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| Anno 2002 | |
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L'Amministrazione Bush è entrata in una fase cruciale di definizione delle sue strategie verso la questione cruciale del contenzioso israelo-palestinese, e cioè la costituzione di uno Stato Palestinese in piena regola, definito oggi "provvisorio" o "interim", per non rimarcare troppo il decisivo cambiamento di posizione degli Stati Uniti sul tema. Nel corso di una settimana particolarmente densa di incontri e di dibattiti con le principali parti in causa - Mubarak (il quale a sua volta ha incontrato il Presidente siriano Assad al Cairo), in rappresentanza del mondo arabo e dei palestinesi, Sharon in rappresentanza di se stesso e della gran parte dell'opinione pubblica israeliana, il Ministro degli esteri saudita Al Faisal, come esponente del "Vaticano" e allo stesso tempo del "Fort Knox" del mondo islamico e, in un "rush" finale all'ultimo momento, persino il principale collaboratore di Arafat, Nabil Shaat, che ha visto Powell - sembra che il Governo americano sia arrivato alla conclusione che non esistono alternative al riconoscimento formale di uno Stato palestinese. Da costruire con le necessarie cautele, ma da costruire.
Tale riconoscimento, che il Presidente Bush potrebbe annunciare di qui a pochi giorni, dovrebbe configurarsi attraverso l'usuale articolazione istituzionale di questi casi. Rinnovando naturalmente uomini e meccanismi, e rimuovendo le ambiguità e le inefficienze che erano state introdotte un decennio or sono per troppa fretta, sbadataggine, e forse una qualche deliberata volontà di mantenere sgangherata una costruzione statuale che avrebbe dovuto servire soprattutto, come disse Rabin a un suo compagno d'arme, a tenere sotto controllo gli estremisti militanti palestinesi con i metodi più efficaci. Preclusi, allora come ora, a una democrazia liberale e trasparente come Israele. Il calcolo o comunque l'operazione si sono dimostrati rovinosi, almeno da un certo punto in poi, e, insieme ad altri fattori, hanno portato al disastro di questi mesi. La lezione è stata compresa da tutti. I motivi rimangono quelli di allora, con l'aggiunta della necessità di eliminare l'ondata terroristica che ha seguito l'Intifada. Uno Stato palestinese laico può essere più incisivo nella prevenzione e repressione dell'integralismo islamico dello stesso esercito israeliano, purché funzioni. E sia in grado di offrire alla disperata gioventù palestinese qualche prospettiva in grado di farla uscire dall'alienazione che alimenta il folle martirologio fondamentalista. Una magnifica intervista di Fiamma Nirestein a un aspirante terrorista suicida palestinese comparsa sulla Stampa del 15 giugno, mostra, al di là di tante analisi sociopolitiche, l'allucinante vuoto di cultura e percezioni che sta dietro questi comportamenti. Oslo è morto, viva Oslo, quindi. Progettato però non all'europea, cioè badando solo a principi generali magniloquenti e trascurando i dettagli, ma bensì nel modo consueto della migliore architettura istituzionale americana, come speriamo di vedere nei prossimi mesi. Tutto sommato essa è stata responsabile di brillantissimi successi storici, il principale dei quali, il reinserimento nella comunità delle Nazioni ragionevoli di Germania e Giappone (e forse della attuale Russia), ha avuto un successo così completo da aver generato problemi opposti ai motivi per i quali era stato messo in opera. I due ex alleati dell'Asse sono talmente entrati nel ruolo loro assegnato dal demiurgo-vincitore statunitense da essere diventati altrettanti emblemi del più desueto buonismo politico-strategico, dopo essere stati quelli del più spericolato e destabilizzante avventurismo militare. E' da augurarsi anche questa volta un successo del genere, una successione di autentici Premi Nobel per la Pace assegnati ad altrettante personalità palestinesi. Con più merito e fondatezza del loro anziano capofila Arafat. Non è certo che l'esito sia il medesimo, tuttavia, dato che nel caso dei vinti dell'Asse (e della Guerra Fredda) c'era un solo progettista che metteva in pratica le sue idee, che aveva ai suoi piedi stremati e inermi sconfitti, che riconoscevano di essere tali. E proprio per questo non avevano più rispetto di sé stessi, e non facevano alcuna resistenza, pronti ad accettare qualsiasi imposizione e a seguirla con la stessa disciplina con la quale avevano messo a ferro e fuoco interi