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| Anno 2002 | |
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La conferenza sulla sicurezza regionale di Almaty, la capitale del Kazhakistan, che ha raccolto i leader di 16 Paesi asiatici, ha sostanzialmente mancato uno dei suoi principali obiettivi, quello di ricondurre India e Pakistan a più miti consigli, allontanando lo spettro di un conflitto nucleare nel Subcontinente, che avrebbe terribili ripercussioni in tutta l'Asia. Putin e Jangzemin si sono dati da fare sui loro antichi alleati, ma sostanzialmente la situazione non è migliorata, a parte qualche dettaglio, come un'ambigua affermazione del presidente Musharraff che sia l'India che il Pakistan sono Paesi responsabili e che solo i "pazzi" possono pensare ad una guerra nucleare (salvo poi a non rinunciare per il suo Paese al diritto del "first use" atomico, come invece New Delhi ha fatto da sempre), e il passaggio delle Forze Armate indiane da uno stato di prontezza di sei ore, assunto in occasione della crisi seguita agli eccidi del 14 maggio scorso a Jamu, nel Kashmir, a uno di quarantotto, quasi normale. Ma rimangono in piedi, da ambo le parti, i più poderosi dispositivi terrestri che si contrappongano oggi su qualsiasi frontiera, compresa quella fra le due Coree.
Settecentomila soldati indiani e trecentomila pakistani, appoggiati da migliaia di carri armati e pezzi di artiglieria, nonché centinaia di aerei da combattimento ed elicotteri. Con una coreografia nucleare sullo sfondo che forse arriva e supera il centinaio di testate complessive, in gran parte avioportate. Mirage III ed F 16 pakistani, Jaguar e Mirage 2000 H indiani, con un sempre più accentuato passaggio a vettori missilistici - il Ghauri di Islambad, una copia del Nodong I nordcoreano, e gli Agni dei loro rivali indiani, sviluppati con una lontana assistenza sovietica, ma sostanzialmente un prodotto autoctono. Almaty ha rappresentato in realtà la fase propedeutica dei veri negoziati, che si sono attivati sul serio con l'arrivo in zona dei rappresentanti del presidente George W. Bush. In primo luogo il Segretario alla Difesa, Rumsfeld, che ha seguito il Sottosegretario di Stato per gli affari asiatici, Armitage, già in Pakistan dal 5 giugno per aprirgli la strada, operazione che ha compiuto con un certo presumibile successo. "Tensions are a little bit down", come ha dichiarato il Sottosegretario il 7 giugno, dopo i primi colloqui con la dirigenza dei due Paesi. Perché Rumsfeld, innanzitutto? Le ragioni sono diverse. Per prima cosa egli appartiene al ristretto entourage della famiglia Bush, è amico da vecchia data dell'ex presidente Bush e da questi molto stimato. E' considerato il vero motore strategico dell'Amministrazione, il suo baricentro ideologico e di potere, nonché la personalità dominante della squadra di governo. Ha definito gli indirizzi e le strategie di una nuova era repubblicana che ha fatto del mantenimento della supremazia militare americana nel mondo la sua massima priorità. Dopo l'"Attacco all'America" - che Rumsfeld ha sostenuto direttamente dal suo ponte di comando, il Pentagono, unico ministro della difesa dell'epoca contemporanea ad aver partecipato di persona allo scoppio della sua guerra - il Segretario è diventato un riferimento essenziale per l'intero Paese, il termometro della sua tranquillità. Forse neanche il Presidente Bush, e certamente non il Vicepresidente Cheney e il Segretario Powell, hanno dimostrato lo stesso carisma, del quale peraltro Rumsfeld non abusa e fa un uso molto discreto. Il presidente privilegia ovviamente gli aspetti più spettacolari, enfatici e nazional-popolari della sua funzione pubblica. Il vicepresidente è l'opposto, è l'evidente personificazione dei poteri forti, delle lobby che contano, il petrolio, l'industria aerospaziale, la grande finanza, e perciò preferisce, anche per una sua inclinazione caratteriale - e forse sanitaria - i chiaroscuri, le ombre, il ruolo di eminenza grigia dell'Amministrazione. Powell avrebbe potuto essere la bandiera della presidenza Bush se il nuovo millennio non si fosse così incupito. C'è un tempo per le colombe e uno per i falchi, e all'antico Capo dei Joint Chiefs of Staff, a torto o a ragione, è stata attribuita immediatamente la prima etichetta. Le sue caratteristiche peculiari - portavoce del lato ragionevole e compassionevole del suo Paese, veterano delle guerre più