Anno 2002

Il Giappone e la sicurezza asiatica

Andrea Tani, 24 giugno 2002

"Enduring Freedom", la contesa israelo-palestinese e la lotta mondiale al terrorismo hanno talmente soverchiato i palinsesti mediatici che spesso ci dimentichiamo che la contemporaneità ha anche altre dinamiche, non tutte scaturite con l'11 settembre e non tutte concluse alla cattura di Bin Laden, quando e se mai ci sarà. Molti e importanti avvenimenti accadono dovunque e alcuni di essi, quasi sconosciuti, oggi, potranno finire per influenzare la vita dei popoli in misura assai più marcata di qualsiasi impresa fondamentalista, o reazione ad essa. Uno di questi riguarda il dibattito semiclandestino che sta avendo luogo in Giappone sulla opportunità di rimuovere in tutti i suoi aspetti la sindrome di Hiroshima, che ha condizionato il popolo nipponico più profondamente e a lungo di qualsiasi altro. Sia per la sua condizione di prima e unica vittima del genio malefico liberato dagli scienziati di Los Alamos che per la rovinosa sconfitta che ne derivò, così totalizzante e definitiva da privarlo della capacità di delineare il proprio futuro.

O almeno così è sembrato fino a pochi anni fa. Le cose potrebbero essere in procinto di cambiare in modo radicale. Secondo l'International Herald Tribune del 13 giugno, il Segretario Generale del Governo nipponico Yasuo Fukuda - personaggio molto influente e ascoltato dell'establishment, una specie di eminenza grigia del Premier Koizumi - è diventato il più autorevole alto funzionario dell'Amministrazione di Tokio ad invocare per il suo Paese, l'unica grande Potenza asiatica a non avere armamento atomico, il superamento del tabù nucleare. Fukuda ha dichiarato che la Costituzione giapponese "non esclude il possesso dell'arma atomica". Aggiungendo che "i tempi sono cambiati a tal punto che si comincia a pensare di rivedere la stessa Costituzione per adeguarla ai nuovi scenari".

Gli stessi scenari "potrebbero portare in certe circostanze l'opinione pubblica a richiedere che il Giappone acquisisca una autonoma capacità nucleare", ampiamente a portata della moderna e sofisticata tecnologia dell'industria nipponica. Si ricorderà che il Paese del Sol Levante è anche quello che possiede il maggior numero di reattori nucleari autofertilizzanti, gli unici in ambito civile a produrre plutonio in quantità ragguardevole. Poiché non si tratta del modo più economico di generare elettricità dall'atomo, è più che evidente che la posizione di Fukuda (che peraltro appartiene ad una importante dinastia politica del suo Paese) viene da lontano e stupisce solo chi vuole stupirsi a tutti i costi.

Infatti, anche se nel 1967 il primo ministro Sato Eisaku vinse il premio Nobel per la Pace enunciando i tre principi del "Giappone denuclearizzato"(non fabbricazione, non possesso di armi proprie, e non permesso all'introduzione nel Paese di armi altrui), la loro validità è sempre stata legata all'inclusione del Giappone nell'ombrello di copertura del deterrente statunitense, esplicitamente assicurata da Washington durante gli anni della Guerra Fredda in cambio della sottomissione. E della fornitura delle essenziali basi mediante le quali è stato operato il "containment" asiatico dell'Impero sovietico nel quarantennio successivo, iniziando dal salvataggio della Corea nel '50-53. Il tutto arricchito dall'espansione che l'economia giapponese ha potuto compiere negli stessi anni con il favore del trattamento preferenziale ad essa riservato dal ricchissimo mercato statunitense e senza il gravame delle ingenti spese militari determinate dalle precedenti ambizioni egemoniche dell' Impero.

