Anno 2002

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Il Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra

Andrea Tani, 8 luglio 2002

Contrariamente a come è stata presentato dai media, il nuovo contenzioso USA-Europa sulla Corte penale internazionale per i crimini di guerra non è un'ennesima espressione dell'unilateralismo americano. Costituisce piuttosto una manifestazione eclatante dell'anelito europeo verso l'Utopia politica e comportamentale applicata al mondo del reale. L'ennesima riprova di una fuga in avanti delle ideologie del Vecchio Continente verso un'arcadia tanto più improbabile in quanto dovrebbe vedere la luce in uno dei momenti meno adatti della storia contemporanea. Ben diverso, tra l'altro, da quello nel quale essa è stata progettata.

Ricapitoliamo brevemente i fatti. Il 1° luglio è entrato ufficialmente in funzione il primo nucleo della suddetta Corte, il cui statuto era stato firmato a Roma il 17 luglio del '98 da 139 Paesi dell'ONU su 160, dei quali 73 hanno successivamente ratificato e dato vita all'organizzazione. Il suo compito è di perseguire crimini di guerra contro l'umanità, stragi, genocidi, etc, commessi da individui, gruppi o Stati nei confronti di persone fisiche o giuridiche aderenti al Trattato, ma solo nel caso in cui i predetti crimini non siano sanzionati dalle giurisprudenze nazionali. Data la naturale reticenza di tutti gli Stati a mettere in discussione le proprie strutture istituzionali, si comprende quanto poco significato tale caveat abbia. Se dovesse veramente fare il suo mestiere, il Tribunale sarebbe costantemente impegnato a indagare e portare in giudizio le forze armate e di repressione di mezzo mondo.

Più della metà degli Stati che avevano plaudito all'iniziativa nel '98 - 87 su 160 - non hanno aderito alla sua fase esecutiva, appena si sono delineate le prime difficoltà applicative. Esse riguardano soprattutto la perseguibilità da parte di una autorità sopranazionale che non risponde ad alcuna Istituzione sovrana dei militari nazionali impegnati nei teatri operativi all'estero. Una tale possibilità viene assolutamente esclusa dalle principali potenze militari del pianeta, o almeno da quelle che considerano l'uso della forza come un mezzo ordinario di protezione della propria sicurezza o dei propri interessi vitali. Si tratta di uno schieramento trasversale di Stati decisionisti, nella realtà o nelle intenzioni, che comprende, oltre gli Stati Uniti - i più critici in assoluto, anche perché sono quelli più esposti - anche la Russia, la Cina, l'India, Israele.

Se si guarda all'opposizione di questi Paesi alla Corte, si vede che non si tratta di una deviazione autocratica di entità avventuriste, ma di semplice coscienza delle responsabilità che questi Stati sentono di avere in un momento particolarmente delicato. A tali responsabilità corrispondono dispositivi militari che giustificano le risorse ad essi destinate, ricoprendo un ruolo essenziale nella politica dei rispettivi Paesi. (Cosa che non si può certo dire per la galassia europea dell'oggi). Quello che stupisce non è il contenzioso in sé, che non ha niente di scandaloso, quanto, come abbiamo accennato, la versione che i media ne hanno dato e la percezione che di esso ha conseguentemente ricevuto la pubblica opinione mondiale, in particolare quella occidentale. Sfugge ai più il fatto che l'Europa e i Paesi ad essa vicini o clienti stiano cercando di imporre ad un mondo assai recalcitrante, e seriamente preoccupato per i motivi che sappiamo, uno strumento giuridico che non ha una base di legalità riconosciuta e condivisa e non corrisponde ad una esigenza autenticamente verificabile, ma che lascia ipotizzare, nel caso fosse veramente implementata, conseguenze militari e politiche di una gravità inaudita.