presentabili, concretizzazione delle formidabili opportunità che l'America offre ai suoi figli, anche a quelli che partono più da lontano (per esempio dagli slums giamaicani del Bronx) - ne avrebbero fatto un perfetto Segretario di Stato del decennio clintoniano. Ma non è detto che non riesca a ritagliarsi un ruolo importante anche nell'era Bush, anche se non sarà quello principale. Per quanto riguarda la specifica missione nel Subcontinente, Powell era bloccato dalla visita del presidente Mubarak a Washington di questa settimana, che riguarda un tema di sua stretta pertinenza, ancora più importante per gli Stati Uniti del contenzioso indo-pakistano. D'altra parte il messaggio ideologico complessivo del Dipartimento di Stato che egli rappresenta risulta diverso da quello del Segretario alla Difesa, ma è ad esso complementare. Come è complementare la figura intellettuale di Powell, che non è quella di un generale prestato alla politica, come si è cercato di far credere, ma di un naturale talento diplomatico, un mediatore e un comunicatore nato, che finalmente può fare il suo mestiere senza essere costretto a infilarsi tute mimetiche. E' Rumsfeld, invece, l'autentico guerriero del momento, il condottiero militare in grisaglia che ha attraversato mezzo secolo di epopea americana sempre in prima linea. Pilota di B 47 dello Strategic Air Command in gioventù, analista strategico ed executive del complesso militare-industriale, in seguito, fino ad assumere le massime responsabilità governative dello stesso complesso in due amministrazioni repubblicane. Il Segretario incarna il ruolo strategico e geopolitico della Superpotenza meglio e più efficacemente di qualunque altro leader americano, ed è l'esponente dell'Amministrazione maggiormente coinvolto e competente circa le conseguenze di un eventuale conflitto fra l'India e il suo rivale pakistano. E l'eventuale modo di scongiurare questa possibilità. Questo duplice ruolo rappresenta forse la chiave di lettura della sua missione. Per comprendere bene i suoi limiti e le sue possibilità di successo, è opportuno accennare a quelle che, secondo le opportune indiscrezioni fatte trapelare tempestivamente ai media americani (Washington Post del 2 giugno), il Pentagono ritiene siano le prospettive di un eventuale conflitto fra India e Pakistan. Gli scenari che vengono fatti sono quattro, di gravità crescente: L'esercito indiano interviene pesantemente con artiglieria a lunga gittata sulle basi dei circa 3000 terroristi islamici attivi in Kashmir, all'interno di una fascia profonda circa 30-40 kilometri dal confine. L'ingaggio con le forze regolari pakistane viene evitato per quanto possibile. L'azione si intensifica e si estende a tutte le 50-60 basi di addestramento dei terroristi, fino ad una profondità di 60-70 km dalla frontiera, con l'intervento di aviazione e forze speciali. Iniziano i primi inevitabili combattimenti con le unità regolari pakistane. Entrano in campo le forze corazzate e motorizzate indiane, per una consistenza complessiva di un corpo d'armata. L'obiettivo, secondo il modello israeliano della sterilizzazione dei Territori Palestinesi, è la completa neutralizzazione e bonifica delle basi terroristiche in Kashmir, che sono quasi tutte a ridosso di città e villaggi. L'esercito pakistano reagisce in modo dichiaratamente esplicito, con o senza l'avallo delle autorità centrali di Islamabad. I combattimenti subiscono una decisa escalation. Il quarto scenario, che non necessariamente deve essere preceduto dagli altri tre, prevede il classico conflitto da Scuola di Guerra. Un'offensiva convenzionale generalizzata delle FFAA indiane contro l'intero Pakistan, con l'estensione delle operazioni alle sue coste ed aree metropolitane, attacchi aeronavali, imposizione del blocco ai porti ed aeroporti, etc. Con l'obiettivo dichiarato ma assai ambizioso di risolvere il problema pakistano una volta per tutte, eliminando la minaccia delle sue forze armate e delle bande di terroristi dal Kashmir e dalla frontiera occidentale dell'Unione. Completando l'opera mai portata a termine - secondo quanto sostengono i capi militari indiani - nel '48, '65. '71, per l'ingerenza delle Potenze straniere e la pavidità dei governi di allora. (Le cose non stanno proprio così, ma quello che conta in questi casi non è la verità storica, ammesso che esista, ma la percezione che di essa hanno gli operatori sul campo). Come si vede, nessuno di questi