e totalmente cooperativo nei confronti dell'impegno militare del Pentagono. Tutte queste vicende dimostrano in modo incontrovertibile come il vertice del Cremlino abbia compiuto una scelta inequivocabile verso l'alleanza con l'Occidente. Anche se la base e l'establishment conservatore del Paese sono ancora perplessi, o apertamente ostili all'idea, focalizzati come sono sulla sterile difesa di posizioni che appartengono ad una precedente era storica, oltre che ad un altro millennio.

Ne abbiamo parlato nei precedenti mesi. Si tratta di un argomento ampiamente dibattuto sul quale non credo occorra tornare. E' chiaro che se non si voleva destabilizzare il presidente Putin occorreva dare qualcosa di politicamente spendibile e mediaticamente significativo in cambio. Al di là dell'importante via libera alla repressione russa in Cecenia che è quasi un corollario tattico di "Enduring freedom", ma che da sola non basta.

Sono scaturite così le due ribalte: quella strategica e nucleare, a tu per tu con l'Iperpotenza americana, e quella convenzionale e generalista, da celebrare nel salotto buono della geopolitica atlantica. Ad esse si accompagna una terza ricompensa, più concreta e significativa delle prime due, e passata largamente inosservata

Si tratta della accennata mano libera concessa a Mosca nel ristabilire la propria area di influenza sui territori occidentali dell'ex Unione Sovietica appartenenti alla Russia storica: Ucraina, Bielorussia, Georgia e Moldavia, tutte repubbliche formalmente indipendenti dalle molte velleità autonomistiche. Che rimarranno probabilmente tali, cioè velleità, anche perché è risultato sempre più chiaro che un eventuale distacco dall'egemonia russa significherebbe l'ingresso di quella tedesca, direttamente o attraverso lo pseudonimo europeo. Esiti entrambi che Washington paventa, come dimostra il palese braccio di ferro che sta avvenendo fra i due allargamenti ad Est dell'influenza occidentale sul continente europeo. Quello della NATO, da considerarsi a guida e ritorni americani, e quello dell'Unione Europea, che privilegia soprattutto Berlino, di nuovo baricentrica rispetto ad un'Europa in solidificazione.

Le tre concessioni sopradette consentono al presidente Putin di poter offrire ai propri connazionali il mantenimento formale della Russia nello status di Superpotenza nucleare che tratta da pari a pari con il solitario colosso nordamericano, assieme a quello di membro emerito e fondamentale del concerto europeo e atlantico. Recuperando al contempo libertà d'azione nel proprio "cortile strategico", immediatamente attorno al territorio della Federazione.

Occorre precisare che quest'ultima capacità è di fondamentale importanza per placare le sindromi di accerchiamento e di pericolo imminente che hanno sempre caratterizzato il popolo russo, derivate da una storia drammatica che affonda le sue radici nella notte dei tempi. Tali sindromi non vengono considerate dai sudditi di Putin come tali, ma solo un'espressione delle giuste preoccupazioni per la propria sicurezza da parte di un'etnia che non è protetta da alcuna barriera naturale dalle invasioni di un intero continente, quello asiatico. Dalle quali invasioni la stessa etnia è profondamente consapevole di aver salvato più volte la civiltà europea, meravigliandosi sempre che ciò non venga riconosciuto adeguatamente.

Per quanto riguarda gli altri due avvenimenti, tutti i commentatori ne hanno messo in luce le indubbie valenze positive. Quelle negative non esistono o sono irrilevanti, ma vi sono importanti omissioni e zone d'ombra che sarebbe bene tener presente, se non altro per non coltivare aspettative eccessive.

Esse sono più consistenti per la prima questione, quella dell'accordo nucleare. Il Financial Times del 14 maggio ha messo in luce che l'intesa riguarda unicamente le testate strategiche, e non quelle tattiche, che sono molte di più e meno controllabili. A fronte di 7295 ogive americane e 6094 russe che verranno ridotte entro il 2012 ad un numero compreso fra 1700 e 2200 per parte (con modalità molto flessibili e discrezionali), vi sono, dalla sola parte di Mosca, 8400 armi tattiche escluse dal trattato in gestazione, sulle quali si sa poco e niente, almeno a livello pubblico. Su quelle americane si sa ancora meno. Non esiste un accordo che regoli la riduzione e lo smantellamento dei queste armi, ma solo iniziative unilaterali. Alcune di esse hanno dimensioni minime e possono essere celate in una valigia di qualche malintenzionato che sia adeguatamente equipaggiato in dollari e riesca a superare i controlli, un tempo abbastanza aleatori, almeno nelle ex repubbliche sovietiche.