Non ha una base di legalità perché nessuna istituzione internazionale super partes può sostituirsi a sovranità nazionali che non abbiano delegato i necessari poteri giuridici (87 Stati su 160, non lo hanno fatto), soprattutto in una materia così delicata come i comportamenti in azione di forze militari, che sono di difficilissima lettura anche da parte di chi ne conosce i minimi particolari. Figuriamoci da lontane burocrazie forensi che non padroneggiano i ferri del mestiere, devono riferirsi a rapporti non qualificati di parti in causa tutt'altro che obiettive, spesso condizionate da pregiudizi ideologici, e non rispondono a nessuno del loro operato.

Tutto quello che è stato fatto finora in materia, e che fornisce il pregresso giustificativo dell'intero progetto - Norimberga, i processi ai criminali di guerra giapponesi, le varie corti virtuali dell'intellighenzia progressista nella Guerra Fredda (che hanno fatto giurisprudenza surrettizia molto più di quanto sarebbe stato lecito) e il più recente Tribunale dell'Aja che ha sentenziato sui crimini di guerra nella ex Jugoslavia - non è stato altro che un travestimento finalizzato della giustizia sommaria imposta dai vincitori ai vinti. O da minoranze culturalmente agguerrite e politicamente aggressive che impressionano le masse.

In passato tale travestimento si era spesso collegato alla demonizzazione di questo o quello sfidante dell'egemonia geopolitica del momento, utilizzando le aspirazione wilsoniane di alcuni a creare un mondo nuovo esente dai peccati del potere, insieme alle spregiudicatezze di altri (i più) volte a prostrare definitivamente, attraverso una sofisticata operazione di "information warfare", l'autocoscienza di sconfitti particolarmente ostici.

Si è trattato di operazioni piuttosto azzardate che hanno comportato autentiche forzature giuridiche, universalmente riconosciute come tali ma accettate nell'eccezionalità del momento. Le principali di esse hanno riguardato la sistematica imposizione di una arbitraria retroattività dei reati, e la loro selettività a seconda degli autori. Ossia i crimini erano tali solo quando a commetterli erano i vinti e non i vincitori, come ad esempio l'ordine contestato a Norimberga all'Ammiraglio tedesco Doenitz di aver scatenato la guerra sottomarina senza restrizioni nella Battaglia dell'Atlantico, identico a quello del suo collega americano Nimitz nella Guerra del Pacifico. (Il tema è ben noto agli addetti ai lavori, gran parte dei quali, come Winston Churchill, erano contrari all'istituzione del tribunale di Norimberga. Nel conseguire l'obbiettivo di disintegrare l'orgoglio della germanicità il processo fornì la giustificazione per le mistificazioni successive).

In seguito, dopo il 1945, l'intera tematica si è tinta di una coloritura ideologica, per la quale i crimini di guerra da perseguire erano quelli, "di destra", compiuti dagli Stati Uniti e dai loro alleati, mentre la parte avversa era pregiudizialmente assolta dalla purezza delle intenzioni (il dogma dei "compagni che sbagliano", all'interno e all'esterno etc.) e dalla presunta nobiltà dei fini. La conseguenza è che mentre Stalin, Mao, Ho Chi Min e Pol Pot, per citare qualche esempio, non stati mai stati minimamente disturbati da qualsiasi corte penale internazionale per i milioni di vittime dei loro regimi, il Generale Pinochet fu arrestato in Inghilterra su mandato di un giudice spagnolo nello stesso momento nel quale veniva ricevuto a Madrid Fidel Castro, responsabile di un regime notoriamente torturatore, esecutore ed esiliatore di oppositori. Ed Henry Kissinger, in visita privata in Francia nel maggio del '91, fu invitato perentoriamente da un aggressivo magistrato francese - come riferisce Michael Lind sul Financial Times del 5 luglio - a testimoniare come Consigliere della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca negli anni del golpe di Pinochet per un caso di sparizione di cittadini francesi nel Cile di quel periodo, secondo un collegamento accusatorio che definire arbitrario è poco.

