Anno 2002

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G8 in Canada: risultati e prospettive

Andrea Tani, 1 luglio 2002

Il vertice di Kananaskis è stato più rappresentativo per quello che il G 8 ha mostrato di essere che per i risultati specifici che ha conseguito, tutt'altro che disprezzabili. Essi possono essere sintetizzati, in ordine di importanza, in tre punti.

Primo: una serie di decisioni unanimi verso il contenimento e la neutralizzazione dei maggiori pericoli che il mondo sta affrontando, legati al proliferare delle armi di distruzione di massa e all'estendersi del terrorismo fondamentalista. E soprattutto alla combinazione dei due. Sono stati raggiunti significativi accordi per lo smantellamento delle armi e dei sommergibili nucleari obsoleti ex sovietici che riempiono porti e depositi fatiscenti della nuova Russia, la quale non ha i mezzi né una particolare propensione per toglierli definitivamente di mezzo. Previsti a tale scopo ben venti miliardi di dollari, la maggiore allocazione budgetaria scaturita dal vertice, dieci dei quali saranno stanziati dagli Stati Uniti e altrettanti da Europa, Canada e Giappone. Analoga operazione sarà compiuta nei confronti degli aggressivi chimici e biologici. È stato anche varato un piano di misure antiterrorismo, mirato specificatamente alla sicurezza dei trasporti aerei e marittimi e relative infrastrutture, che prevede una normativa internazionale che renda impervia, per i futuri terroristi, la ripetizione di aggressioni sul genere di quella dell'11 settembre, e molto più agevole per le forze di sicurezza la relativa opera di prevenzione.

Per inciso, l'annuncio relativo allo smantellamento dei sommergibili russi di cui sopra è stato casualmente dato in contemporanea alla notizia che la Cina acquisterà dalla Russia otto sommergibili convenzionali di ultima generazione, controbilanciando uno stesso numero di battelli acquistato da Taiwan. La notizia induce grande preoccupazione nel Pentagono, che teme una corsa agli armamenti navali sulle due sponde dello Stretto di Formosa e una limitazione ai movimenti delle sue Task Force nel Mar Cinese nel caso di un'altra crisi con il suo "competitore strategico"dell'altra sponda del Pacifico. Anche se si tratta di una vicenda del tutto scollegata al G 8, non si può fare a meno di rimarcare l'inarrestabile attivismo subacqueo della Russia, sotto le più diverse bandiere e i problemi che continua a ingenerare, nonché la dissonanza di questa mossa con l'atmosfera da "Happy Family" di Kananskis. Evidentemente la realpolitik ha diverse partiture.

Secondo: l'acquisita consapevolezza, da parte degli Otto Grandi, che i problemi dell'Africa costituiscono una delle massime priorità geopolitiche internazionali, e non solo un doloroso e un po' imbarazzante fatto localizzato e regionale, come è stato finora. Questa nuova percezione è in buona parte merito del Governo italiano, che l'aveva proposta con determinazione già al vertice di Genova. Ne è scaturito un forte impegno a determinare un radicale mutamento di indirizzo delle prospettive di sviluppo del Continente. Dall'assistenzialismo inconcludente - come dimostrano i suoi risultati - delle Organizzazioni non Governative, caratterizzato da aiuti incontrollati a pioggia, ad una serie di azioni dirette dei Paesi donatori volte a ricostruire le capacità degli africani a produrre ricchezza e a farla arrivare nelle giuste mani. A tale scopo sono state individuate una serie di strategie differenziate finalizzate a:
- spegnere i focolai endemici di guerra che sono accesi un po' dovunque e impediscono qualsiasi futuro; dovranno essere gli stessi africani a farlo, attraverso la costituzione di una Forza di Pace regionale, prevista per il 2010;
- combattere più efficacemente le malattie che ipotecano la sopravvivenza fisica delle popolazioni, in primo luogo l'AIDS, attraverso una politica di sostegno sanitario e sociale;
- aumentare esponenzialmente il livello di istruzione delle nuove generazioni, chiave di volta di qualsiasi modernità;
- favorire un deciso miglioramento del livello di "governance" delle élite locali;
- aumentare gli aiuti internazionali e vigilare sulla loro corretta attribuzione condizionandoli al raggiungimento di un livello minimo di trasparenza nelle istituzioni degli Stati;
- aprire i mercati dei Paesi ricchi ai prodotti africani, soprattutto nel settore agricolo e delle materie prime, senza le rovinose chiusure protezionistiche americane ed europee di questi anni;
- provvedere alla cancellazione dei debiti del Continente con il mondo avanzato;
- favorire le condizioni perché diventi conveniente per il capitale privato internazionale investire in Africa.

E' stato ribadito che dovrà essere data la massima priorità alla responsabilizzazione dei governi locali verso una ripresa di quella iniziativa politico-amministrativa che non hanno saputo o potuto esercitare. Su tale principio si è verificata una piena concordanza fra i Grandi e i rappresentanti della cinquantina di governi che concretizzano le realtà istituzionali del Continente presenti al summit - i Presidenti di Nigeria, Algeria, Sud Africa e Camerun. Come ha detto il Segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, che ha parlato di "punto di svolta nella storia dell'Africa", occorrerà "aiutare l'Africa perché si aiuti da sola".