scenari prevede direttamente uno scambio nucleare. Anche ammettendo che i Pakistani non siano abbastanza folli da attivare sul serio il loro "First Use" in caso di una sconfitta convenzionale che si profilasse, tale scambio potrebbe innescarsi per errore e per l'eccessiva reattività (o eccitabilità) delle rispettive catene di comando, esaltata dagli equivoci ed errori tipici delle caotiche situazioni del campo di battaglia, difficilmente risolvibili dai primitivi sistemi di comando e controllo dei quali i due Paesi dispongono. I vertici politico-militari di New Delhi e Islamabad non possiedono certo la freddezza, la professionalità e i mezzi dei loro omologhi sovietici e statunitensi della Guerra Fredda. Nella quale, peraltro, si è sfiorata per ben due volte, a quanto se ne sa, l'apocalisse nucleare. Per Cuba nel '62 (come ha ricordato Putin proprio ad Almaty) e in occasione del DefCon 3 dichiarato dal Presidente Nixon per bloccare nel '74 il paventato intervento delle divisioni aviotrasportate sovietiche sul delta del Nilo, contro l'esercito israeliano in avanzata verso il Cairo, durante la Guerra dello Yom Kippur. E' da sottolineare che i dispositivi nucleari indiano e pakistano hanno diverse configurazioni e catene di attivazione. Il primo è completamente in mano ai leader civili, al Governo Federale di Dehli, secondo un modello più o meno mutuato da quello anglosassone. I militari sono solo gli operatori del sistema. E comunque la dottrina indiana non prevede, almeno contro il Pakistan, l'iniziativa nucleare, ma solo una funzione deterrente o un impiego reattivo. (Nei confronti della Cina, che è stato il vero motivo d'essere della bomba indiana, non è detto che sarebbe la stessa cosa). Diverso caso invece per il Pakistan, che vede la sua "Cina" nell'India, e supplisce alla superiorità negli armamenti convenzionali di quest'ultima con una dottrina nucleare molto più spregiudicata e avventurista. Peggiorata dal fatto che il controllo virtuale dell'armamento nucleare è direttamente in mano ai militari, in particolare al famigerato ISI, il Servizio Intelligence Interforze, che ha allevato promettenti talenti talebani e nucleari con lo stesso zelo. Oggi tutto il sistema è governato dal Generale/ Presidente Musharraf, che ha ricondotto all'ordine anche l'ISI, o almeno ci sta provando. Ci sarebbe da chiedersi cosa accadrebbe se un domani il Presidente fosse un civile, obbligato a delegare il dito sul grilletto a una casta di generali senza controllo, sottostando ancora di più ai loro diktat di quanto non sia mai stato per i rari governi civili che il Paese ha avuto, prima della bomba islamica. E cosa accadrebbe oggi se le schegge impazzite dell'ISI e del terrorismo islamico applicassero all'argomento nucleare la stessa carica di provocazione e di cupio dissolvi che stanno mettendo in opera nel Kashmir, quando sabotano sistematicamente gli sforzi di pacificazione con l'India di Musharraf, indispensabili per tornare ad avere un certo grado di presentabilità in ambito internazionale. E anche l'India non si trova, per quanto riguarda l'affidabilità complessiva dei vertici e del sistema Paese, in una situazione molto migliore, con i suoi leader politici periodicamente assassinati da estremisti di varie confessioni, le quattrocento etnie in perenne lotta fra loro, le separatezze castali ancora praticate, i problemi fra indù, cristiani, sikh, buddisti, parsi e soprattutto musulmani: centoquaranta milioni di cittadini abbastanza leali alla Federazione, finché essa si è comportata come la casa comune e la madre laica di tutte le etnie e le sette religiose, e non il III Reich degli indù. Oggi sono centoquaranta milioni di sudditi sempre più estranei e inaffidabili. Si provi ad immaginare quale potrebbe essere lo stato d'animo, di questi tempi, dei militari musulmani che operano nel deterrente strategico del Paese (ce ne saranno, se il padre dell'atomica indiana, il probabile prossimo Presidente della Repubblica, è un fisico islamico) se dovesse arrivare l'ordine di obliterare qualche milione di correligionari in Pakistan… Il quadro complessivo è abbastanza deprimente. Pensare che autorità così aleatorie e arbitrarie, che non riescono a controllare importanti porzioni del proprio paese e dei propri apparati di sicurezza, possano mantenere con la necessaria freddezza una presa ferrea su dispostivi nucleari distanti centinaia di miglia di terreno semidesertico, quasi