Recentemente si è conclusa con un non luogo a procedere la procedura intentata da un tribunale belga contro Ariel Sharon per i fatti di Sabra e Shatila, procedura che aveva portato all'emissione di un ordine di arresto internazionale per il leader israeliano. Se Sharon fosse andato in visita alla NATO al suo Quartier Generale di Evére, avrebbe potuto essere arrestato al suo arrivo all'aeroporto di Zaventem. Si può immaginare cosa potrebbe escogitare la medesima Procura di Re Alberto nei confronti del Segretario alla Difesa americano Rumsfeld per il recente bombardamento di un aereo americano su un pranzo di nozze in Afghanistan, o per tutti gli episodi consimili del passato. Compresi quelli della Guerra del Vietnam, ad esempio. Il Generale Westmoreland, se fosse ancora vivo, rischierebbe di essere chiamato a rispondere della strage di My Lay, così come il Segretario alla Difesa di allora, Mc Namara, che è ancora fra noi ma è diventato un pacifista e quindi forse si è posto al riparo da simili evenienze.

Se tutto questo è potuto germogliare in un contesto giuridico tradizionale, direttamente gestito da Stati sovrani, non è difficile immaginare cosa potrebbe scaturire da una giurisdizione universalista basata non su una inesistente sovranità superiore ma solo su un comune e indefinito sentire della comunità internazionale, una specie di "feeling" del genere umano. La valenza legale di una simile istituto sarebbe pressoché nulla, almeno secondo i principi del diritto, mentre quella sostanziale, legata cioè alla concorde deviazione dai suddetti principi in vista di un obiettivo condiviso dai più, sarebbe valido solo nella misura in cui fosse concorde e diffuso. Cosa che oggi è ben lungi da essere. 73 Stati su 200 sono una netta minoranza, senza contare i voti in questo caso si devono pesare, più che contare, e quelli di USA, Russia, Cina e India valgono qualcosa di più di quelli di San Marino, Lussemburgo, Danimarca e Lichtenstein.

Veniamo al secondo punto, l'esigenza verificabile di avere a disposizione un tribunale internazionale per frenare le infamie della guerra. Sorge immediata una serie di interrogativi. A che serve un simile istituto? Cosa giustifica il tribunale, anzi, essendo questo uno strumento di giustizia, che cosa lo esige? Si potrebbe rispondere "a contribuire ad impedire le eccessive durezze delle guerre, il loro incanaglirsi, a scoraggiare masse fanatizzate, isolati psicopatici o machiavellici demiurghi dal fare strage di inermi o anche del nemico, fosse pure se questo avesse commesso efferatezze maggiori nei suoi confronti". La motivazione è alta e condivisibile, ma è veramente questo il migliore modo per soddisfarla? Si pensa veramente che gli Ustascia, le truppe serbe del Ministero dell'interno, la Guardia repubblicana di Saddam Hussein, gli spetznatz russi, i marines coreani, i tiratori scelti del Mossad, i sikh indiani, ma anche i legionari francesi, i SAS di Sua Maestà britannica, i SEALS della US Navy, per non parlare dei guerriglieri di ogni origine e fazione, tutti coloro - si diceva - potrebbero essere scoraggiati nel portare a termine le loro missioni dall'esistenza di diciotto giudici superetribuiti in trasferta all'Aja, non si sa bene a chi facenti capo, oltre che a una legge che nessuno ha scritto e alla loro coscienza?

Nessun procuratore civile, e tanto meno nessun pavone esibizionista e ideologizzato in cerca di notorietà, potrebbe minimamente influire sul divenire di operazioni militari che hanno le loro motivazioni e sono sottoposte al vaglio di una catena di comando che commisura i mezzi con i fini. La quale è in grado di tenere sotto controllo le inevitabili smagliature meglio di chiunque altro. Se vuole farlo. E se non vuole è necessario prendersela col sistema del quale è emanazione, non certo perseguire questo o quello. Ma si crede veramente che la burocrazia delle organizzazioni internazionale stile New York, Bruxelles, Ginevra o Strasburgo ne potrebbe essere in grado? Il problema è che la pervasiva telecrazia della società avanzata sta cominciando a far credere alle moltitudini che i fatti siano veramente come spiegano i talk show. Secondo questi tutto può essere ricondotto ad un quadro che tende progressivamente alle sorti "certe e progressive" di un futuro sicuramente migliore del passato. Cambiano le coloriture ma il determinismo banalizzante permane. La giustizia internazionale, che secondo tali visioni è una ovvia emanazione del buon senso e dell'onestà intrinseca del genere umano, apparterrebbe ad una ineluttabile serie di trofei di civiltà che attendono solo di essere proclamati.

