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| Anno 2002 | |
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Mentre l'attenzione di tutti i media e dell'opinione pubblica internazionale era focalizzata sulla missione europea del presidente Bush e sull'avvicinamento Russia-Nato, negli Stati Uniti è esplosa una polemica abbastanza clamorosa, della quale è stata data piena evidenza in un articolo di William Pfaff sull'International Herald Tribune del 30 maggio. L'influente columnist, una delle voci più autorevoli del giornalismo americano, ha parlato di una simbolica "rivolta dei generali" contro l'establishment civile del Pentagono a proposito delle strategie da adottare, e da non adottare, contro l'Iraq. La rivolta si sarebbe manifestata mentre Bush era in Europa, attraverso una campagna di stampa ispirata dal Joint Chief of Staff (JCS), il Comitato dei Capi di Stato Maggiore delle FFAA americane, che ha interessato le principali testate americane.
L'esposizione mediatica di una questione tanto delicata corrisponde ad una consuetudine lobbistica da parte dei vari gruppi di pressione, piuttosto radicata nel sistema decisionale statunitense. Tale consuetudine costituisce uno dei pilastri della trasparenza democratica dello stesso sistema, e i militari non sono mai stati estranei ad essa. Basti ricordare le diatribe fra l'ammiraglio Nimitz e il generale Mac Arthur durante la Guerra del Pacifico, dibattute apertamente sui giornali, o la "rivolta degli ammiragli" del 1948, oppure il braccio di ferro fra il presidente Truman e lo stesso Mac Arthur durante la guerra di Corea, che si concluse con la defenestrazione di quest'ultimo, seguita dall'onore delle armi di un suo discorso al Congresso nel quale il vecchio soldato si inchinò nobilmente al primato del potere civile nella condotta del conflitto. Queste battaglie pubbliche sono un segno della vitalità del dibattito politico statunitense e del ruolo decisivo dell'opinione pubblica nelle grandi scelte nazionali. Non esprimono connotazioni autoritarie, che si verificano invece dove i generali non parlano affatto, come nelle dittature ideologiche, o dove parlano solo loro, come nei regimi militari golpisti. La vicenda descritta da Pfaff non appartiene certo a queste categorie. Intorno al 27-28 maggio sono apparsi in grande evidenza, su USA Today, Washington Post, International Herald Tribune e Wall Street Journal, numerosi articoli che riferivano di un importante briefing al quale il Presidente sarebbe stato sottoposto dai suoi capi di Stato Maggiore all'inizio del mese. In esso sarebbero state esposte le conclusioni di una complessa attività di analisi e pianificazione svolta dal Pentagono in merito alle opzioni militari possibili per una campagna contro l'Iraq. Tali conclusioni sono state piuttosto nette e univoche: un attacco decisivo non potrebbe che configurarsi come una riedizione di Desert Storm del '91, con qualche alleggerimento consentito dalle nuove tecnologie militari sviluppate nel frattempo e dall'indebolimento che l'esercito iracheno ha subito in virtù dell'embargo e delle no-fly zone imposte dalle aviazioni angloamericane. Si sarebbero fatti anche dei numeri, e piuttosto pesanti: un corpo di spedizione di 250.000 uomini, un migliaio di aeroplani, vari gruppi da battaglia di portaerei, un agguerrito dispositivo di difesa biologica e chimica. Sei mesi, come minimo, per ammassare le forze necessarie, con l'impiego di gran parete delle risorse da trasporto e logistiche delle Forze armate statunitensi. Qualcosa di assai diverso da Enduring Freedom. Una Desert Storm "Lite", come è stata definita. Le ipotesi che erano circolate negli scorsi mesi - delle quali abbiamo riferito da queste pagine - relative ad una configurazione "afgana" dell'offensiva, con forze aeree che avrebbero spazzato i dispositivi militari iracheni con l'assistenza di commandos e marines sul terreno, meno di diecimila uomini, e una qualche fantomatica "Alleanza di dissidenti", del sud o del nord, che avrebbero occupato fisicamente il Paese ripulendolo dalle briciole della Guardia Repubblicana, sono risultate del tutto impraticabili. Esse erano state proposte e attivamente sponsorizzate dalla citata ala civile del Pentagono, soprattutto dal Sottosegretario alla Difesa Wolfowitz, ed erano conosciute come Piano Downing, dal nome del generale a riposo Wayne Downing che è il responsabile