Anno 2002

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Le ragioni della freddezza tedesca verso Bush e l'America

Andrea Tani, 27 maggio 2002

Il viaggio di Bush in Europa, il secondo della sua presidenza, rappresenta l'avvenimento diplomatico più importante della settimana. Come è noto, esso ha avuto inizio a Berlino, e non si è trattato di un facile esordio. Si è rivelato in tutta la sua complessità il nuovo e difficile rapporto fra la superpotenza del pianeta e la superpotenza, almeno economica, del continente europeo. Si tratta di una relazione inedita, che mette fine a uno stato di sudditanza durato oltre cinquanta anni e lo sostituisce con una condiscendenza indifferente da parte del partner più forte, alla quale corrisponde, sull'altro versante, qualcosa che assomiglia molto a un'autentica antipatia: geopolitica, culturale e ideologica. Condivisa peraltro da tutti gli strati della società tedesca. Una sorpresa, almeno per gli osservatori meno attenti. Anche se, come vedremo, potrebbe non rivelarsi tale ad un'attenta analisi. Un'occhiata ai commenti e alle dichiarazioni apparse sulla stampa estera di questa settimana può aiutare a inquadrare il clima che ha caratterizzato la visita e la percezione che se ne è avuta in ambito internazionale.

L'International Herald Tribune del 22 maggio esordisce in questo modo: "Quando George Bush è atterrato a Berlino nella sua prima missione in Germania da presidente (alla quale ha dedicato un tempo minore di quello di qualsiasi altra capitale, notiamo noi, che corrisponde peraltro ad una copertura molto inferiore dell'avvenimento, sui media americani, rispetto alla sosta in Russia) egli si potrà chiedere se sta visitando un alleato o un nemico". Il Wall Sreet Journal del 23 maggio scrive: "Il manifestarsi della rabbia (berlinese nei confronti di Bush), che si sta verificando dopo soli otto mesi dall'attacco terroristico di New York e Washington e dalle iniziali espressioni di sostegno tedesco agli US, si pone in stridente contrasto con le accoglienze cortesi e pacifiche alle visite dei leader cinese e russo avvenute nel frattempo, che si sono svolte senza incidenti."

Il Financial Times del 22 maggio titola: "Gli US perdono il loro posto speciale nel cuore dei berlinesi", ricordando il famoso "Ich bin ein Berliner" di John Kennedy nel '63, l'invito del 1987 di Reagan a Gorbaciov ad abbattere il Muro di Berlino, fatto proprio da questa città, e altri episodi. Tutti contrastano in modo netto con le dimostrazioni pubbliche e il distacco ufficiale con i quali è stato accolto Bush martedì 21 maggio. D'altra parte, lo stesso giornale cita una dichiarazione del coordinatore del ministero degli Esteri tedesco sui rapporti con gli Stati Uniti, Karsten Vougt, secondo il quale "le precedenti visite dei Presidenti americani a Berlino suscitarono grandi emozioni ma non servirono ad alterare sostanzialmente la relazione servile della Germania nei confronti degli Stati Uniti". Oggi tale relazione non è più tale, e ci vuole sempre tempo per configurare un nuovo e più corretto equilibrio. Senza contare che, come scrive altrove il giornale, "i politici possono fare poco per nascondere che Mosca, piuttosto che Berlino, rappresenta la destinazione chiave di questo viaggio di Bush".

Questa realtà non può certo inorgoglire i permalosi teutoni, che hanno sempre conteso alla Russia, nei secoli, la leadership continentale. Ieri in termini militari; oggi si dovrebbe dire in quelli economici se il mondo andasse come pareva dovesse andare. Siccome non è così, i termini rimangono tuttora militari, cioè nucleari e strategici, dato che la realtà contemporanea è tornata a configurarsi secondo equazioni di potenza bellica, dalle quali la Germania è esclusa (anche se non si fosse autoesclusa da sola, come va facendo) ma la Russia no. Anche se il suo PIL è una frazione di quello tedesco (inferiore a quello dell'Olanda, pare).

