Anno 2002

La crisi turca

Andrea Tani, 15 luglio 2002

La Turchia è nel pieno di uno delle suoi ricorrenti terremoti politici che scuotono dalle fondamenta, con ottomano furore, la trasposizione kemalista della Sublime Porta, uno dei maggiori pilastri del sistema internazionale. La crisi è più violenta e pericolosa del solito, soprattutto perché confluiscono in essa una decina di componenti maggiori, o crisi specifiche di settore.

Innanzitutto la crisi politica contingente che ha catalizzato il cataclisma complessivo. La malattia del primo ministro Bulent Ecevit ha fatto precipitare il fragile equilibrio sul quale si basava la coalizione di governo di Ankara, nella quale convivono una componente di sinistra, una di centrosinistra e una di estrema destra, in dispregio di tutte le classiche regole degli apparentamenti parlamentari. Le dimissioni dei maggiorenti del governo, il Vice Priemer Ozkan, il ministro degli esteri Cem e quello dell'economia Dervis (temporaneamente rientrate, queste ultime, per evitare il tracollo dei mercati e della lira), tutti tecnocrati stimati universalmente e garanti della stabilità e della solvibilità del Paese, hanno fatto capire che il vecchio "Leone di Cipro" (che Ecevit fece invadere 28 anni fa) è alla fine. Non basta più la rianimazione politica di sua moglie Rahsan, il potente leader di fatto del Partito della Sinistra Democratica, per tenere in vita un governo moribondo come il suo capo. I topi saltano dalla nave che affonda, ma soprattutto cercano di trovare freneticamente una soluzione di governo interinale che gestisca al meglio la probabile prossima crisi irachena - l'attacco americano al regime di Baghdad - e la certa negoziazione con Bruxelles, a dicembre, per l'accesso del Paese a quell'Unione Europea che dovrebbe rappresentare la risoluzione definitiva per i suoi problemi.

"Soluzione di governo interinale" perché, se si andasse alle elezioni, una crisi di rappresentatività sarebbe pressoché certa. I sondaggi preconizzano che solo il nuovo partito fondamentalista, l'AKP, guidato dal carismatico ex sindaco di Istambul, Erdogan, supererebbe la soglia di sbarramento del 10% necessario per entrare in parlamento. L'altra formazione che potrebbe arrivarci è "Azione Nazionale" (NHP), il partito dei Lupi Grigi, al cui confronto il lepenisti sembrano benpensanti imborghesiti. Tutti gli altri sono fra color che stan sospesi, e rischiano di rimanere esclusi da una nuova assemblea parlamentare. Il 44 % dell'elettorato è ancora indeciso per chi votare. Si comprende l'effetto dirompente che avrebbe un Parlamento dominato da integralisti e para-nazisti. Proprio per questo gli analisti più accreditati danno molto probabile un tentativo da parte dei transfughi Cem, Ozkan e Dervis di costituire un nuovo partito che sarebbe gradito ai militari e all'Occidente, e che potrebbe impedire ad integralisti e nazionalisti di conquistare la leadership politica del Paese. Evitando lo sbocco del diktat (o del putsch) militare, consueto in questi casi, ma particolarmente imbarazzante e pericoloso nel momento attuale.

E questo porta all'altra crisi, quella del modello istituzionale della Turchia, dominata dall'autocrazia militare che ha consentito al Paese di navigare senza eccessivi danni in un secolo particolarmente periglioso come quello testé concluso, e, più recentemente, di rintuzzare la minaccia della secessione curda. Ma non quella integralista, molto più insidiosa, che mina alla base i principi della rivoluzione kemalista. Questi ultimi, oltretutto, non sembrano più adeguati alle nuove sfide che si pongono al Paese: europeizzazione e partecipazione alla globalizzazione economica. Tali sfide presuppongono il superamento delle molte insufficienze del modello autoritario di Ataturk, dall'immobilismo alla corruzione, all'inefficienza amministrativa, alla scarsa trasparenza dei processi decisionali, al sommario rispetto dei diritti umani, al perfettibile "predominio della legge", per usare un eufemismo, sulle altre esigenze di governo.