senza infrastrutture, con sistemi di comando e controllo che risalgono a volte alla guerra di Corea, è più che un "wishful thinking": è pura utopia. Se un certo grado di interdizione è ipotizzabile per le armi avioportate e per quelle montate su missili a combustibile liquido (la maggioranza oggi, una esigua minoranza domani), per le quali è possibile un certo grado di ripensamento o di interruzione della missione, per quelle missilistiche a combustibile solido, che stanno per entrare in servizio da ambo le parti, le dinamiche impongono una manciata di minuti o di secondi. Follia. Di fronte alla richiesta di autorizzazione al lancio da parte di un capo militare locale che sostenesse di essere sotto attacco nucleare, qualsiasi Primo Ministro o Generale/Presidente (forse più il primo che il secondo) si troverebbe in gravi difficoltà, non disponendo dei mezzi di verifica che a suo tempo avevano (e hanno ancora) le Superpotenze. Questo aspetto non secondario del problema è confermato da un dibattito apparso di recente su riviste specializzate indiane, nel quale si discuteva del come riconoscere senza ombra di dubbio un attacco nucleare. Si affermava, ad esempio, che un improvviso e pesante bombardamento aereo convenzionale su un sito nucleare può essere facilmente equivocato da sopravvissuti sconvolti e traumatizzati. Il fumo delle esplosioni di grosse bombe ad alto potenziale può essere scambiato per un fungo atomico di un'arma a basso kilotonaggio, come sono quelle indiane e pakistane (da dieci a venti kilotoni). L'aumento della radioattività nell'aria causato localmente dalla frantumazione delle testate nucleari è difficilmente distinguibile dall'effetto radiologico di una vera esplosione nucleare, soprattutto dopo i primi momenti, nei quali si verifica un picco di emissione. Tutto ciò anche nel caso di una specchiata buona fede. Se si vuole poi utilizzare un singolo episodio per attivare una ritorsione che scateni la consueta spirale devastante di questi casi, le possibilità sono senza fine. La fantasia di terroristi e provocatori ha dimostrato di essere senza freni, non solo nel Subcontinente. Gente che non ha il minimo rispetto per la vita umana, quella altrui ma anche quella propria, non esiterebbe un istante a provocare massacri apocalittici se ciò fosse ritenuto funzionale alla propria ineffabile causa. Non è il salto di un ordine di grandezza che può scoraggiare individui abituati a massacrare innocenti con la stessa indifferenza con la quale altri hanno sterminato la loro famiglia. Non si tratta, come si vede, solo di maneggiare correttamente uno strumento che è fuori della portata organizzativa, gestionale ma soprattutto culturale di popoli che non sono ancora usciti dal sottosviluppo. E che non riescono a venire a capo di questioni infinitamente più semplici. Un po' come i minorenni, o coloro che non sono in condizioni di padroneggiare la complessità della vita e della morte, ai quali non viene concesso il porto d'armi. Anche perché sono allo stesso tempo molto influenzabili dai comportamenti più spettacolari, analogamente a tutte le nazioni adolescenti. Come riporta l'International Herald Tribune del 6 giugno, l'effetto imitativo generato dell'acquisizione di un armamento nucleare, soprattutto in Asia, è molto reale, e la sua evoluzione dipenderà in gran parte dall'andamento della crisi indo-pakistana. Delle 17 Nazioni che hanno armi o programmi nucleari, sette si trovano nella regione dell'Asia-Pacifico; delle 28 che sviluppano missili a lungo raggio, 16 sono asiatiche, e lo stesso vale per quelle 8 su 13 che hanno in corso programmi biologici e le 10 su 16 con armi chimiche. Il problema è di enorme complessità e i rischi sono inverosimili. Vanno entrambi affrontati dal meglio del meglio, dalle intelligenze più penetranti, dalle esperienze più vaste e dai poteri più consolidati. E qui sta forse la chiave di lettura fondamentale della visita del segretario Rumsfeld, anche se forse la lettura è più subliminale che deliberata. Si tratta di una missione ad alta valenza politica ma con un imprescindibile contenuto tecnico, affidata al massimo addetto ai lavori ancora operativo, l'unico leader politico, oltre al Presidente degli Stati Uniti, ad avere accesso alle informazioni più riservate e aggiornate sulla materia. E molto più consapevole di lui sul loro significato. E' presumibile che il suddetto personaggio non potrà fare a meno di esporre