Tornando ai commenti della stampa internazionale, il Berliner Zeitung del 21 maggio si domanda: "Cosa è accaduto dallo scorso autunno? Quasi niente: O più esattamente, a differenza della comune percezione che tutto è cambiato dopo l'11 settembre, quasi ogni cosa è rimasta al suo posto. Invece di utilizzare la solidarietà internazionale che ha abbracciato il suo paese dopo tale evento, l'amministrazione Bush ha sfruttato l'opportunità per rinforzare l'egocentrica posizione di unica Superpotenza del pianeta". E ancora: "Mai un presidente degli Stati Uniti ci è stato così estraneo e mai i cittadini tedeschi sono stati così scettici sulle politiche del loro più potente alleato".

Su Le Monde del 21 maggio Patrick Jarreau parla di un "messianesimo americano" che "accusa gli europei di antisemitismo per squalificare il loro disaccordo con la politica di Bush" nei confronti della questione israelo-palestinese. "Le reciproche percezioni di Europa e Stati Uniti non sono mai state così deteriorate". François Heisbourg, un celebre e ascoltato guru della Fondazione di Ricerche Strategiche di Parigi, afferma che i tedeschi, come i francesi, si stanno chiedendo addirittura se non siano gli Stati Uniti ad essere diventati un "Rogue State", aggiungendo: "E' diffusa presso le rispettive opinioni pubbliche una grande preoccupazione per il modo con il quale gli americani si sbarazzano delle preoccupazioni di chi non la pensa come loro, siano pure i loro alleati".

A proposito del problema della lotta al terrorismo, cardine della politica del Bush del dopo 11 settembre, e obiettivo principale della collaborazione transatlantica, come afferma anche Mario Platero sul Sole 24 Ore del 23 maggio, l'Herald Tribune citato all'inizio sostiene anche che "i tedeschi non si sentono minacciati dall'Iraq e non si considerano in guerra con chicchessia (neanche con il terrorismo di Al Quaeda, nota l'estensore di queste note?)". Secondo il Wall Street Journal del 23 maggio, Peter Struck, un autorevole portavoce parlamentare del partito del cancelliere Schroeder ha affermato in televisione che "un'azione militare contro l'Iraq sarebbe ingiustificata fino a che non fosse dimostrato il legame fra il regime iracheno e il terrorismo", echeggiando una convinzione molto diffusa nei circoli governativi berlinesi. Anche lo sfidante conservatore del cancelliere Schroeder, Edmund Stoiber, ha dichiarato all'IHT (22 maggio) che "né lui né i tedeschi in generale vedono l'Iraq come un pericolo imminente, come ritiene Washington". Nonostante Condoleeza Rice, l'assistente alla sicurezza nazionale di Bush, abbia detto alla stessa televisione tedesca, lunedì 20 maggio, che "la Germania deve fare di più per isolare l'Iraq, e i suoi leader devono "educare" il loro pubblico, raccontando la storia di questo orrendo personaggio (Saddam Hussein) che ha cercato di acquisire terribili armi di distruzione di massa per tutta la sua vita".

Il Die Zeit del 21 maggio ha sintetizzato tutto ciò con una grande vignetta in prima pagina nella quale si vede un Bush cow boy con le gambe arcuate che entra nella porta di Brandeburgo come si entra in un saloon. A prescindere dalle posizioni unilaterali di Washington, dall'Iperpotenza solitaria, dall'Iraq, da Israele e tutto il resto, lo stesso presidente americano non è personalmente molto stimato e considerato in Germania. Secondo il Financial Times sopra citato, solo il 19% dei tedeschi hanno di lui un'opinione positiva, mentre il 50 % lo vede negativamente, una percentuale molto superiore a quella di altri europei. Sarebbe interessante capire il perché di questa differenza che, forse, più che spiegare qualcosa, è sintomatica della percezione che i tedeschi hanno del nuovo ruolo internazionale della Germania, di sé stessi e dei loro compagni di strada. Compreso l'antico protettore, oggi forse rivale strategico regionale.