La verità potrebbe essere ben diversa. Un tribunale come quello che si va configurando - ammesso che entri veramente in funzione o che non diventi immediatamente un agone di propaganda politica antiamericana - rischia di non servire ad altro che a mantenere un corposo staff nella civile Olanda, a dare pubblicità a qualche pubblico ministero in lievitazione di ambizione e forse a perseguire qualche pesce piccolo o politicamente scorretto, rigorosamente messo in condizioni di non nuocere. Confermando ancora una volta che il mondo è fatto a scale. Non avrà alcun impatto per prevenire o reprimere i veri crimini di guerra, che possono essere prevenuti solo eliminando gli odi più atroci prima che diventino ingovernabili, non lasciando che le situazioni conflittuali incancreniscano fino a sfuggire a qualsiasi controllo. Più che strumenti giuridici internazionali sono semmai necessari strumenti militari internazionali, o utilizzati dalla comunità internazionale, per ricondurre i contenziosi in un contesto di ordinaria civiltà.

Occorre sommessamente ricordare che le forze armate regolari dei Paesi civili, che costituiscono pur sempre la parte principale degli operatori bellici, non agiscono quasi mai come fiere selvagge in una terra di nessuno. Il comportamento individuale e collettivo di soldati, sul quale si basa il funzionamento degli strumenti militari, è regolato da norme, usanze e valenze etiche alle quali esse si attengono per convinzione profonda, consuetudine istituzionale e forma mentis, se così si può dire (soprattutto quando si confrontano con i loro pari, con gente che indossa una divisa). E anche per una precisa convenienza, per assecondare un ovvio principio di reciprocità che costituisce il vero deterrente per il contenimento degli istinti belluini del combattente. La stragrande percentuale dei soldati catturati in battaglia vengono presi prigionieri e trattati come tali, e non uccisi sul posto come sembra prassi consueta negli ultimi film di cassetta.

E questo non certo per una pietà quasi sempre distante dalle condizioni reali del combattimento, ma per interesse, per premunirsi dai capricci del destino, che possono trasformare in vinti i vincitori del momento. Analogo discorso vale per i civili non combattenti, che vengono risparmiati, e anche nutriti e assistiti dalla logistica dell'esercito vincitore, molto più di quanto non si creda, sempre per salvaguardare il principio di reciprocità. Tant'è vero che le culture militari più spietate con i prigionieri e i civili, come quelle dei tradizionali guerrieri giapponesi, consideravano del tutto improponibile la propria resa o anche il solo sopravvivere alla sconfitta.

E se non fosse sufficiente la naturale propensione castrense alla ragionevolezza esiste poi la giustizia militare, uno dei principali compiti della quale è di contenere i comportamenti dei combattenti nell'alveo del consentito. Non sempre ci riesce, ma nel complesso sì, almeno negli eserciti disciplinati ed evoluti della modernità. Se di qualche sanzione il soldato potenzialmente stupratore e assassino ha timore è prima di tutto dei propri carabinieri-equivalenti e delle proprie corti marziali. Entrambi i quali sono in genere poco propensi a chiudere uno o due occhi, almeno negli eserciti "seri" di cui sopra, proprio per salvaguardare la valenza etica della condizione militare - e quindi il funzionamento del sistema - e il principio di reciprocità.

La Wermacht ha fucilato centinaia di propri soldati rei di violenza carnale nella campagna d'Italia, quella stessa Wermacht che è diventata epitome di spietatezza quasi criminale, non del tutto a torto. Ma questa accusa si riferiva quasi sempre a episodi della repressione antipartigiana, nei confronti cioè di civili armati, "banditen", come li chiamavano loro, i quali, a dispetto di tutta la comprensibile iconografia successiva, erano fuorilegge non autorizzati dalle leggi di guerra internazionali a fare quello che facevano. Passibili di essere passati per le armi, oltre che dall'Esercito tedesco, da tutti gli eserciti, compresi il nostro e quelli dei liberatori del 25 aprile. Cosa che tutti hanno regolarmente fatto.