D'altra parte le nubi che si stanno addensando sull'area mediorientale - la crisi geopolitica in atto - non consentono eccessive e troppo frettolose liberalizzazioni. Esse porterebbero a una diminuzione di solidità del bastione turco, che ha funzionato egregiamente durante la Guerra Fredda e le fasi immediatamente successive. Oggi la situazione di quella parte di mondo e il ruolo che la Turchia vi svolge sono particolarmente critici e impongono la massima cautela. Il Paese si trova nell'intersezione delle maggiori faglie di frizione strategica del pianeta, al centro dell'ellisse di crisi fra i continenti europeo, asiatico e africano. E' il principale alleato "presentabile" degli Stati Uniti nella regione e costituisce la base di lancio di qualsiasi strategia americana verso l'Iraq. Al contempo è un alleato "impresentabile" di Israele: "impresentabile" per l'area culturale e religiosa dal quale proviene e nel quale si trova ancora immerso. Il sodalizio con Israele provoca frizioni sotterranee ed esplicite con il mondo arabo, che prima del 1918 è stato sempre sottomesso al giogo ottomano e non ha alcuna simpatia per il suo antico dominatore.

Il risorgere del fondamentalismo accentua l'imbarazzo e la percezione di blasfemia dell'alleanza da parte delle masse islamizzate, e ne rende più difficile la continuazione. A nord, il rapporto con la Russia è stabile, anche se la gestione dei detriti caucasici dell'Impero ex sovietico e soprattutto la competizione sui futuri andamenti dei flussi energetici che proverranno dall'Asia centrale (e sulla benevolenza del comune protettore americano) non lasciano prevedere eccessivi idilli. Anche perché entrambi i Paesi sono condizionati dall'attività di grandi organizzazioni malavitose, che si contendono i flussi merceologici criminali della regione - droga, armi, residui tossici, riciclaggi, prostituzione, manovalanza omicida, immigrazione clandestina - gran parte dei quali attraversano la penisola anatolica e non contribuiscono a rendere possibile quell'alleggerimento dei tradizionali vincoli istituzionali turchi del quale, altrove, si avverte la necessità.

Una importante sottospecie della crisi geopolitica è la crisi con l'Europa. Le ragioni sono in parte queste appena menzionate - la scarsa presentabilità dei generali e dei boss mafiosi turchi - e in parte la obiettiva estraneità storica e culturale (nonché etnica, per quello che vale oggi) della Turchia rispetto all'Europa cristiana, individualista, capitalista, borghese, idealista e democratica. Tutte caratteristiche che cozzano con le peculiarità ottomane. Si aggiunga la dinamica di accrescimento della popolazione, che farebbe di una Turchia europea del 2020 la maggiore potenza demografica del continente, superando la stessa Germania. Niente male come difficoltà per un matrimonio che "s'ha da fare" comunque, perché rappresenta l'unico modo di legare il formidabile guerriero turco al carro dell'Occidente, evitando di ritrovaselo libero di scorrazzare nella contemporaneità come un pirata barbaresco impazzito.

Si aggiunga a tutto ciò la crisi economica post 11 settembre e post Enron (e WorldCom, Xerox, etc.) che sta mordendo la Turchia in modo particolare, dato che si aggiunge agli endemici problemi che non riescono a trovare soluzione. Troppi turchi da sfamare e troppo poche risorse naturali, e poi inefficienze strutturali, eccessiva concorrenza delle repubbliche eurorientali e centroasiatiche dell'ex Patto di Varsavia, razionalizzazioni mancate, scarsità di investimenti esteri (anche perché le condizioni che dovrebbero attrarli non sono favorite da una idonea politica governativa), deficienze di infrastrutture. E mancanza di quattrini.