Il discorso al Bundestag di Bush del 23 - letto in inglese e non declamato a braccio in un eccellente tedesco come aveva fatto Putin, suscitando la standing ovation dell'aula - non ha cambiato sostanzialmente questo quadro. Nonostante sia stato abile e in certi passaggi emotivamente coinvolgente. Particolarmente appropriato è apparso il leit motiv dell'intervento: "I buoni propositi possono dar conforto ma non danno sicurezza. Chiamatela una sfida strategica, chiamatelo, come faccio io, un Asse del Male, chiamatelo come volete, ma confrontiamoci con la verità. Se ignoriamo queste minacce, ci esponiamo al ricatto (ed è la prima volta che un leader americano del dopo 11 settembre esprime questa incontrovertibile verità, tutt'altro che messa in evidenza nelle declamazioni un po' enfatiche di questi mesi) ed esponiamo a un grave pericolo milioni di nostri concittadini".

Anche il richiamo alla diversa valutazione dell'abbandono del trattato AMB fra le due sponde dell'Atlantico è apparso quanto mai centrato: "Qualcuno diceva che (esso) avrebbe portato a una nuova corsa al riarmo nucleare: ebbene, abbiamo abbandonato l'ABM e domani sarò a Mosca per firmare un accordo che ridurrà per due terzi l'arsenale nucleare di entrambe le Superpotenze".

Nessuna standing ovation, tuttavia, da parte di un'assemblea attenta ma non coinvolta, nella quale, curiosamente, molti parlamentari della dotta Germania, sede della più antica "Kultur" europea, ascoltavano con la cuffia della traduzione simultanea le semplici e scandite frasi del Presidente americano. Forse a rimarcare le difficoltà di comprensione del messaggio. Alla fine, il presidente del Bundestag ha ringraziato l'America per l'aiuto ricevuto in occasione della riunificazione ma, come dice Marco Platero sul Sole 24 Ore del 24 maggio, "ha anche preso le distanze dal preteso unilateralismo americano e ha riaffermato molte delle posizioni europee su cui restano divergenze con gli USA e che il presidente americano nel suo discorso ha cercato di superare, quanto meno sul piano dei valori comuni di democrazia e di libertà."

In sintesi, la missione di Bush in Germania ha messo in evidenza, più di ogni altra cosa, una diffusa e profonda freddezza tedesca, a tutti i livelli, nei confronti della visione della realtà contemporanea della quale la presente Amministrazione statunitense è portatrice. Siccome tutto si può dire della stessa amministrazione tranne che non sia in sintonia con gli umori profondi dell'America, si potrebbe trarre la conclusione che la Germania di oggi - un Paese del quale si crede di sapere tutto ma la cui vera natura è in realtà abbastanza involuta e oscura - esprime un dissenso organico e articolato con quello che oggi rappresenta la Repubblica stellata. Dissenso che probabilmente oggi è libera di manifestare, ma che affonda le sue radici in un passato non vicinissimo.

La prospettiva storica potrebbe aiutare a focalizzarlo meglio. Nel secolo XX la Germania si è lungamente contrapposta agli Stati Uniti, più intensamente e duramente di qualsiasi altro competitore. Trenta anni e forse più, per il Paese nel suo complesso. Quasi ottanta per un terzo di esso, quello che è passato da Guglielmo II a Hitler alla DDR quasi senza soluzione di continuità. Il cuore ideologico e il catalizzatore della riunificazione tedesca del 1870, peraltro, l'erede della Prussia e del Brandemburgo, la patria di re, imperatori e junker, di Bismark e di Kant.

Il contrasto ebbe inizio nella Prima Guerra Mondiale che fu combattuta anche perché lo Stato Maggiore Imperiale aveva preconizzato - come risulta chiaramente dall'eccellente saggio La verità taciuta di Niall Fergusson, pubblicato dalla Casa Editrice "Il Cobaccio" - che di lì a pochi anni il vero nemico planetario della Germania sarebbero diventati gli Stati Uniti, l'unico Paese dalle risorse, dimensioni e determinazione idonee a sbarrare la strada alle ambizioni germaniche. Oppure, secondo altre interpretazioni, a dar corpo alle ansie paranoiche del II Reich.