E' chiaro che chi ha la responsabilità di farlo monitorizza questa situazione con tutti i mezzi possibili e non pensa ad altro. Girava voce, anni fa, che anche gli israeliani, oltre gli americani e forse gli anglofrancesi, avessero sul territorio ucraino - prima che Kiev cedesse tutti i suoi arsenali atomici a Yeltzin, come poi ha fatto - dei team di specialisti pronti ad intervenire con tutti i mezzi per impedire che i depositi di armi tattiche fossero saccheggiati da non chi non doveva. La cosa era risaputa, in Ucraina, e di dominio pubblico. Ed evidentemente ha funzionato. La Russia sicuramente non permetterebbe oggi una intrusione del genere, ma si può essere certi che i due terzi dei satelliti della NSA statunitense non fanno altro che controllare lo stato dell'arsenale nucleare sovietico, compresa la sua componente tattica. E non solo i satelliti.

Un altro punto debole dell'accordo (che, come si ricorderà, sarà firmato dai due Presidenti in occasione del prossimo incontro a Mosca, alla fine del mese) riguarda l'ampia discrezionalità che è lasciata alle due Potenze sul cosa fare delle testate smontate dai vettori di lancio. Addirittura, secondo le procedure START (cioè dei precedenti accordi di limitazione strategica) che sono state adottate, la semplice operazione di smontaggio conferisce alle armi la qualifica di "rimosse", cioè depennate dal calcolo totale. E' da presumere che gli esperti delle due parti sappiano il fatto loro, ma indubbiamente questi due aspetti tecnici dell'accordo lasciano molto perplessi, come ha messo in evidenza la stampa anglo-americana dell'inizio settimana (International Herald Tribune, Wall Street Journal, Financial Times).

Gli Stati Uniti sembrano uscire largamente vincitori dalla maratona negoziale, perché non è stato stabilito alcun legame fra il trattato e la loro difesa antimissili, annunciata dal presidente Bush, ed al contempo è stato riconosciuto il diritto dei contraenti a tenere in riserva, smontate, le testate eliminate. Gli americani lo faranno mentre i russi, a quanto si capisce, non sono in grado di tenere in piedi l'armamentario di vettori che darebbe loro un significato operativo, e neppure di effettuare l'ordinaria manutenzione. Se ne disfarranno vendendole ai loro ex rivali statunitensi a caro prezzo.

L'ultima labilità del negoziato testé concluso risiede nella formalizzazione dell'intesa come "Trattato internazionale" che i russi hanno preteso per conferirle maggiore solennità, anche ai fini di quell'operazione di marketing interno di cui sopra. Potrebbe rivelarsi un boomerang. Negli Stati Uniti i trattati devono essere ratificati dal Senato, che è piuttosto diffidente e influenzabile su questi temi. Ad esempio, non ha mai ratificato lo START III del gennaio '93, che infatti è rimasto lettera morta. Prevedeva una riduzione a 3000-3500 testate per parte, mai compiuta. Esiste sempre il pericolo che una qualche ragione internazionale o interna, una crisi, una lobby ucraina, moldava, polacca o militare-industriale blocchi il processo di ratifica, con tutte le conseguenze del caso.

Tutte queste carenze significherebbero qualcosa se vi fosse ancora un contenzioso strategico fra Washington e Mosca. In realtà il rapporto fra i due deterrenti è diventato analogo a quello fra gli omologhi dei Paesi NATO. Non si è arrivati ancora a coordinarne il "targeting" e le modalità d'impiego, come fanno i dispositivi strategici americano e britannico (escludendo dall'intesa i francesi), ma certamente i missili russi e statunitensi non sono più rivolti l'uno contro l'altro. Di fatto, il rapporto strategico fra Russia e Stati Uniti si sta avviando a diventare simile a quello fra l'America e la Force de frappe francese. Buon vicinato, senza eccessive familiarità. A questo punto non hanno più molta importanza le modalità di montaggio e smontaggio delle testate, quante ce ne sono e come vengono tenute in riserva.

Tutti sono consapevoli che l''unico vero garante dell'equilibrio internazionale è rappresentato dagli Stati Uniti d'America. Gli altri tengono strette le loro atomiche per conservare lo status di potenze di primo rango e membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nonché soci del più esclusivo board di amministrazione degli affari politici del Pianeta. Ma tutti ormai sono dalla stessa parte della barricata, appartengono all'Occidente. Le bombe pakistane, nordcoreane (non certe, queste ultime, ma molto probabili), cinesi, quella futura iraniana e quella potenziale irachena sono un'altra cosa.