L'abbandono delle restrizioni e delle regole che l'estendersi di questo ricorso alla guerra partigiana ha determinato, ha provocato l'inizio di una fase di sbandamenti ed eccessi, dall'una e dall'altra parte, che sono state la causa di gran parte delle esecrande carneficine che hanno infangato il buon nome di eserciti gloriosi. Le vicende successive alla Seconda Guerra mondiale, e la celebrazione del fenomeno partigiano e guerrigliero terzomondista da parte delle sinistre filosovietiche (e non solo) hanno istituzionalizzato questa ordinaria commistione bellica fra civili e militari che è in gran parte all'origine delle degenerazione odierna della guerra, insieme alle armi di distruzione di massa. E' stata conferita a descamisados senza mostrine e senza stellette, spesso autentici banditi, una legittimazione di fatto che ha contribuito non poco ai problemi dell'oggi, dato che trasforma tutti i civili in combattenti potenziali e li sottrae alla tradizionale protezione della legge di guerra.

Tutto ciò riguarda soprattutto il caso più semplice, quello del comportamento dei soldati isolati o in gruppo. Se non di soldati si tratta, ma di interi eserciti o di generali e comandanti in capo che ordinano repressioni sanguinose, pulizie etniche o stragi indiscriminate verso specifiche categorie di nemici, non è tanto a loro che occorre guardare, ma ai loro capi politici, i quali agiscono in base a considerazioni generali che difficilmente possono essere giudicate da un Tribunale, militare o internazionale che sia. Come risulta chiarissimo dalla implacabile ed efficace difesa che Milosevich fa di se stesso e della sua politica al processo in corso all'Aja. Senza scomodare Stalin, un noto esperto della materia, il quale sosteneva che la morte di un uomo è una tragedia, quella di mille uomini una statistica, e quella di un milione un disegno o un accidente della Storia. O il risultato di una decisione strategica, possiamo aggiungere noi, la quale può condurre a questo o a quel risultato indipendentemente dalla moralità e dalle intenzioni di chi l'ha pronunciata.

Ricordiamo che per gli americani Lincoln è un puro eroe e il Generale Sherman, quello della marcia della morte nella Georgia e di "Via con Vento", un macellaio sanguinario, apprezzato solo nelle lezioni delle Scuole di Guerra per la rapidità con la quale pose fine alla resistenza sudista e alla guerra tout court. Egli agì in base a direttive generali del suo Presidente, e non merita il giudizio conformista che la Storia - e un eventuale Tribunale Internazionale del momento, si può essere certi - ha emanato, o almeno lo dovrebbe condividere con il suo Capo. Entrambi assolti o entrambi condannati.

Vediamo ora le conseguenze che l'istituzione di un tribunale internazionale potrà comportare. Esse derivano in gran parte dalla finalizzazione delle considerazioni che abbiamo fatto. Se dovesse raggiungere la piena operatività, un simile organismo sarebbe investito del compito più difficile e arduo che un Tribunale possa affrontare, cioè giudicare della liceità di comportamenti collegati alla guerra, cioè alla maggiore patologia del comportamento sociale dell'uomo, secondo principi aleatori, non condivisi dagli imputati potenziali (e neanche dalla gran parte delle parti lese), e legati ad una cultura giuridica di parte, appannaggio di non più del 10% della popolazione mondiale. Europa e dintorni, con la notevole eccezione della progenie statunitense. Un po' poco, per sentenziare in nome dell'umanità, su un tema così controverso ancorché differenziato secondo i diversi contesti culturali.