per l'antiterrorismo del Consiglio di Sicurezza Nazionale (il Segretario Rumsfeld è rimasto fuori dalla diatriba, in una posizione super partes). I motivi della bocciatura sono diversi. Alcuni si riferiscono alla peculiarità del teatro iracheno rispetto a quello afgano. Altri sono di tipo tecnico-logistico, legati alla disponibilità di particolari armi considerate ormai indispensabili. Gli ultimi, ma forse i più importanti, riguardano l'ineludibile geopolitica della regione, che non è stata modificata né dall'11 settembre né da Enduring Freedom. Vediamo qualche dettaglio, cominciando dal teatro. Saddam dispone di un esercito che è sempre il più forte del Medio Oriente, se si esclude naturalmente quello israeliano, nonostante Desert Storm e le No Fly Zone. Da un certo punto di vista è più forte oggi che nel '91, quando era pervaso da una protervia suicida che portò molte delle sue unità a calcinare al sole del deserto, inchiodate senza protezione e scampo dai micidiali attacchi dell'USAF. La lezione è stata imparata, e si può essere certi che in un futuro conflitto nessuna unità irachena si farà trovare nella stessa situazione, in piena visibilità ed esposizione. Le divisioni irachene sono pronte a sfruttare le poche vere debolezze dell'esercito americano: la scarsa familiarità nei combattimenti urbani e l'ancor meno disponibilità a sostenerne le inevitabili e cospicue perdite. Proprie e anche "collaterali", cioè civili, secondo i dettami della "Guerra a Zero Morti" di Luttwak (o "Post Eroica" di Jean). Anche se sono poche, non si tratta di debolezze di poco conto. Se le Guardie Repubblicane, o anche semplici reparti di coscritti, si mescolassero alla popolazioni civili nei grandi centri abitati del Paese, Baghdad in primo luogo, occorrerebbe stanarle con gli stessi eterni metodi dei combattimenti urbani di Stalingrado e di Varsavia, di Hué e di Gerusalemme nel '67. La tecnologia non avrebbe una grande importanza, e neanche il dominio dei cieli. La avrebbe la durezza e la spietatezza di combattenti (in gran numero, non poche centinaia di incursori), doti, entrambi che i soldati americani hanno perso o non si possono permettere. Entrambe postulano un pelo sullo stomaco che nessuna opinione pubblica occidentale - esposta al disfattismo massmediatico di televisioni e reti varie, le vere inconsapevoli quinte colonne delle società avanzate di oggi - riesce più a tollerare. E ancora. Saddam dispone di ingenti riserve di armi chimiche e batteriologiche. Ed è pronto ad usarle, come ha fatto nei confronti dei suoi stessi sudditi una quindicina di anni or sono. Si dice che il famoso arresto dell'offensiva angloamericana sulla via di Baghdad del '91 sia stato provocato, oltre che dalla volontà di Bush Sr. di contentarsi del risultato principale - la liberazione del Kuwait - dalla minaccia irachena di impiego di armi B-C se gli alleati avessero insistito nella loro avanzata e nel tentativo di far cadere il dittatore con la forza. L'ipotesi è del tutto plausibile, anche in relazione a quello che è saltato fuori dopo le ispezioni dell'ONU e all'effettivo impiego di centinaia di missili Scud a testa (provvisoriamente) convenzionale contro Israele e l'Arabia Saudita, causa di cospicue perdite di soldati statunitensi. Se si pensa ai problemi che ha provocato negli USA e in Gran Bretagna la cosiddetta "sindrome del Golfo", provocata pare dall'esplosione di un deposito di armi chimiche causata per errore da parte dei genieri dell'US Army, e strumentalizzata dalle compagnie di assicurazioni anglosassoni, si può immaginare le conseguenze di un vero attacco batteriologico o chimico. Sulla stampa americana compaiono già terrorizzanti inviti a vaccinare tutta la popolazione americana contro il vaiolo, nel caso si dia l'avvio ad una campagna contro Saddam ("Vaccinate against smallpox before attacking Iraq" di Leonard Spector, IHT del 29 maggio), e gli iracheni sono consapevoli di questa vulnerabilità emotiva (e non solo). Verso la metà di maggio il rais ha riconosciuto, in pratica, di avere in corso di sviluppo armi chimiche e altro, visitando platealmente il centro atomico di Fahama, vicino a Baghdad e altri stabilimenti della lista nera dell'ONU. In un momento di possibile abolizione dell'embargo e ripresa dei negoziati con le Nazioni Unite non si è trattato certo di un segnale di pacificazione. Se lo ha fatto è per aggiungere credibilità