continenti. Nel nostro caso ci sono, come minimo, almeno tre ingegneri progettisti: l'Occidente - facendo finta che gli Stati Uniti e l'Europa la pensino allo stesso modo sull'argomento - il mondo arabo e i palestinesi, idem come sopra, e soprattutto Israele. Quest'ultima è forse la chiave di volta del successo dell'impresa, per almeno tre buoni motivi: Si tratta della maggiore potenza militare, e quindi strategica, della regione. Solidamente piantata in situ. Anche se non sembra che con tutta la sua forza sia in grado di plasmare il divenire del Medio Oriente secondo i suoi desideri e interessi, è certo che nessuna soluzione durevole potrà essere trovata senza il suo placet. Neanche gli Stati Uniti sono in grado di imporre soluzioni veramente sgradite ai loro alleati israeliani, per un evidente problema di determinazione e condizionamenti reciproci, un rapporto di forza regionale non favorevole a Washigton, se si vuole. Il casuale contemporaneo annuncio del Washington Post del 15 giugno che la Marina israeliana sta equipaggiando i suoi tre sommergibili di missili cruise con testata nucleare dimostra lo spessore del dispositivo militare di Gerusalemme, il cui deterrente ha raggiunto la configurazione a triade - mare, terra, cielo - caratteristica delle maggiori potenze atomiche. Non si tratta solo di rango e di status, evidentemente. Con i sommergibili Tsahal può colpire qualsiasi Stato che minacci la sua esistenza o anche solo i suoi interessi vitali. Compresi i più distanti, come l'Iran o il Pakistan, ad esempio. Le ripercussioni di tutto ciò non sono immediate, ma alla lunga ci saranno, anche perché i nemici di Israele sanno che la sua capacità di ritorsione è credibile e la connessa volontà, dove serva, è storicamente accertata. Anche i più forti, tuttavia, hanno le loro vulnerabilità. Al di là della determinazione dei decison maker e dei militari , esistono grandi incertezze nel contesto della società israeliana su cosa fare del proprio futuro. La sindrome dell'assedio, di Masada, che tanta parte ha avuto nell'epica comportamentale del popolo ebraico, va bene per resistere e per morire in modo talmente toccante da stregare le successive trenta generazioni. Ma non serve molto per decidere cosa fare di una vittoria, o anche di un compromesso più o meno pasticciato e ingiusto, come tutti i compromessi. Nel giro di poco più di cinquanta anni Israele non ha avuto mai un attimo di respiro. Guerre, lotte, una naturale e molto mediterranea propensione alla rissa, assassini politici, cambi di campo dei nemici acerrimi e di amici fraterni, immigrazioni dai cinque continenti, lacerazioni religiose, modifiche profonde dell'ispirazione ideologica fondamentale; ora questa orrida campagna di attentati suicidi. Può darsi che il popolo israeliano abbia notevoli difficoltà a focalizzare quello che dovrà fare "da grande", soprattutto se dovesse realizzare che tutto sommato all'età adulta ci arriverà, e che i suoi vicini hanno rinunciato a sopprimerlo in tenera età, anche se forse a malincuore. Con l'epica di Masada se ne potrebbe andare anche la stagione delle certezze granitiche che una minaccia così drammatica si portava appresso. Ma soprattutto, come corollario della confusione testé delineata, Israele ha messo in movimento molti anni fa un meccanismo infernale che potrebbe crearle gravissime difficoltà, soprattutto se la sua condizione si normalizzasse. Si tratta dell'annoso problema delle colonie, un tabù sul quale si preferisce sorvolare il più possibile, non solo da parte degli amici ma anche, e inspiegabilmente, da quello dei nemici, che non insistono più di tanto sull'argomento, preferendogli farneticazioni pseudotrascendenti che fanno il gioco dei loro avversari. Se gli stessi nemici non avessero sprecato gioventù, vite umane, entusiasmi e risorse dietro una folle e insensata barbarie che non faceva parte neanche del loro genoma storico, ma si fossero adoperati per portare avanti una determinata e minuziosa campagna di informazione sul tema, in Occidente ma soprattutto negli USA, nati da una rivolta anticoloniale e di ciò molto consapevoli, forse le loro fortune non sarebbero così depresse. E la comunità internazionale discuterebbe ora non sulla radicale riforma della dirigenza palestinese, ma sul come far rientrare i pied noir ultrartodossi in Israele, nel Negev o in qualsiasi altro posto. Perché questo è il problema più grave che questo accenno di pace fra palestinesi e israeliani lascia intravedere. In