Dopo il crollo del monolito sovietico gli scenari internazionali si sono profondamente modificati, e con essi anche i termini di questo peculiare ma efficace sodalizio nippo-americano. L'11 settembre non ha fatto che completare il processo. Oggi la percezione dei governanti giapponesi è che le premesse sulle quali tale sodalizio si basava siano completamente mutate, anche se il trattato di alleanza e di amicizia fra Washington e Tokio è stato formalmente rinnovato. Ma esso non è più il solo pilastro della stabilità dell'Asia. L'offerta di qualche anno fa del presidente Clinton alla Cina di diventare "partner strategico" degli Stati Uniti, anche se parzialmente sfumata dalla nuova amministrazione repubblicana, costituisce l'esempio più eclatante di un nuovo approccio americano, che privilegia la flessibilità di rapporti de-ideologizzati, da costituire secondo le esigenze delle situazioni contingenti, senza schematismi e rigidezze, sulle alleanze organiche e protratte nel tempo, basate sulla comunanza dei valori.

In Asia tale approccio corrisponde ad una percezione più differenziata della situazione strategica che non è appannaggio del presente Esecutivo ma è largamente condivisa dai due schieramenti del Congresso, e quindi "bipartisan" e prevedibilmente di lunga durata. Il Giappone non è più considerato il fulcro della presenza e degli interessi statunitensi nella regione, e non necessariamente i suoi nemici sono anche nemici degli Stati Uniti. Addirittura per il governo di Washington potrebbe diventare irresistibile la tentazione di spingere tutti i rivali geopolitici asiatici degli Stai Uniti, in atto e potenziali - Cina, Russia, India, Iran, Pakistan, Indonesia ma anche Giappone e Corea - gli uni contro gli altri, in una legittima anche se temeraria riedizione del divide et impera di quirita e albionica memoria.

Si aggiunga la fortissima impressione determinata in Giappone dal lancio di missili balistici della Corea del Nord - Paese surrettiziamente nucleare, come sanno bene gli addetti ai lavori - che qualche anno fa hanno ripetutamente sorvolato l'Arcipelago, nonché gli esperimenti nucleari indiani e pakistani, l'esplodere delle innumerevoli tensioni in varie parti del Continente asiatico e il permanere delle forti antipatie dei vicini, praticamente tutti, verso l'Impero del Sol Levante e le sue ambiguità revisioniste. Espresse, queste ultime, in una serie di mosse e segnali attentamente scrutati al di là dello stretto di Tsushima: libri di testo per le scuole non rappresentativi dell'aggressivo imperialismo nipponico, visite di Primi ministri al sacrario che custodisce anche le spoglie dei criminali di guerra impiccati dagli americani, potenziamento della Flotta, citato accumulo di plutonio, frasi criptiche dei leader politici, etc.

Tutti questi fattori hanno aumentato a dismisura, anche prima dell'11 settembre, le "ansietà strategiche" di un popolo che ne ha possedute sempre in eccesso, spingendolo sempre di più nella direzione di una ripresa dell'autonomia strategica e militare. Impensabile, quest'ultima, senza l'armamento nucleare, se non altro come segnale di determinazione politica, in un continente nel quale le gerarchie corrispondono a precisi formalismi.

D'altra parte, come scrive sull'IHT del 19 giugno uno dei massimi esperti militari del Pcific Rim, Paul Dibb, direttore del Centro per gli Studi Strategici di Camberra, "Peace looks fragile in Asia". A differenza del teatro europeo, una guerra maggiore fra grandi Paesi è tutt'altro che impensabile in questa regione, che vanta, nel settore militare, un record dietro l'altro. Ospita i maggiori contenziosi fra Stati del mondo contemporaneo: il citato India-Pakistan, l'India-Cina, quelli fra le due Coree e le due Cine (con gli Stati Uniti sullo sfondo di entrambi), la disputa sul petrolio del mar Cinese meridionale, che interessa otto Paesi, l'irrisolta questione delle isole Curili fra Giappone e Russia e, se vogliamo, anche la polveriera mediorientale, che si protende con tutte le sue propaggini dal Maghreb alla Corea del Nord. Insieme a quelli minori si arriva a più di una ventina di conflitti potenziali.