Anche se le strategie individuate non hanno prodotto stanziamenti straordinari sotto il profilo finanziario, il mutamento di metodo adottato nel gestire il problema africano è molto importante e consentirà di utilizzare a favore dell'Africa le sinergie possibili fra la globalizzazione economica, la rivoluzione tecnologica e l'incremento di efficienza delle istituzioni nazionali, che coincide quasi sempre, quest'ultima, con una autentica liberalizzazione dei processi di formazione del consenso.

La parsimonia dei primi stanziamenti non deve essere equivocata. E'il segnale più eloquente che d'ora in poi dovranno essere i fatti a parlare, e non i teoremi pietistici autoreferenti e autoperpetuanti dell'approccio caritatevole. Con tutte le migliori intenzioni, esso ha fatto forse più danni al Continente africano della stessa intrinseca tendenza all'anarchia tribale di quest'ultimo, soprattutto perché ingenerava in Occidente una falsa sensazione che il problema africano veniva affrontato nel miglior modo possibile, cosa che non era affatto. Lo stesso approccio ha contribuito a perpetuare la tendenza all'anarchia irresponsabile delle popolazioni attraverso una riedizione fuori tempo e fuori luogo del mito del buon selvaggio schiavizzato dalle multinazionali.

I risultati del G8 sono stati aspramente criticati, non a caso, dalle Organizzazioni non Governative, le quali hanno dimostrato ancora una volta la natura conservatrice del loro operare, al di là degli indubbi ma non risolutivi meriti che esse hanno avuto nell'ultimo ventennio e del fatto che nello stesso periodo i governi hanno latitato alla grande.

Il solo fatto che nello stesso ventennio l'Africa sia stato l'unico continente ad arretrare su tutti i parametri significativi delle statistiche socioeconomiche e sanitarie, perché governato male, ignorante, corrotto, disorganizzato, in preda a faide intestine orribili quanto assurde - oltre che depredato delle sue ricchezze da poteri esterni che trovavano facile accesso nell'assenza di protezione delle entità sociali da parte dei governi locali - dimostra che la via seguita finora non ha portato risultati per i quali valga la pena di insistere. Peggio di come è andata non potrà certo andare, e comunque saranno africani consapevoli a decidere del loro presente e futuro, e non guru saccenti e dogmatici che esportano ideologie invece che buona amministrazione, ai quali fa inconsapevolmente comodo che continuino ad esistere masse diseredate e sofferenti per giustificare la loro presenza.

L'ultimo risultato del Summit canadese, ma non certo il meno importante, riguarda il sostanziale consenso del Gruppo circa la recente proposta americana sulla Palestina, con le rimarchevoli eccezioni delle critiche euro-russe (alle quali non si è associato il presidente del Consiglio italiano, che si è defilato con un abile e molto mediterraneo distinguo) sulla vexata quaestio della rimozione dell'attuale dirigenza palestinese come condizione pregiudizievole al sostegno americano al processo di pace. E' un distinguo importante ma non fondamentale, anche perché tutti concordano con il fatto che la credibilità della classe dirigente palestinese si debba coniugare con una opposizione attiva all'orrendo terrorismo suicida di questi mesi, e che entrambe non siano attribuibili all'attuale gruppo di Arafat.

Il fatto che nessuno può imporre ad un popolo sovrano il leader da scegliere in libere elezioni diventa una questione di lana caprina. Oltre che una pratica storicamente assai disattesa. E' improbabile che le Potenze Alleate occidentali avrebbero permesso ad un sopravvissuto Albert Speer di presentarsi come candidato al Cancelleriato germanico degli anni '50, né a Dino Grandi di fare lo stesso nella Repubblica Italiana, in concorrenza con Moro e Fanfani. Quando i militari algerini hanno invalidato le elezioni nel proprio Paese alla fine degli anni '80, vinte regolarmente dai partiti fondamentalisti, nessun governo euro-russo ha avuto veramente da ridire alcunché, salvo tirare un bel respiro di sollievo. Si potrebbe continuare. In realtà tutti sono ben felici che la nuova amministrazione Bush si sia finalmente impegnata di persona nel processo di pace fra Israele e la Palestina. Il sollievo maggiore risiede probabilmente nel solo sentire pronunciare quel nome - "Palestina" - associato al concetto di Stato da parte della maggiore Potenza mondiale, con tutta l'ufficialità e la gravità che una tale colleganza comporta.

Ci vorrà tempo e pazienza, ma una volta che gli Stati Uniti saranno entrati ufficialmente in azione è difficile che non vadano fino in fondo, o almeno ci provino seriamente. Soprattutto se questa azione corrisponde ai loro cruciali interessi nazionali, come è il caso in esame. Senza la pace in Galilea e Samaria non vi sarà pace neanche a Manhattan, o a Los Angeles, come tutti sanno. Data la forza e il potere di condizionamento che l'America ha su tutto il resto del mondo - compresi coloro che si illudono di averla in pugno, per questo o quell'arcano motivo - i risultati non potranno mancare. "Per i miracoli dateci tempo", come recita il noto adagio, e data la collocazione geografica del contenzioso e la sua natura storica mai esso è stato tanto appropriato.