Alla crisi economica corrisponde infatti una drammatica crisi finanziaria. Il Fondo Monetario Internazionale ha prestato alla Turchia sedici miliardi di dollari, la seconda tranche di un recente prestito di trenta, il diciottesimo pacchetto di aiuti concesso dalle istituzioni internazionali dai primi anni '80, che fanno della Turchia il Paese più beneficiato e indebitato della storia moderna. Il 10 luglio "Moody's" ha abbassato l'outlook sul debito in valuta del Paese da "stabile" a "negativo", come aveva fatto "Standard and Poor" qualche giorno prima. Un Euro vale poco più di un milione di lire turche. Il "Rischio Paese", cioè l'indice differenziale del rendimento dei titoli di stato turchi su quelli americani, rimane decisamente al di sopra di una soglia considerata critica. Se non fosse il Paese che è nel posto che sappiamo, la Turchia sarebbe sprofondata ben più a picco dell'Argentina o di qualsiasi altro fallito internazionale.

Il quadro va completato con la maggiore crisi, quella di identità, che si evince indirettamente dalle considerazioni precedenti. I turchi non sanno più quello che sono: asiatici, europei, mediterranei, simil-arabi, orientali, tedeschi ad honorem, meridionali, islamici, laici, moderati, integralisti. Contadini, pastori, guide turistiche, disoccupati cronici o abitanti di gigantesche conurbazioni. La Turchia è allo stesso tempo il leader regionale, il ventre molle del mondo occidentale e il nocciolo più duro dell'islamicità, il simbolo del mondo ottomano, il risultato di una storia antichissima da riscoprire e l'unico Paese veramente moderno della galassia musulmana. Nonché uno dei primi ad aver vissuto sulla sua pelle l'incontro fra Ovest ed Est, fra Atene e La Mecca, fra antico e moderno, fra Dio e l'uomo. L'intera vicenda umana è sempre il prodotto di sincretismi e sinergie, ma in questo caso si è arrivati veramente al parossismo.

Non stupisce che la Turchia ha i problemi che ha. Essi sarebbero stati in grado di scardinare e mandare in definitiva rovina una costruzione meno solida e storicamente radicata. Cosa che non è avvenuta e non sembra sia prossima, nonostante tutto, sia perché si tratta di una Nazione-Stato ideologicamente ed etnicamente coerente ed omogenea, di rara compattezza e longevità, molto orgogliosa e cosciente di sé (oltre che poco sensibile alle autoflagellazioni), sia perché essa usufruisce di una serie di rendite di posizione che fanno da relativo contraltare ai problemi di cui sopra e finiscono in parte per compensare, anche perché ne costituiscono spesso l'altra faccia della medaglia.

Innanzitutto il fattore demografico, quello stesso che per un verso costituisce un grosso problema. Se la vitalità di un popolo si deve giudicare dall'animazione delle sue città e paesi, dalla gioventù dei suoi abitanti, dalla compattezza di clan e famiglie numerose e solidali, dal contributo paritetico che entrambi i sessi danno alla vita sociale, dalla vivacità della sua vita regionale - nonché dalla determinazione con la quale intere classi sociali ed etnie si applicano all'esistenza e ne percorrono le asperità, e dallo spessore delle sue tradizioni e dei suoi stilemi culturali - in tal caso la Turchia ha pochi concorrenti, nell'Eurasia e nel mondo.

Poi la solidità intrinseca dei suoi caratteri nazionali. Il turco prende molto sul serio la vita, il mondo e se stesso, nelle negatività ma anche nelle cose positive. E' un formidabile lavoratore, un familiare affettuoso e rigoroso, un soldato tenace e combattivo, mai veramente sconfitto da alcuno (non certo nella Prima Guerra Mondiale, che decretò la fine dell'Impero Ottomano per la pregiudiziale e sconsiderata ostilità dei vincitori contro le istituzioni multietniche che ha procurato quasi tutti i guai successivi). La sua classe dirigente è condizionata da una nomenclatura militare, ma questa è solida, compatta, con un alto senso della propria missione e un patriottismo d'altri tempi. Dispone di un potere reale e riconosciuto, che adopera senza timidezze e condizionamenti, neanche da parte del potere economico che - cosa rara in un Paese moderno - si mostra sempre deferente e non cerca di (o non riesce a) prevaricare più di tanto. Le infiltrazioni integraliste nelle FFAA sono sporadiche e combattute con durezza.