Di conseguenza l'Asia è il più munito campo trincerato del globo, con dieci milioni di soldati in armi. Dal 1985 le spese militari vi sono aumentate del 30%, nonostante la crisi economica del '97-'98. Più della metà dei proliferatori nucleari, chimici e biologici del mondo appartengono a questa area geopolitica. Se si considerano gli Stati Uniti come Paese asiatico ad honorem, per i loro vasti interessi e coinvolgimenti nell'area, fra le prime cinque potenze militari del pianeta, quattro giacciono nella regione. Il Giappone, una di esse, è il secondo o il terzo erogatore di spese per la difesa del mondo, a seconda di come rileggono le cifre russe. Anche se come abbiamo visto possiede solo armamenti convenzionali.

A peggiorare le cose, non esistono in questa parte di mondo sistemi collettivi di sicurezza simili alla Nato, né trattati multilaterali per la riduzione delle tensioni (come l'"open skies" euro-americano, gli accordi per la prevenzione degli incidenti fra le flotte militari russe e atlantiche, le varie linee "rosse", etc.) e degli armamenti, tutti elementi che hanno alleggerito le ultime fasi della Guerra Fredda e sono stati determinanti, in parte, per il suo superamento. Vi sono varie organizzazioni e simposi regionali di limitata valenza e dubbia efficacia, soprattutto nel caso si passi dagli insulti alle cannonate, come l'Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico, i Cinque di Shanghai, il Gruppo di cooperazione sud-asiatico, e poco di più. Ottimi per sceneggiate mediatiche, esercizi simbolici e strette di mano fugaci, e forse anche per la cooperazione economica e il contrasto alla criminalità (e anche al terrorismo, quando tutti sono d'accordo e si trovano dalla medesima parte della barricata), ma prive di qualsiasi valore reale per il mantenimento o il ristabilimento della pace quando i conflitti riguardano grossi e importanti Stati.

Potrebbe non essere più sufficiente neanche il tradizionale "asian way" di smussamento delle tensioni, frutto della saggezza millenaria di culture antichissime, che prevede uno stile non aggressivo di confronto da parte dei leader, la ricerca del consenso a ogni costo e il salvare la faccia a detrimento dei contenuti. Di fronte alla destabilizzazione planetaria provocata dal crollo degli equilibri del secolo passato, in Asia più che altrove, non basta più mettere da parte i problemi perché si risolvano da soli, sminuzzati dal fluire dei secoli, né limitarsi a quegli esercizi di minimizzazione nei quali le intelligenze politiche asiatiche sono così versate, per vederli sfumare sul serio.

Le ansie nipponiche sono quindi tutt'altro che irragionevoli e infondate. Il Giappone ha le risorse economiche e tecnologiche per cercare di risolverle secondo la via della classica autarchia strategica, sviluppando missilistica a lungo raggio, armi nucleari e capacità di proiezione navale. Completate da una limitata ma credibile difesa antimissilistica, un clone della NMD statunitense (alla quale l'industria nipponica partecipa su commesse del Pentagono), che avrebbe un effetto marcatamente destabilizzante sugli equilibri di potenza che si sono stabiliti nella regione asiatica. I primitivi deterrenti di Cina, India, Pakistan e Corea del Nord sarebbero in gran parte azzerati, e con essi il rango strategico dei rispettivi proprietari.

Il successo tecnico non mancherebbe. Ma le conseguenze politiche potrebbero suscitare - come afferma Robyn Lim sull'IHT del 28 maggio - "sospetti e ostilità immensi in Asia" rievocando un passato che tutti coloro che hanno avuto a che fare con le insegne di guerra del Sol Levante aborriscono concordemente. Il Giappone pacifico e mansueto di oggi e di ieri ha pochi amici, in Asia meno che altrove, proprio per il ricordo non sopito di quel passato. Se dovesse tornare ad essere un Paese "normale", con tutti gli attributi della sovranità , gli stessi che nessuno si sogna di disconoscere per Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan e persino per gli Stati Canaglia (o almeno alcuni di essi), il Giappone finirebbe per avere solo nemici irriducibili.