Come avrebbe giudicato un simile Tribunale, ad esempio, i capi militari alleati che distrussero Dresda e Nagasaki senza motivo? Oppure i protagonisti della guerra del Vietnam che hanno pianificato e diretto per anni, a parte i bombardamenti, le campagne di soppressione dei capi degli schieramenti avversi? O i leader delle guerre di liberazione anticoloniale nel terzo mondo, che incitavano all'eliminazione fisica spicciola di intere burocrazie con famiglia al seguito, e hanno compiuto atti terroristici che hanno ucciso migliaia di civili innocenti? Che differenza c'è fra le bombe dell'FLN algerino degli anni '50 e le stragi dei fondamentalisti di oggi? Quale sentenza attende i capi militari che programmano la guerra intelligente di questi anni, che non è così precisa come pretende di essere, non certo per colpa di chi pianifica le operazioni? Chi dovrebbe essere chiamato in causa per un "danno collaterale", il responsabile dell'operazione, l'operatore di sistema, l'ingegnere progettista della smart bomb, oppure chi ha scritto il software del sistema di guida? Oppure la commissione di collaudo? Tutti i danni collaterali della guerra moderna, che è comunque molto più compassionevole di tutte quelle che l'hanno preceduta, potrebbero essere equiparati a omicidi o stragi colpose da un Tribunale non professionale, disattento e incline alle luci della ribalta. Tutti. Qualsiasi colpo non sul bersaglio - rigorosamente militare, s'intende - potrebbe dar luogo a imputazioni, se provocasse danni rimarchevoli.

Il paradosso di questi interrogativi/affermazioni è più apparente che reale. Ne è una riprova una vicenda nostrana. Il rapporto fra la magistratura ordinaria del nostro Paese e le sue Forze Armate, a partire dalla fine degli anni '80, è stato completamente stravolto rispetto a quanto era successo nei precedenti centoventi anni. Da parte degli organi giudiziari civili si sono verificati innumerevoli episodi di invasione di campo e di interferenza su materie di tradizionale competenza della giustizia militare, o semplicemente delle commissioni d'inchiesta di Forze Amata, che non ha alcun riscontro nella storia delle istituzioni italiane, per non parlare di quella degli altri Paesi. E' diventato operante il principio generale secondo il quale la Magistratura inquirente può e deve analizzare le pieghe della conflittualità contemporanea che interessano i nostri reparti militari, dovunque essa si verifichino. Esse si sono dovute difendere più dall'aggressività dei GIP che dai missili balcanici (che hanno abbattuto un G 222 e un elicottero durante la guerra fra Serbia e Croazia, senza destare particolari emozioni nelle nostre Procure) e dalle pallottole dei Mirage di Gheddafi (ottobre '73, attacco alla corvetta De Cristofaro, un morto per le ferite riportate, nessun interesse da parte di alcun magistrato italiano).

L'elenco di tali episodi è impressionante: la vicenda di Ustica, la quale ha quasi rovinato la reputazione di una Forza Armata meritevole di ben altra considerazione, e che ha provocato una valanga di convocazioni, denuncie e comunicazioni giudiziarie. Fra le quali l'accusa infamante e del tutto fuori luogo di "alto tradimento" ad un gruppo di alti ufficiali che ci hanno rimesso la reputazione e i risparmi di una vita di sacrifici. E poi la Somalia (anche se lo scontro del Check Point Pasta, a Mogadiscio, negli anni '90, è passato inosservato), le vicissitudini delle unità navali impegnate nel controllo dell'immigrazione clandestina, la paradossale vicenda delle "Jettison Area" della campagna aerea del Cossovo (le zone dell'Adriatico dove i bombardieri Nato si liberavano del munizionamento non utilizzato prima di atterrare), una indispensabile procedura tecnica legata ad operazioni di guerra trattata alla stregua di una discarica abusiva.