alle sue minacce. Veniamo alle altre obiezioni del JCS ad una guerra "afgana", quelle tecniche e logistiche. Una per tutte: il tasso di armi intelligenti (o precise) dei conflitti moderni è superiore al 60% del totale. Per Enduring Freedom si è arrivati quasi al 90%. Non si può fare altrimenti; tutto il sistema americano di fare la guerra si basa sulla precisione del fuoco, soprattutto aereo. L'Afghanistan ha fortemente intaccato le scorte di tali armi, soprattutto quella degli onnipresenti missili "Hellfire" che vengono impiegati da diversi mezzi attaccanti (anche non pilotati, come i Predator della CIA) contro un'estrema varietà di bersagli. Secondo le rivelazioni degli alti gradi militari nella campagna di stampa alla quale abbiamo fatto cenno, occorrono sei mesi al minimo per reintegrare le disponibilità totale delle FFAA statunitensi, e anche più, se si considera che i bersagli iracheni sono certamente molti di più di quelli talebani. La tecnologia militare è una cosa magnifica per vincere le guerre, ma affidarsi esclusivamente ad essa espone a rischi evidenti. Non si può seppellire il nemico sotto una valanga di fuoco se non si dispone della suddetta valanga ed egli non "collabora", ad esempio esponendosi senza protezione in pieno deserto. Cosa che nessun professionista fa più, come risulta ad esempio dall'analisi della campagna del Kossovo. Una guerra solo tecnologica contro l'Iraq non è pensabile, anche a prescindere dalla considerazioni già fatte, prima di aver accumulato il munizionamento intelligente necessario, a costi iperbolici. Ci vogliono anni. Continuano ad essere perciò indispensabili i tradizionali dispositivi convenzionali di questi casi, che devono fare gran parte del lavoro meno impegnativo sul piano dell'impervietà della minaccia ma certamente più oneroso su quello del logorio e della durata temporale. La geopolitica, infine. O più semplicemente la geografia e la demografia. L'Iraq può anche essere battuto e invaso, erogando lo sforzo che il Pentagono ha delineato, se si ha il coraggio e la determinazione di farlo. Ma il beneficiario principale sarebbe certamente l'Iran, l'altro partner del cosiddetto Asse del Male, che ha altri numeri, altre potenzialità, altri appoggi internazionali e altro spessore. Si riproporrebbe, come nell''87 e nel '91, il problema di un'egemonia antioccidentale nel Golfo e sulla giugulare del petrolio, ma su scala molto più vasta. Le contromisure possibili sarebbero solo quelle di un appeasement "all'europea", alle condizioni di Teheran. Un conflitto armato con un colosso come l'Iran sarebbe una guerra vera, non un "peace enforcing". Non parliamo di un'invasione territoriale, assolutamente improponibile, a parte le conseguenze internazionali e la frattura che determinerebbe fra gli Stati Uniti e i suoi alleati, Unione europea, Giappone e Russia. L'antico Impero dei Parti (o Il-Khan, Persia, Iran) fu una delle massime realizzazioni politiche della civiltà umana, al pari delle grandi aree storiche, la Cina, l'India, gli Imperi Romani e quello Ottomano, l'Europa, la Russia, gli Stati Uniti. Il mondo arabo e musulmano è stato modellato su quello persiano, ne ha adottato le leggi, gli stilemi culturali, la scrittura, i metodi amministrativi, anche se non ha mai raggiunto la sua coesione e la sua continuità storica. Il nostro tempo è stato troppo influenzato dalle immagini dello Scià Reza Palhevi e di Soraya per comprendere a pieno questa realtà. L'Iran di Khomeini e la sua potente drammaticità, e gli sconvolgimenti epocali che ha provocato - umiliando la Superpotenza americana come nessuno aveva fatto e rimanendo ancora impunito - sono molto più in linea con il passato e, probabilmente, il futuro del Paese. E' più verosimile che si faccia normalizzare dall'egemonia statunitense una Russia che un Iran, che ha una scorza almeno altrettanto dura del suo terribile carattere. E poi, come ha scritto l'IHT in uno degli articoli citati, Saddam Hussein è apparso invecchiato e indebolito, negli ultimi tempi. Il tempo passa anche per lui, e impone il tributo dell'appannamento delle aggressività e delle arroganze. Forse è malato, come si dice, e certamente se la cosa fosse vera Washington avrebbe ben chiari i dettagli delle cartelle cliniche, se non altro perché tutti gli specialisti di ogni patologia sono occidentali. Perché tirare la volata agli ajatollah o a qualche giovane e