Questo per quanto riguarda i risultati del Summit. Il suo aspetto più importante, dal quale eravamo partiti inizialmente, riguarda invece il "cosa" ha dimostrato di essere diventato il G 8 durante la sua efficiente edizione canadese, lontano dai ragazzini esibizionisti e dai mestatori professionali, oltre che dalle distrazioni di una mondanità turistico-promozionale che oggi non è più il caso di evocare. Abbandonata strada facendo la sua originale valenza economica di giscardiana memoria e spogliato delle sue spettacolarità globaliste e antiglobaliste delle quali Genova ha rappresentato l'apoteosi, questo vertice ha mostrato un G8 inedito nella sua ovvietà. Non si tratta dell'ennesima assise internazionale. Con qualche ottimismo, il Gruppo corrisponde alla concretizzazione di una oligarchia illuminata che guida e influenza il genere umano, tutelandolo nei suoi veri interessi e cercando di tenerla fuori dalle secche che lo scarso rispetto della batimetria geopolitica imposto dalle dinamiche della modernità minacciano continuamente.

Insistendo nella metafora, il G8 può essere assimilato al consiglio dei Saggi del villaggio globale, una specie di tavola rotonda alla Camelot nella quale la responsabilità, soprattutto, più che il potere, è il motivo dominante della missione della quale essi si sono investiti. I Saggi cercano di fare del loro meglio per evitare gli scogli di cui sopra e consentire alle valenze positive intrinseche allo sviluppo di migliorare le sorti dell'umanità. Nell'unico modo possibile, lasciandolo lavorare. Cercando di associare al processo tutti, gli have e gli have not, forse più i secondi che la totalità dei primi, come si è potuto simbolicamente apprezzare nella bella fotografia di gruppo a quattordici. Gli otto Grandi, i responsabili delle Organizzazioni internazionali ONU ed Unione Europea (disarmate, e perciò "media attractive"), e i quattro Capi di Stato africani di cui sopra.

Retorica, certo, e anche pubbliche relazioni. Ma non solo. Anche alta politica. Il G8 rappresenta il modo più efficace per tenere a freno l'unilateralismo della Superpotenza solitaria, il Re Artù della situazione, impedendogli di prendere scorciatoie e accelerazioni dannose per i compagni ma anche per sé. La squadra gioca insieme, anche se poi, fuori del campo, il fuoriclasse a volte finisce sopra le righe. Inoltre, l'inserimento completo della Russia nel consesso, altro evento clou del summit, ha conferito al G8 un profondità strategica che non aveva mai posseduto e una continuità geografica che corrisponde meglio al mondo di 24 fusi orari nel quale viviamo tutti. Oltre a fornire una disponibilità di spazi, risorse naturali, intelligenza e carattere che pone il Gruppo al riparo da pulsioni eccessive al proprio interno, e da condizionamenti prevaricanti esterni che in passato hanno creato non poche difficoltà.

Naturalmente non sono tutte rose. Gli assenti sono molti di più dei presenti, anche in termini di rilevazioni statistiche (non di ricchezza né di know how, per i quali confronti e paragoni sono assolutamente improponibili). Mancano le grandi masse asiatiche e musulmane, i Grandi del domani. La Cina e l'India non sono certo rappresentate dal detestato (dagli asiatici) Giappone e l'Islam è del tutto assente, in un momento nel quale esso influenza fortemente gli avvenimenti del mondo. I musulmani europei non bastano di certo. D'altra parte il G8 non ha pretese universalistiche, non vuole certo sostituire l'ONU, né il Consiglio di Sicurezza. E' un organismo nato in modo empirico, con obiettivi limitati e pragmatici; saggiamente non ha perso la sua impronta originaria, anche se interessi e obiettivi si sono modificati e ampliati non poco. Niente e nessuno gli impedirà di trasformarsi in un G9 o G10, appena le condizioni matureranno. Non si tratta tuttavia di una prospettiva imminente, perché la condizione essenziale dell'operatività del Gruppo è rappresentato dall'omogeneità dei Paesi e dei sistemi socioeconomici che rappresenta, nonché - nessuno lo dice ma è chiarissimo - da una certa affinità culturale e di civiltà. L'India, la Cina, ma soprattutto l'Islam di oggi sono ancora molto distanti da tutto ciò. Anche se in qualche modo i prossimi summit dovranno trovare il modo di interloquire con essi, rispettando la loro specificità e la via originale allo sviluppo. Le cronache future ne riparleranno.

Non occorre sottolineare come, se tutto ciò fosse vero, il ruolo incisivo assunto dal nostro Paese nelle ultime edizioni del summit rappresenti una riqualificazione molto significativa della sua valenza internazionale. Speriamo che sia basato su radici solide e duri a lungo, diversamente da alcuni momenti del passato.