Ed ancora le stupefacenti aperture di inchieste giudiziarie civili per ogni incidente grave che si è verificato alle nostra unità militari impegnate nel peacekeeping, nei Balcani, nel Canale di Sicilia e altrove. (Per inciso, per gli strascichi giudiziari di questi due episodi altri alti ufficiali in pensione stanno dando fondo alla loro buonuscita, per sostenere le spese legali che una vicenda del genere comporta). Per non parlare di un'intera linea di velivoli, gli AMX, messa "sotto sequestro giudiziario" in seguito ad una serie di incidenti particolarmente gravi. "Sequestro giudiziario" di una flotta di cacciabombardieri, come era accaduto in passato anche ad una Corvetta, la Sibilla, e a un Pattugliatore, il Cassiopea. C'è da chiedersi se qualcuno si rende conto (o indaga) di quale sia l'impatto di queste vicende sulla prontezza operativa delle forze e sul morale dei militari.

La stessa situazione che ha generato questi episodi impone cautela nel loro giudizio, ma insomma ognuno può trarre le sue conclusioni. E' del tutto evidente che il Terzo Potere si può permettere oggi invasioni di campo in aree delicatissime e vitali per la sicurezza del Paese proprio per il modo inappuntabile con il quale ha gestito la generale situazione giudiziaria del Paese. Tutte le istituzioni dello Stato hanno da imparare da alcuni solerti Procuratori.

Si può immaginare quali sarebbero le conseguenze se questo straripante attivismo, che non è patrimonio solo italiano ma ha trovato diversi epigoni anche altrove, si trasferisse ad un Tribunale internazionale soggetto alle più svariate lobby e influenze, e colorato politicamente nel modo più consueto, e interessasse le forze militari di Paesi più agguerriti e impegnati militarmente. Quale comandante potrebbe dare un ordine rischioso ai propri soldati e vedersi obbedito? Quale soldato rischierebbe la pelle per vedersi incriminato da sconosciuti e inqualificati dilettanti lontani mille miglia? Chi ordinerebbe l'apertura del fuoco su un bersaglio che è sempre indistinto, probabile ma non certo, un azzardo eterno, col rischio di giocarsi la carriera, la libertà, il modesto benessere che i militari conseguono dopo decenni di sacrifici?

L'idea che sta alla base del Tribunale Internazionale è nobile come forse i suoi veri scopi, dare forza alla legge dei codici su quella della giungla, "sostituire il potere dei generali", come ha detto un diplomatico europeo, "con il potere del diritto". Non consentire più a nessuno di ordinare o compiere soprusi e stragi fidando sull'impunità. Affermare il principio che la gerarchia e la distribuzione delle responsabilità non proteggono più, e non dispensano dall'assumersi le fondamentali responsabilità di ogni uomo civile. E farlo rispettare. Non consentire ai più grandi e ai più forti di fare tutto quello che vogliono, di scambiare l'arbitrio con la legittima difesa dei propri interessi e dei propri cittadini. Dar voce ai più deboli, civili, donne, inermi, piccoli Paesi, interessi minimali. Minoranze.

Ma nelle sue concrete conseguenze si tratta di un'idea ancora molto in anticipo sui tempi, i quali non sono così soavi come certe rappresentazioni della realtà sociale diffuse dalla televisione lasciano supporre. I lupi sono ancora fra noi, in gran numero, e l'eterna vocazione alla distruzione indiscriminata e folle che si è evidenziata in questi ultimi anni aggiunge preoccupazione a preoccupazione. Non è il momento di indebolire le strutture che proteggono il mondo dalla sua ricorrente sindrome autodistruttiva. Faranno sicuramente meno danni le forze armate organizzate e appropriatamente preparate degli Stati della tremende violenze disgregatrici che si scatenerebbero se le protezioni fossero allentate. I soldati accettano di buona grazia di essere giudicati da altri soldati. Già i tribunali civili creano malumori e disorientamenti. Figuriamoci un tribunale civile di un altro Stato o di nessuno Stato, indefinito, transnazionale.

Quando e se si arriverà ad un governo mondiale, ad una sovranità planetaria condivisa e chiaramente identificata, i Tribunali come quello dell'Aja diventeranno la sede naturale per affrontare i contenziosi fra le genti, in tutte le loro manifestazioni. Oggi una tale attribuzione sembra un po' improvvida, un po' molto in anticipo sui tempi. E soprattutto la giurisdizione non può precedere l'autorità fondamentale dalla quale promana la legge che essa deve far rispettare. Le sentenze dei tribunali sono cose ben più gravi del coordinamento di dodici valute che viene fatto passare per moneta unica, il quale è stato attuato prima dello stabilirsi di uno stato europeo supernazionale. Si è trattato di un'operazione politica dagli scarsi rischi. Un tribunale internazionale è ben altra cosa.