La Germania approfittò di Sarajevo per cercare di acquisire l'indispensabile e propedeutica egemonia continentale. Occorreva innanzitutto battere i nemici continentali - Francia e Russia - prima che il loro riarmo rovesciasse l'equilibrio militare europeo a sfavore degli Imperi Centrali. L'entrata in guerra della Gran Bretagna (evocata da molti come vero obiettivo dell'entourage imperiale) fu nient'altro che un incidente di percorso: Guglielmo era il nipote della regina Vittoria e aveva ammirazione e considerazione per i cugini britannici, che avrebbe voluto come alleati in Europa e nel mondo contro l'idra franco-russa e, in seguito, americana. Non tutti ricordano che il Regno Unito e gli Stati Uniti avevano antipatizzato per tutto il secolo XIX, ed erano stati ad un passo dalla guerra varie volte; solo pochi anni prima, per una questione legata ai Caraibi.

Anche nella Seconda Guerra Mondiale i tedeschi e gli americani avevano sin dall'inizio individuato gli uni negli altri i loro nemici, preconizzando uno scontro inevitabile, quando fosse risultato più opportuno a ciascun schieramento. Roosevelt andò immediatamente in soccorso di un Regno Unito in gravi difficoltà non solo per solidarietà anglosassone e per contrastare una minaccia mortale per il sistema democratico (contro il parere del suo ambasciatore alla corte di San Giacomo Joseph Kennedy, padre del futuro Presidente), ma perché vedeva nel blocco europeo aggregato dall'aggressione hitleriana un terribile avversario per le ambizioni globali degli Stati Uniti. Queste erano state esplicitate in modo chiarissimo, trenta anni prima, da un suo cugino, il troppo obliato (ma non nel suo Paese) Theodore Roosevelt, l'ideologo più consapevole e lucido di quella Repubblica Imperiale che si stava delineando dopo la colonizzazione del "Wild West".

Franklin Delano, il suo emulo e successore ideale, cercò di utilizzare i rifornimenti che il suo Paese forniva alla Gran Bretagna nei primi anni del conflitto per mettere in piedi un armamentario normativo e operativo che aveva come obiettivo strategico quello di indurre la Germania ad attaccare le FFAA americane, forzando così il suo Paese ad uscire dall'incrollabile isolazionismo nel quale la Depressione del '29 lo aveva confinato. La legge "Lend-Lease", le procedure "Cash and Carry", la dichiarazione dell' "Arsenale delle Democrazie", la cessione alle Forze Armate britanniche di cinquanta cacciatorpediniere e centinaia di aerei e tank in pochi mesi, i vari blocchi navali imposti dalla Marina Americana nell'Atlantico occidentale a partire dai primi mesi del 1941, la scorta ai convogli inglesi, l'attacco deliberato e non provocato, da parte delle unità della US Navy, a tutti i sommergibili dell'Asse che fossero stati scoperti a ponente della mezzeria dell'Atlantico, prima dell'entrata in guerra, in aperta violazione di qualsiasi legge o trattato internazionale etc.: sono tutti esempi di tale politica.

Essa non ebbe successo (o forse non fece a tempo ad aver successo) solo perché una analoga pressione operata nei confronti dell'altro alleato maggiore dell'Asse, il Giappone, cioè il congelamento dei capitali nipponici nelle banche statunitensi e il blocco delle forniture di petrolio, determinò Pearl Harbour, seguito dalle avventate, anche se prevedibili, dichiarazioni di guerra di Italia e Germania agli Stati Uniti, avvenute a sei ore di distanza, nell'ordine sopradescritto. Esempio folle di emulazione che vide il vertice italiano di allora sconsideratamente vincente.

Durante il conflitto gli americani applicarono contro la Germania tutta l'energia indispensabile per fiaccarne la formidabile fibra, con tutte le durezze che ne conseguirono. I bombardieri basati in Inghilterra e, dopo l'8 settembre '43, in Italia meridionale martellarono le città tedesche senza fare molte distinzioni fra obiettivi militari e civili, e le rasero al suolo quasi tutte. "Guerra totale", si definì, secondo i dettami delle dittature nazifasciste che l'avevano scatenata, e tale fu. I bombardamenti furono pubblicamente definiti "terroristici" dagli stessi generali angloamericani che li conducevano, peraltro ampliando e portando alle estreme conseguenze le tecniche di distruzione dei centri abitati messe a punto dai tedeschi a Guernica, Varsavia, Amsterdam, Coventry, Belgrado, Kiev. Le perdite dei civili tedeschi oscillarono, secondo le diverse valutazioni, da uno a due milioni di vittime. Gente vera, non militari o SS, che periva in modo orrendo, smembrata, sepolta viva, bruciata dalle bombe al fosforo e gettata nel Reno dai propri familiari per non farla soffrire, come mi raccontò una anziana signora tedesca a proposito di quello che aveva visto fare ad alcune madri. Tutto ciò avveniva a volte senza alcuna ragione valida, come in occasione del bombardamento di Dresda, una città d'arte senza valore militare, nel quale perirono centotrentamila persone. Si può immaginare il carico di lutti e di risentimenti che tali disastri ingenerarono nel cuore dei tedeschi, i quali, come ogni altro popolo, sono sempre più sensibili ai propri guai che a quegli altrui, magari da loro stessi procacciati.