concomitanza con esso (o in previsione di) sembra che a Gerusalemme sia prevalsa la cosiddetta "Tentazione di Salomone", ossia la decisione di separare fisicamente entro un anno l'attuale Stato di Israele con la Cisgiordania (nonché in un secondo tempo con la parte araba della stessa Città Santa) con una linea militare elettrificata e parzialmente blindata del costo di 360 milioni di dollari, simile a quella che già esiste attorno a Gaza e ai confini con il Libano. Quando essa sarà completata, cosa ne sarà dei quattrocentomila coloni stanziati profondamente all'interno nel territorio del futuro Stato palestinese? Dopo quanto è accaduto, si crede veramente che, nel caso di una pace, una convivenza "sudafricana" fra loro e i tre milioni di palestinesi sia possibile? Si può ripetere il miracolo senza un Mandela da ambo le parti? Si tratta di un decimo della popolazione di etnia e religione israelita, formata dalla parte più giovane e agguerrita della sua militanza patriottica che è stata mandata dove si trova ora per riconquistare la Terra dei Padri, completando la Grande Israele dal Giordano al Mediterraneo. Come è scritto sulla Bibbia ed è stato costantemente praticato dai fondatori dello Stato di Israele, da centoventi anni a questa parte. Con buona pace delle spiegazioni ufficiali che il Governo di Gerusalemme fornisce in proposito da un trentennio, secondo le quali gli insediamenti sarebbero capisaldi difensivi e centri intelligence all'interno dello schieramento avversario, oppure addirittura la concretizzazione di pegni negoziali accumulati con ebraica previdenza per una futura sistemazione definitiva dell'area. Nell''800 si trovavano in Palestina poche decine di migliaia di ebrei. Tutti quelli che c'erano al momento della proclamazione dell'indipendenza, nel '47, si sono insediati come gli attuali coloni, con la vanga e il fucile, allargando e collegando fra loro, con la minuziosa tenacia di coloro che perseguono un grande disegno, gli appezzamenti di terra acquistati dai latifondisti arabi con i finanziamenti della Diaspora. Si tratta dell'epopea fondante dello Stato di Israele, un mito molto più forte e radicato, nei suoi significati profondi, di quanto non sia la Frontiera per gli americani. E' come se fosse una combinazione fra il Mayflower, la Rivoluzione del 1774, le guerre contro l'Inghilterra, gli indiani, il Messico e la Spagna, e forse anche i tedeschi e i giapponesi. Far rientrare quei quattrocentomila coloni, o anche la gran parte di essi, da dove si trovano adesso, equivarrebbe a snaturare la coscienza del Paese, il suo motivo e modo d'essere. E oltre a provocare lacerazioni ideologiche e di coscienza delle quali non si ha più idea, in Europa, una simile politica rischierebbe di essere inattuabile. Quattrocentomila giovani coloni significano cinquantamila fucili d'assalto M 16, più un numero imprecisato di armi pesanti nascoste nei kibbutz. Più i reparti di Tsahal che simpatizzerebbero con gli inevitabili ribelli. I lettori meno giovani ricorderanno cosa significò per la Francia la rinuncia all'Algeria, il ritiro del milione di coloni da una terra dove molti di loro erano nati (come fra poco sarà anche per i kibbutz nei Territori palestinesi): quasi una guerra civile, la rovina definitiva di una grande e gloriosa Potenza secolare evitata per un soffio. E si trattava, in quel caso, di un francese su cinquantaquattro, poco meno del 2% della popolazione, non il 10% dei coloni israeliani rispetto al resto dei loro concittadini. Ci volle tutto il prestigio di un De Gaulle, la compattezza della popolazione metropolitana e dell'Armée dietro di lui, l'antistoricità evidente dei pied noir, l'inserimento del Paese in un'Europa in formazione e nella NATO, la stessa Guerra Fredda che non permetteva eccessive distrazioni per superare un trauma che per i transalpini fu il più grave del dopoguerra. E che comunque non fu una crisi indolore, con il putch di Algeri, l'appello del Governo a mettere di traverso alle piste degli aeroporti parigini i camion, per impedire lo sbarco dei parà d'Algeria, e poi l'OAS, gli attentati, i tradimenti dei generali più prestigiosi. Furono coinvolti migliaia di militari. La Francia ne uscì quasi con le ossa rotte. E non si trovava immersa in un mare di nemici, come Israele, pronti ad approfittare delle convulsioni che un evento del genere provocherebbe nel Paese e a rimangiarsi tutti gli Oslo, gli Wye Plantation, i Camp David che hanno costellato decenni di