Nell'attesa di tutto ciò, il primo risultato dell'iniziativa dell'ONU di questo inizio di luglio è stato quello di accentuare lo sganciamento dalle sue operazioni militari di pace del dispositivo militare americano, l'unico in grado di tenere ordine in questo rissoso pianeta e di fornire prestazioni cruciali senza le quali la stessa fattibilità del peace keeping diventa problematica. In ciò l'ONU è stata certamente aiutata dalla dirigenza di Washington che in modo pressoché bipartisan vede come il fumo agli occhi ogni interferenza sull'operatività delle sue FFAA dell'internazionalismo burocratico, ONU, NATO, UE che siano. Soprattutto in un momento come questo.

All'atto stesso della formalizzazione del nuovo tribunale dell'Aja, il Presidente Bush ha assunto una posizione ultimativa circa la necessità che i soldati americani in Bosnia e Cossovo rimangano fuori della sua giurisdizione, minacciando il loro ritiro in caso contrario. Il mantenimento di una presenza americana nel dispositivo in Bosnia è stato messa in forte pericolo. Le ultime informazioni dal Palazzo di Vetro parlano di un faticoso e un po' pasticciato compromesso a livello di Consiglio di Sicurezza. Ma il problema esiste, e la richiesta di Washington di sottrarre permanentemente i suoi militari che operano all'estero dalla stessa giurisdizione, come conditio sine qua non per la continuazione di una presenza americana nel peacekeeping ONU, è chiaramente inaccettabile. Equivarrebbe a chiudere il Tribunale dell'Aja e alla perdita definitiva di credibilità dell'ONU. C'è un'esile possibilità che il Consiglio di Sicurezza diventi il referente operativo del Tribunale, come vorrebbero gli Usa, ma il risultato non sarebbe molto diverso.

E' difficile fare previsioni su come evolverà la vicenda. Potrebbe darsi che gli americani decidano di sganciarsi sul serio dal peace keeping, almeno per quanto riguarda i reparti da combattimento (per i quali l'US Army avverte una certa carenza quantitativa ma soprattutto qualitativa, del tutto inaccettabile oggi, dovendo tenere a bada Al Quaeda, Evil States, terrorismo NBC, Cina, Cuba e quant'altro), e continuino a fornire supporto informativo e, limitatamente alle disponibilità, logistico. In tal caso gli europei e il Giappone sarebbero chiamati a subentrare, aumentando la loro esposizione militare nel peace keeping, in modo da arrivare a quella ripartizione di ruoli fra loro e gli americani che si profila sempre più probabile. Sarebbe riservata a Washington (con l'appoggio della Russia) la guerra "vera", la neutralizzazione delle minacce globali, e ai suoi alleati tradizionali il ripristino e il mantenimento dell'ordine internazionale e "intranazionale". Gli stessi compiti che in un singolo Paese vengono suddivisi fra Esercito e Polizia.

Questa divisione del lavoro potrebbe convenire alle grandi potenze "dimezzate" della Guerra Fredda, Germania e Giappone (e anche Italia e Spagna), che riassumerebbero una visibilità strategica importante e più consona alla loro nuova natura mansueta e buonista. Meno forse a Francia e Regno Unito che tutto sommato sono state spiazzate, soprattutto la seconda, dalla piega che hanno preso gli avvenimenti, forse non prevista. Hanno probabilmente equivocato, prendendo per un caposaldo della resistenza all'omologazione yankee quello che è stato forse un declassamento per i loro Paesi. Deciso a freddo, non ci sarebbe da stupirsi, dalla nuova Amministrazione Bush, che oltre a farsi sorprendere da qualcuno continua a sorprendere molti.