Nell'immediato dopoguerra vi furono anche altri episodi, poco chiari e poco chiariti, che non contribuirono alla riappacificazione completa e sincera fra tedeschi e americani, al di là dell'iconografia propagandistica successiva. Il principale di esso fu la vicenda dell'altissima mortalità che si sviluppò nei campi di prigionia americani dove erano rinchiusi i prigionieri delle SS, all'indomani della scoperta delle efferatezze naziste nei Lager dell'Europa orientale, nel '45-'46. La verità tarda a venire a galla ed è forse troppo imbarazzante, senza contare che i libri di storia li scrivono i vincitori. Sono usciti alcuni libri e qualche documentario televisivo, trasmesso ad ore inconsuete. Non è escluso che si sia trattato delle conseguenze di una dieta troppo povera (meno di 800 calorie) alla quale erano stati sottoposti i detenuti, su direttiva dei comandi militari americani in Germania. Il livello dell'iniziativa non è stato rivelato, o almeno non è stata fatta molta pubblicità. I decessi, pare, furono varie decine di migliaia, forse più. Anche se la cronaca ufficiale non si sofferma troppo su tali eventi, che appartengono ad una fase convulsa e confusa della vicenda europea, è certo che coloro che ne hanno subito le conseguenze non hanno dimenticato, e con loro amici e parenti. Anche con la censura auto o eteroimposta il "tam tam" funziona.

Il resto - l'iconografia eroica della Guerra Fredda nella Nazione che ne ha costituito il simbolo - è storia recente. L'America che salva la Germania dalla distruzione, dalla fame, dalle orde sovietiche, e aiuta la ripresa con quel capolavoro di lungimiranza e di innovazione - prima di tutto culturale - che fu il Piano Marshall. Oggi è un classico che si studia sui testi di economia, ma al momento si collocò trenta anni avanti a tutto quello che le rapaci e vendicative potenze vincitrici erano state capaci di escogitare fino ad allora: riparazioni, danni di guerra, Versailles, etc. Il Piano Marshall e il ponte aereo del Blocco di Berlino da parte delle aviazioni alleate rappresentarono l'epitome dell'epopea tedesca, che fu tale soprattutto per i popoli anglosassoni impegnati in una lotta mortale con Stalin, ma non altrettanto per il popolo germanico, completamente prostrato e annichilito. Anche se questo apprezzò, al momento, l'aiuto alleato e l'autentico salvataggio dei berlinesi che il ponte aereo rappresentò, fu profondamente umiliato da quello che essi significavano. Entrambi gli episodi fornivano la misura della rovina della più formidabile e orgogliosa potenza europea, che aveva un tempo sfiorato lo scettro mondiale. Tutto il periodo fu metabolizzato dalla psiche del suo popolo tedesco come l'effetto di un'apocalisse, della quale esso non si è mai sentito completamente responsabile, al di là dei tentativi incessanti dei vincitori di colpevolizzarlo.