Quella israeliana e ora anche quella indiana, invece, sono un tabù, un "non argomento". Una scorrettezza politica solo il parlarne. Si può esser certi che negli scenari attuali e ancor più futuri, nessuna coordinata di basi nucleari del Negev sarà mai inserita nel sistema di guida di un missile Trident americano o Satan russo. E neanche quelle di un equivalente sito del Rajastan, o dovunque si trovi.

Per quanto riguarda il secondo avvenimento della settimana, l'accordo Russia- NATO che darà luogo alla costituzione del "NATO-Russia Council (NRC)" che verrà formalizzato il 28 maggio prossimo a Pratica di Mare, vicino Roma, dai Capi di Stato e di Governo, il problema non è tanto quello di eventuali valenze negative, che non ci sono, quanto quello di credere sul serio a ciò che hanno scritto i giornali in proposito. Non si tratta ovviamente dell'ennesima conclusione della Guerra Fredda, che è finita da un pezzo, da quel 27 dicembre 1991 che vide l'ammaina bandiera del vessillo sovietico dagli spalti del Cremino. Ma neanche si tratta di un'entrata surrettizia della Russia nella NATO. L'Alleanza conserva le proprie specificità, le proprie regole, le forze, le procedure, tutto insomma, senza cambiarle di una virgola. E senza che la Russia possa minimamente influire. Il diritto di veto di ogni Paese dell'Alleanza, pilastro del suo modus operandi, rimane immutato e non è esteso al Cremlino. L'ATP 1, il celebre manuale tattico d'impiego delle forze navali alleate, non sarà certo passato alla Marina russa, e neanche le pubblicazioni consimili degli eserciti e delle aviazioni alleate.

Siamo al cospetto della semplice stipula di un trattato di alleanza fra la NATO e la Russia, derivato da una proposta di Blair del passato novembre, ripresa e rigenerata da Berlusconi più recentemente, che regolerà specifiche e limitate questioni, legate soprattutto al contrasto del terrorismo organizzato, alla gestione delle crisi e alla proliferazione delle armi. La NATO avrebbe potuto fare diversamente e dimostrarsi più generosa di quello che è stata quando ha confermato con qualche modifica superficiale un accordo già in essere da cinque anni. Quel "NATO-Russia Permanent Joint Council (NR PJC)" che è andato in crisi con la guerra del Kossovo . Ma non era facile. Da ambo le parti, è ancora attiva e al potere una generazione di "cold warrior" che ha compiuto più metamorfosi di quanto sia lecito aspettarsi in una sola vita. La duttilità è auspicabile in politica, ma tutto ha un limite.

L'ingresso di un peso massimo come la Russia rischiava di destabilizzare i precari equilibri fra la componente "Euro" e quella anglosassone dell'Alleanza. Bisognava poi vedere se Mosca desiderava una soluzione che le avrebbe imposto di fare le concessioni definitive, in termini di rinuncia agli atteggiamenti imperiali, in Bielorussia, Moldavia e Georgia, ad esempio, e di completa liberalizzazione economica. Il Paese non ha ancora un codice civile degno di questo nome, né un sistema bancario indipendente dallo Stato. Ha liberalizzato solo da pochissimo la proprietà dei suoli, che risaliva a norme ispirate da Pietro il Grande. E deve ancora entrare nel WTO, non perché non vuole, ma perché non ancora "eligible", per inadempienza su alcuni criteri fondamentali.

E poi occorreva verificare se la lobby euro-orientale in USA e nella NATO sarebbe stata disposta a sopportare il tappeto rosso al Quartier Generale di Evére per l'antico oppressore dei suoi popoli, prima dell'entrata formale nell'Alleanza di tutti i relativi Paesi, sette, che hanno quasi tutti le carte in regola. E che aspettano quel giorno con ansia, anche per mettersi definitivamente al riparo dalle periodiche oscillazioni ciclotimiche dell'orso russo, e dalla sempre possibile crisi della gestione Putin.

Infine, l'Irak e l'Iran sono sullo sfondo, e con essi i rapporti speciali che hanno sempre avuto con la Russia, prima e dopo la fine della Guerra fredda, come mette in evidenza il Wall Street Journal del 15 maggio. Un futuro, sempre più verosimile conflitto con Bagdad avrebbe potuto mettere in crisi un'alleanza troppo stretta e generalizzata. La questione è aggiornata al dopo Saddam.