ancora una volta ai governi indiano e pakistano quello che schiere di esperti avranno già chiarito con dovizia di particolari, e cioè l'immensa preoccupazione del suo governo e della Comunità internazionale per una situazione che, in caso di conflitto, è quasi certo possa sfuggire di mano e provocare danni enormi, non limitati ai Paesi che ne saranno direttamente investiti. Si parla, nelle stime più pessimistiche, di 17 milioni di morti pakistani e di 30 indiani. Più un numero incalcolabile, in Asia e in tutto il mondo, per gli effetti remoti di un fall-out così concentrato e massiccio come non si è mai visto, proveniente da decine di esplosioni contemporanee. Esso finirebbe per inquinare coltivazioni e falde acquifere che alimentano centinaia di milioni di persone. Il numero dei feriti, ustionati e contaminati potrebbe raggiungere un analogo ordine di grandezza (e di orrore). Le risorse sanitarie del mondo intero dovrebbero essere mobilitate per ridurre le conseguenze di un simile disastro, e probabilmente non basterebbero. Le conseguenze a più vasto raggio ridurrebbero Cernobyl alle dimensioni di un modesto incidente localizzato. Non parliamo poi dell'11 Settembre o di qualsiasi atto terroristico finora avvenuto. Come ha affermato lo stesso Rumsfeld alla riunione della Nato che ha preceduto la sua missione nel Subcontinente, tali eventi "potrebbero apparire modesti" al cospetto delle minacce che si profilano attraverso l'impiego delle armi di distruzione di massa. A New Delhi e a Islamabad Rumsfeld potrebbe far presente che non è concepibile - e gli USA non sono disposti ad accettarlo - che governi regolarmente costituiti si riferiscano a scenari che possono avere conseguenze così devastanti con leggerezza o con toni bombastici, solo per placare le proprie folle di estremisti scamiciati e dare prova di machismo politico. E che non è parimenti accettabile che i due Paesi contemplino comunque, in qualsiasi possibile circostanza, il ricorso all'arma atomica, "first use" o "retaliation" che sia, neanche per ricattare le grandi Potenze, e costringerle ad occuparsi seriamente dei loro problemi, dei torti subiti o presunti tali. Non è inverosimile ritenere che il Segretario alla Difesa renda edotti i suoi interlocutori della volontà del suo Paese di prevenire o interrompere con tutti i mezzi a disposizione una eventuale reazione nucleare incontrollata che dovesse determinarsi nel simbolico reattore nucleare del Subcontinente, inserendo nel suddetto reattore le necessarie barre di cadmio o grafite necessarie a bloccare la reazione. La base di bombardieri strategici dell'USAF di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, si trova ben posizionata per dare credibilità e consistenza alla metafora. Dalle sue piste possono decollare i B 52 e i B 1 necessari, mentre la V Flotta può dare manforte, con le sue portaerei e gli incrociatori dotati di missili cruise. Se non bastassero, e le difese contraeree indiane e pakistane dovessero risultare troppo impervie, i B 2 stealth potrebbero ripetere l'exploit compiuto nelle prime fasi di Enduring Freedom, le missioni intercontinentali dalle basi del Missouri, andata e ritorno senza scalo con rifornimento in volo. Non c'è niente, negli arsenali dei due Paesi, che possa impedire ai B2 di colpire con le loro 72 bombe precise ad alto potenziale altrettanti bersagli dei loro siti strategici. Bombe convenzionali, si intende, una pioggia di armi da 250 e 500 kili guidate dal GPS con una precisione di tre metri. Si può essere certi che in questo periodo i satelliti più moderni della DIA sono costantemente puntati sulle basi nucleari dei due Paesi, che non sono certo così numerose. Niente di paragonabile a quanto messo in opera a suo tempo dal Comando delle Forze Strategiche dell'URSS. L'intelligence americana ha forse più informazioni sui dispositivi atomici di India e Pakistan di quante non ne abbiano i loro vertici governativi, non solo a proposito dei rispettivi nemici ma anche delle proprie unità. In sostanza Rumsfeld potrebbe essere latore di un divieto assoluto, da parte dell'Iperpotenza, di impiego dell'arma atomica, con l'esplicazione delle sanzioni - certe - in caso di inadempienza. L'eventuale via libero americano ad uno scontro convenzionale - che potrebbe essere necessario comunque, per consentire ai due governi di tacitare e neutralizzare le loro fazioni più estremiste, conservando un certo grado di