In modo analogo, anche se non così drammatico, fu metabolizzata l'egemonia culturale americana, che si impose durante la Guerra Fredda, negli anni della massiccia occupazione alleata e della successiva immanenza pervasiva della VII Armata. Presente quest'ultima con tutte le sue servitù militari, l'extraterritorialità di larghe parti della Repubblica Federale, le cittadelle in stile Fort Worth accanto agli austeri borghi medioevali, l'inevitabile arroganza di un esercito dominatore, i sorvoli a bassa quota, la non competenza della giurisdizione tedesca sui soldati americani accusati di reati contro la popolazione, etc. Oltre a snaturare l'animus più profondo dell'antica civiltà germanica, la straripante influenza US contribuì a diffondere in Germania e nel mondo, attraverso i mezzi di comunicazione di massa (in primo luogo il cinema), lo stereotipo del tedesco cattivo e arrogante, stupido e crudele che era stato salvato dalla sua maligna natura dal bonario e solare yankee, il quale aveva contemporaneamente liberato l'Europa dal suo tallone in un magnanimo e disinteressato afflato di palingenesi. I tedeschi, o almeno quelli dell'ovest che furono sottoposti a questo trattamento, inghiottirono questo e altri rospi e si rassegnarono disciplinatamente ad americanizzarsi - anche se non si sa quanto questo processo incise in profondità. Sperando forse che un giorno avrebbero potuto ricollocare le "loro" verità in una diversa (e per loro più giusta) prospettiva.

Questo per quanto riguarda i due terzi occidentali del Paese. Il terzo orientale ovviamente non si americanizzò affatto (allora) ma fu imbevuto di un antiamericanismo ancor più viscerale di quanto fosse successo all'effimero III Reich. Questa componente ideologica rimase in collegamento subliminale con i filoni sociopolitici che all'ovest resistevano maggiormente all'omologazione liberal-capitalista, dando luogo a fenomeni aperti e clandestini di sovversione e di vera e propria lotta armata contro la collocazione occidentale della Repubblica Federale. Anche se le forme più eversive e violente di tali movimenti furono stroncati dopo l'ondata terroristica che avevano suscitato, rimase uno zoccolo duro di oppositori al modello americano e occidentale - verdi, sessantottini, extraparlamentari, estremisti della SPD, cryptocomunisti, residui della Frazione dell'Armata Rossa etc. Essi avevano precise corrispondenze all'opposto dello schieramento politico, per quanto riguardava lo specifico aspetto dalla resistenza all'omologazione americana, presso le correnti più tradizionaliste della cultura tedesca e i residui delle nostalgie naziste e imperiali. Uno strano e improbabile miscuglio, che sarebbe venuto a maturazione più tardi, anche se non in modo esplicito.

La Guerra fredda riuscì a tenere celate e largamente sotto controllo queste pulsioni, ma con il crollo del Muro e la riunificazione si allentò quasi del tutto l'autocensura e la necessità di mostrare al nemico sovietico un fronte compatto e omogeneo. Le diverse componenti di antiamericanismo, occidentali e orientali, finirono per saldarsi, anche se non in modo clamoroso e inizialmente consapevole. Il brodo di cultura della nuova nazione, il V° Reich, se si vuole, le ha amalgamate con tutti gli altri ingredienti della recente vicenda tedesca in un modo che non è ancora chiaro, ma che pare non andare nella direzione preconizzata dagli addetti ai lavori. Dopo la riunificazione si presentavano infatti tre ipotesi di configurazione del nuovo stato:
- quella di una Repubblica Federale iperatlantica, partner privilegiato degli Stati Uniti e legato ad essi da "relazioni speciali" sul tipo di quelle che questi avevano mantenuto con il Regno Unito nella Guerra Fredda;
- un ruolo da "Acropoli dell'Europa", in tandem carolingio con i lontani (e nucleari) cugini francesi;
- la riassunzione di una quasi completa indipendenza dai gravami collettivi, riprendendo il proprio posto fra le Grandi Potenze, con tutti gli orpelli del caso: seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, forze armate degne di questo nome (e delle tradizioni del popolo più guerriero d'Europa), e zona di influenza commisurata al dinamismo e alle dimensioni della sua economia. Comprendente, oltre alla cintura di satelliti europei, anche il gigante malato dell'est, quella Russia e altri resti sovietici che le generose iniezioni di prestiti in marchi avevano salvato dalla bancarotta.