E' strano, forse è ingiusto, ma è così. L'ostilità antinipponica in Asia è profonda, molto radicata e immensamente sospettosa.

La via più saggia, forse, rimane quella di rafforzare i legami con gli Stati Uniti, riproponendo, con gli aggiustamenti del caso, il sodalizio transpacifico della Guerra Fredda, a similitudine di quello che ancora esiste, nonostante tutto, fra le due sponde dell'Atlantico. Cercando di indirizzare l'ambizione del Giappone a contare di più negli affari del mondo verso un suo ruolo più incisivo nelle operazioni di pace, come suggerisce il Ministro degli Esteri Yoriko Kawagushi in un articolo sul Washington Post del 17 giugno. Esso mette in luce l'estremo attivismo del suo Paese nella crisi del post 11 settembre, con innumerevoli testimonianze. Missioni diplomatiche al massimo livello in Iran, Siria e Libano per cercare di ridurre le tensioni anti-occidentali in atto, proposte innovative avanzate nel contesto di una riunione G8 a Whistler, in Canada, candidatura per il Seggio permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, aspirazione a partecipare ad una eventuale conferenza sul Medio Oriente per risolvere la questione israelo-palestinese. Senza dimenticare il concorso della Marina nipponica alle operazioni americane di "Enduring Freedom" in Afghanistan, nell'Oceano Indiano e nel Mar Arabico - la "prima volta" dei valorosi marinai del Tenno dai tempi dall'umiliazione inferta dalle portaerei dell'Ammiraglio Nagumo alla Royal Navy, nel 1942.

Secondo Kawagushi, il Giappone potrebbe anche mettere a disposizione dei molti Paesi totalitari avviati alla democrazia, che costituiscono parte del problema dell'instabilità asiatica e hanno i problemi che sappiamo, un know how prezioso, distillato dall'esperienza della propria riuscita mutazione nel secondo dopoguerra.

Tutte queste iniziative sono largamente sconosciute all'opinione pubblica internazionale, per la quale il Giappone è ancora sinonimo di mistero, di stereotipi culturali o al massimo di una enigmatica e profonda crisi economica che il nuovo e carismatico primo ministro Koizumi tenta vanamente di risolvere.

Ma per le alleanze - come per il tango, secondo un aforisma politico anglosassone -occorre essere almeno in due. O anche in tre, se si raccoglie il suggerimento del professor Reiss apparso sull'IHT del 22-23 giugno, secondo il quale la Corea del Sud potrebbe e dovrebbe essere associata ad una rinnovata intesa nippo-americana, utilizzando il forte dinamismo della giovane Repubblica e la sua carica d'ottimismo, abbastanza assente nella stremata psiche collettiva dei cugini nipponici.

In assenza di una rinnovata prospettiva di inserimento nel sistema occidentale di sicurezza è molto difficile che i giapponesi continuino a battersi il petto e rinuncino ad equipaggiarsi nel modo più adeguato per far fronte a questa modernità così instabile e pericolosa. Se gli americani non sono in condizione di offrire al loro Paese la necessaria copertura strategica, è quasi certo che se la procureranno da soli. E lo stesso faranno per una completa riabilitazione della propria identità storica e geopolitica.

Il Giappone è la seconda potenza economica mondiale - almeno finché l'Europa rimarrà uno Zollverein - nonché un colosso di centoventi milioni di abitanti che hanno uno dei maggiori PIL pro-capite del pianeta. Anche perché è un Paese che viene molto da lontano e ha una sensibilità molto acuta sui temi che riguardano la sua specificità, un tema che in passato l'ha indotto a scelte rovinose.

L'esempio dell'India dovrebbe illustrare bene cosa può significare la rinascita incontrollata di una popolo di antiche glorie, quando si carica di valenze etnocentriche e scioviniste. Un Giappone nucleare e revanscista farebbe scaturire problemi immensi in un continente e in un mondo che non ne hanno affatto bisogno.