faticosi tentativi di pacificazione. La politica degli insediamenti non è mai cessata, neanche durante l'Intifada, nella quale sono stati inaugurati trentadue villaggi fortificati. E' l'unica costante di una situazione ad altissima volatilità. Gli americani non l'hanno mai apprezzata, e molto recentemente sono comparsi sulla loro stampa più autorevole attacchi piuttosto duri sul tema; ad esempio sull'International Herald Tribune del 6 maggio o del 12 giugno scorsi, a firma rispettivamente di William Pfaff e Henry Siegman, due grossi nomi. Le amministrazioni repubblicane sono tradizionalmente meno influenzabili dalle lobby ebraiche, e l'attuale, in particolare, ha una sua guerra da combattere che non consente divagazioni e negligenze. Dopo l'11 settembre tutte le alleanze e i rapporti internazionali di Washington sono stati rivisitati in relazione a quanto possono essere utili alla Guerra al Terrorismo (islamico) che Bush ha dichiarato ufficialmente. Non esiste alcun motivo per il quale il governo americano potrebbe consentire ad un suo alleato un comportamento che danneggiasse gravemente la condotta della sua guerra. Anche e soprattutto nel caso in cui questo comportamento assumesse le sembianze di una espansione territoriale, aperta o surrettizia, appoggiata ad un neologismo, "colonie", che fa scattare antichi riflessi condizionati nell'America del 4 di Luglio. Il presidente Bush appoggia fraternamente la sanguinante Israele degli attentati suicidi alle discoteche e ne giustifica le ritorsioni militari. Ma non appoggerebbe un'invasione che coprisse, con il pretesto del terrorismo, una volontà annessionistica, scatenando il mondo arabo contro l'Occidente accusato di connivenza. Non si tratta di un rifiuto morale o di una preclusione ideologica: la guerra contro il terrorismo presuppone il conseguimento di un certo numero di obiettivi parziali e propedeutici - strategici e militari in senso lato - fra i quali è prioritaria la stabilizzazione della questione palestinese e dei Governi moderati arabi che da essa dipendono più di ogni altra cosa. Non c'è ragione al mondo e lobby info-mediatica o finanziaria che può modificare questa situazione. L'attentato all'ambasciata americana di Karachi di venerdì scorso 14 giugno dimostra ancora una volta, come se fosse necessario, il grado di esposizione diretta degli Stati Uniti in questa guerra e quanta strada c'è ancora da percorrere prima di poter sperare di venirne a capo. D'altra parte, come ha scritto David Ignatius sull'IHT del 3 giugno, anche il Governo Israeliano, messo di fronte alla necessità di scegliere fra il sogno di una Grande Israele e la dura realtà del garantire la sicurezza del Paese reale, all'interno dei confini internazionalmente riconosciuti, ha dovuto scegliere di perseguire il secondo obiettivo. E quindi lo stesso Sharon - che è il massimo ideologo e realizzatore vivente della politica delle annessioni striscianti, come Ministro dei lavori pubblici in anni cruciali per il varo dei programmi di costruzione connessi - ha scaricato dal governo il partito ultraortodosso e annessionista Shas, con il pretesto di un non allineamento su temi economici, ha permesso l'inizio della costruzione della barriera militare con la Cisgiordania, che ingloberà qualche colonia vicina al confine, ma lascerà fuori il grosso, il 98% degli insediamenti, e ha dato il via libera alla costituzione di uno Stato Palestinese. E forse anche alla convocazione dell'aborrita conferenza internazionale sui Territori, con la partecipazione degli outsider, Europa, Russia e ONU, oltre alle parti in causa e agli Stati Uniti. Se il trend dovesse consolidarsi e non essere smentito da un ennesimo ripensamento, non inconsueto sotto il sole dell'incoerenza mediorientale, si tratterà di una svolta strategica cruciale della politica di Israele nei confronti del suo contenitore geopolitico, della regione dove è nato, è risorto e si è accomodato con una certa malagrazia. Aiutato in ciò da vicini di casa particolarmente sgarbati e inospitali. Il peggio verrà dopo, forse, e a quel punto il vecchio Sharon, se ci sarà ancora e ce la farà, potrebbe fornire al suo Paese il massimo dei suoi servigi, come un altro anziano generale francese prima di lui: affrontare e risolvere - il come si vedrà - il problema dei quattrocentomila furibondi coloni che, come scrive il David Ignatius di cui sopra, potrebbero essere in grado di far deflagrare la "prima guerra civile israeliana della Storia". |