governabilità del rispettivo sistema Paese - dovrebbe essere accompagnato dalla garanzia che esso non presenti la minima possibilità di una tracimazione nucleare, qualsiasi possa essere l'esito delle operazioni sul campo. Un approccio del genere danneggerebbe più il Pakistan che l'India, data la superiorità convenzionale di quest'ultima. D'altra parte ad Islamabad vanno attribuite le maggiori responsabilità nella drammatizzazione della crisi. Come alla sua incapacità di controllare i propri estremisti è riconducibile la difficoltà di venirne comunque fuori. Senza contare che dover dedicare soprattutto ai missili pakistani la propria attenzione operativa, come intelligence e pianificazione di sortite aeree, facilita grandemente il compito dei responsabili militari americani. Di fatto la "retaliation" passerebbe dalle esili spalle di Vajpayee a quelle assai più robuste di Rumsfeld, antico pugile, nonché bombardiere nucleare e Cold Warrior della prima ora. Le sanzioni minacciate avrebbero un carattere primariamente militare ma profonde conseguenze politiche ed economiche. Il destino futuro di governi e di istituzioni che avessero subito una tale umiliazione si può facilmente immaginare, insieme alle prospettive di partecipazione dei rispettivi Paesi al circuito virtuoso della globalizzazione economica al quale sono stati recentemente annessi e del quale cominciano a godere gli effetti. Gli argomenti dovrebbero essere abbastanza convincenti da costringere i governi di Islamabad e di New Delhi a sterilizzare i propri arsenali atomici, di fatto se non formalmente (operazione quest'ultima sempre difficoltosa in contesti nei quali la faccia è quasi tutto), dando precise e verificabili garanzie in tal senso. Dove la diplomazia di Almaty ha fallito forse il "soldato" Rumsfeld rischia di avere un limitato ma prezioso successo. A riprova forse di quanto sia ancora valido il noto adagio latino sulla opportunità di essere forti e preparati guerrieri, se si vuole mantenere la pace, adagio che rivaluta in definitiva la tanto sbeffeggiata "utilità" dello strumento militare. Quando è credibile. Se si verificasse, un tale avvenimento avrebbe importanti e forse decisive riverberazioni sulle velleità nucleari di quelle decine di "aspiranti stregoni" ai quali abbiamo fatto riferimento, in Asia e altrove. L'arma nucleare avrebbe dimostrato la sua inutilità militare - e quindi politica, secondo Clausewitz e il semplice buon senso - anche in quegli scenari dove sembrava relativamente possibile il suo impiego, dove cioè la demografia esclude estinzioni di popoli o culture. Addirittura, la bomba potrebbe finire per confermare la sua autentica e nascosta vocazione pacifista già evidenziata durante la Guerra Fredda a proposito del confronto fra Supergrandi ragionevoli e culturalmente equipaggiati. L'estensione di tale vocazione ad altri contesti più rozzi e provinciali sarebbe un risultato di enorme importanza, assolutamente insperato e beffardamente paradossale. Costituirebbe anche una riabilitazione postuma di quella fisica occidentale, pacifista e internazionalista, che lavorò molto a malincuore a Los Alamos per fermare il totalitarismo nazista e impedirgli di acquisire il dominio mondiale attraverso l'atomo. Quella che sembrò a molti l'inizio della fine dell'uomo potrebbe portarlo un giorno a liberarsi dalla maledizione della guerra - almeno della guerra fra Stati, che non è poco. Solo il futuro ci dirà se queste prospettive si realizzeranno. E' certo che il problema dell'arma nucleare sta facendo scaturire una serie di "brinkmanship" che non danno la stessa vertigine del confronto USA-URSS ma risultano meno intrinsecamente controllabili. E' probabile che presto o tardi si cercherà di arrivare ad un accordo fra le maggiori e più responsabili Potenze, quelle originali del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ad esempio, che consenta di dare sistematicità e organicità preventiva al tipo di pressioni che sta esercitando il Segretario Rumsfeld in questi giorni, nelle situazioni di massimo pericolo. In attesa di una copertura mondiale dei sistemi di difesa antibalistica che prima o poi la tecnologia delle alte energie radianti renderà disponibili. La stessa intesa strategica a tutto campo che si sta verificando fra la Russia e gli Stati Unti in questi mesi, della quale Pratica di Mare rappresenta la formalizzazione nell'area euroatlantica, va in questa direzione. |