aggressivo generale iracheno in lievitazione di carisma, ancora più spietato del Rais, e non sopportare ancora per un po' il vecchio sciacallo del deserto, sempre più sdentato e indebolito, un altro Assad ultima maniera? Costruendo magari con pazienza e il necessario tempo un'opposizione credibile, in esilio e all'interno? Per controllare il tanto evocato sviluppo delle armi di distruzione di massa non è sempre indispensabile scatenare guerre epocali. Come hanno dimostrato gli israeliani nell'84 proprio nei confronti delle prime ambizioni atomiche di Saddam, bastano un bombardiere stealth o una pattuglia di commandos che facciano saltare, al momento giusto, "quel" determinato e critico sito nucleare o biochimico. Analisi Difesa (www.analisidifesa.it), in un articolo del numero di maggio non firmato e apparentemente bene informato, parla di una strana esplosione verificatasi la notte del 24 marzo scorso nell'arsenale militare di Homs, in Siria, dove si costruiscono missili balistici e viene sviluppato il gas nervino VX. Nessuno ne ha rivendicato la paternità, ma nessun rapporto diplomatico è stato rotto. Damasco continua a sedere nel Consiglio di sicurezza dell'ONU. Il messaggio è stato recepito. L'inconsueto svilupparsi giornalistico del dibattito strategico statunitense sull'opzione Iraq ha avuto anche una stizzita replica, presumibilmente pro-Wolfowitz, sul Wall Street Journal del 30 maggio, dall'esplicito titolo "America 's ready to fight Iraq". E' stata fatta anche l'ipotesi che essa rappresenti nel suo complesso una manovra di controinformazione. Il Pentagono o la CIA cercherebbero di indurre Saddam a fare ancora una volta un passo falso, come la non accettazione delle ispezioni dell'ONU o la rottura definitiva del negoziato, in modo da offrire il pretesto per un intervento americano. L'ipotesi è suggestiva e tutto è possibile, anche se a volte troppa dietrologia risulta fuorviante, soprattutto se gli avvenimenti che vorrebbe spiegare sono così attentamente scrutati. L'Iraq di oggi non è quello del '90. Al di là delle polemiche giornalistiche più o meno pilotate, la sola cosa che sembra certa è l'affermarsi, nelle stanze del potere washingtoniano, di una linea più prudente e meno dettata dall'emotività (o dalla necessità di offrire capri espiatori alla propria opinione pubblica sconvolta dall'11 Settembre). Gli argomenti in suo favore sono molto solidi, e hanno a che fare con la presa di coscienza delle limitazioni degli Stati Uniti e delle loro vulnerabilità, che non si limitano alla certezza di futuri devastanti attacchi terroristici. L'Iperpotenza dispone di una forza enorme che però non può dispiegare in condizioni ordinarie, cioè in assenza di un pericolo imminente o di un'emozione collettiva che faccia superare tutte le restrizioni, senza determinare una caduta dei suoi valori fondamentali. Quello che potrebbe e dovrebbe fare, in alternativa - impiegare selettivamente e intelligentemente la sua forza scendendo sul terreno e setacciando con pignoleria il grano dall'oglio, come fa Tsahal nei campi palestinesi - non è in grado di farlo per una specie di pusillanimità acquisita che sta interessando tutte le società occidentali (ad eccezione della piccola e peculiare Israele, non si sa per quanto, peraltro…), e che forse è collegata indissolubilmente col grado di progresso materiale e di regresso spirituale raggiunto dalle stesse. Tale processo è ineluttabile e irreversibile, e non ha vincitori e vinti. E' un fatto. Deriva soprattutto dalla consapevolezza del troppo da perdere e del niente da guadagnare che hanno raggiunto gli occidentali riguardo alla morte in battaglia. Quella propria ma anche quella degli altri, che suscita sensi di colpa e compassioni insopprimibili. Tale consapevolezza contrasta in modo drammatico con quelle di altre culture caratterizzate da una percezione disperata sugli aspetti materiali dell'esistenza umana. Darsi da fare senza molta convinzione per una vita passabilmente accettabile su questa terra è cosa ben diversa dal battersi con ferocia per una felicità infinita ed eterna che raddrizzerà altrove i gravami di un vita miseranda oltre ogni immaginazione. Se fosse veramente così e non si riuscisse a normalizzare tutti, gli "have" e gli "have not", su una comune aspettativa di un'esistenza passabilmente accettabile su questa terra, c'è da chiedersi quale sarà il futuro di entrambi. |