Tutte le ipotesi sono state tentate in modo un po' scoordinato, apparentemente senza una strategia precisa, anche perché è mancato un Bismark al momento giusto. Khol, che non lo è mai stato ma aveva provato ad impostare una visione di largo respiro, ha fatto del suo meglio ma è caduto troppo presto. Alla fine, nessuna delle opzioni sovrariportate ha prevalso. Qualcuna è definitivamente tramontata. Per prima quella dei rapporti speciali con gli Stati Uniti (la missione di Bush Jr. ha dimostrato quanto) che ad un certo punto Bush Sr. ed anche il primo Clinton avevano fatto intravedere. Gli Stati Uniti hanno molto chiare le potenzialità dei loro diretti concorrenti, effettivi o in fieri, e sarebbero stati folli a favorire la crescita di quelli che considerano più intraprendenti. La Germania è stato l'unico avversario che ha messo in seria difficoltà, su scala planetaria, il gigante nordamericano e lo ha fatto proprio sul suo piano favorito, quello della superiorità tecnologica e militare. In due settori cruciali, nucleare e spaziale, gli Stati Uniti devono addirittura la loro attuale supremazia alla scienza tedesca. Alla fisica ebraica formata in Germania ed emigrata a Los Alamos il primo, e alla scuola di Von Braun catturata come preda di guerra il secondo. L'industria tedesca è tuttora la meno americanizzata e penetrata dal capitale di Wall Street, nonostante i quarantacinque anni di quasi occupazione che ha dovuto subire. I due paesi competono con prodotti e tecnologie su tutti i mercati del mondo. E' l'Europa "tedesca" che gli americani temono, non quella dei burocrati di Bruxelles.

La missione di Bush di questa settimana consacra anche il fallimento di parte della terza strategia, quella della partnership con la Russia. Dovendo essere sottomessi ad una egemonia - ha pensato Putin e prima di lui Yeltsin - meglio scegliere quella del vero Sovrano. Questi, dal canto suo, ha mostrato di apprezzare l'apparato militare, la profondità territoriale e le risorse energetiche del gigante eurasiatico più di qualsiasi altra cosa. Berlino non aveva niente di comparabile da offrire.

Alla Germania rimane un'ipotesi e mezzo, quella di fare il motore dell'Europa e di riprendersi un po' di indipendenza, senza illusioni e cercando spazi liberi che non ingenerino sospetti e non evochino spettri passati. Ma per percorrere nuove vie serve, ad un popolo così ideologico come quello tedesco, una nuova ideologia fondante. Presto trovata, nell'armamentario di quel confuso miscuglio che ha resistito all'omologazione americana del quale abbiamo parlato.

La Patria Tedesca ha scoperto la via dell'utopia. Invece della nuova potenza classica, tecnologica, ipercapitalistica, neo-egemonica che i più avevano previsto, sta forse sorgendo una comunità nazionale che ha fatto del solidarismo, della cogestione, del regionalismo, della protezione delle specificità, della compartecipazione e della compattezza sociale - ovvero della bontà e del buonismo idealizzati - le sue fonti di ispirazione. La Germania vuole vivere e far vivere al meglio, portando alle estreme conseguenze le dottrine compassionevoli che sono scaturite dal suo seno nel corso della storia (insieme peraltro all'aggressività più implacabile, che ora è messa da parte). L'unica missione che vale la pena di perseguire è, secondo tale prospettiva, migliorare le sorti del genere umano, cominciando dai propri cittadini. La strategia militare non ha alcun posto in tale concezione, salvo come imbarazzante polizza d'assicurazione verso un presente minaccioso che è tale perché inconsapevole e ignorante, ma meritevole di redenzione.

Tutto ciò non potrebbe essere più lontano al dinamico e pragmatico darwinismo globalista, ipertecnologico e meritocratico dell'altra parte dell'Atlantico, che sente sulle sue spalle il gravame della responsabilità di evitare che il mondo non sprofondi nel caos e nell'impazzimento. Conscia del fatto che, per riprendere l'espressione di Bush, i buoni propositi danno conforto ma non assicurano quella sicurezza della quale la comunità internazionale ha disperatamente bisogno prima di ogni cosa.

Si tratta di concezioni antitetiche che finiscono per caricare di una sana e reciproca antipatia ideologica a sfondo eticheggiante la preesistente rivalità tedesco-americana. Entrambe potrebbero spiegare, almeno in parte, i quesiti sulla visita di Bush dai quali siamo partiti.