Al di là della sua invadenza politica, che ha le ragioni che sappiamo, non ultima quella che è esplicitamente e formalmente prevista dalla Costituzione, si tratta di una potestà autorevole e accettata dalla popolazione, con radici profonde nella coscienza e nella storia della Nazione. Tutto si può dire della Turchia, ma non che non abbia una "governance"stabile, al di là dei balletti delle cifre e delle percentuali elettorali. Si tratta di una condizione difficile da accettare in Occidente, politicamente scorretta, quasi inesportabile, ma incontrovertibile.

La posizione geopolitica della Turchia è cruciale, forse la più significativa in assoluto che interessi un solo Paese. Interconnette l'Europa e l'America con il Medio Oriente, il mondo slavo, quello arabo, la Persia, le Repubbliche centroasiatiche (in gran parte turcofone), persino i lembi ottomani del Celeste Impero. Per un motivo o l'altro il Paese ha rapporti bilaterali stretti e particolari con gli Stati Uniti, la Russia, la Germania, il mondo cattolico romano, la Cina, Israele, i principali Paesi arabi. Sulla "Ellisse della crisi" abbiamo già detto. La Turchia è il principale trampolino di lancio di qualsiasi strategia americana verso l' "Evil Axis", almeno la sua componente mediorientale. Senza le basi turche, non sarebbe stato possibile alcun "Desert Shield", "Storm", "Fox", e neppure il salvataggio dei curdi, le no fly zone e la recente "Enduring Freedom". E non sarebbe neanche plausibile un'altra eventuale compagna contro l'Iraq, se e quando sarà.

Si tratta dell'unico stato del mondo islamico dichiaratamente laico, la cui laicità sia prescritta e garantita dalla Costituzione. Un difficile esperimento che tutto sommato ha avuto successo, citato da molti e incitato per altri. Il Pakistan e l'Afghanistan, ad esempio, che vorrebbero ispirarsi ad una versione più ammorbidita del kemalismo per le loro future architetture istituzionali. Nei confronti di Kabul, in particolare, esiste una frequentazione che viene da lontano ed ha contribuito a suggerire all'ONU (su pressione americana) di affidare a un generale turco il comando dell'International Security Assistance Force (ISAF) attorno alla capitale afgana, dopo la sua prima gestione da parte di un ufficiale britannico.

Non è stata una scelta dettata solo da opportunità politiche o culturali in senso lato. Esiste anche una ragione schiettamente militare. L'esercito turco è oggi il secondo della NATO dopo quello americano, probabilmente il quarto del mondo, se si vuole ammettere una superiorità quantitativa dell'Armata russa e di quella Popolare cinese. Se si considerano i fattori immateriali, a-tecnologici - come la disciplina, la combattività, la capacità di soffrire e di far soffrire senza andare in crisi per questo, la durezza, il pelo sullo stomaco, la coscienza di sé, la solidità dei rapporti gerarchici - la graduatoria potrebbe essere riconsiderata. Dove serve il classico fante da trincea, diretto erede dei giannizzeri che assediarono Vienna per due volte e ricacciarono in mare, a Gallipoli, i migliori soldati degli imperi britannico e francese, non c'è migliore insegna.

Per tutte queste ragioni la Turchia gode di un privilegio speciale nel mondo contemporaneo: la fiducia incondizionata degli Stati Uniti. Per pochi Paesi Washington ha mostrato la stessa considerazione, ammirazione, indulgenza - e allo stesso tempo non interferenza nelle vicende politiche interne - che per l'esplicita autocrazia militare di Ankara. Tale amicizia è nata sui campi di battaglia della Corea, dove il corpo di spedizione turco (l'equivalente politico 1950 del Corpo piemontese di Lamarmora in Crimea di un secolo prima) si batté con un valore strenuo, guadagnandosi l'ammirazione e la riconoscenza dell'US Army. Si è consolidata nella comune militanza della Guerra Fredda, nella quale l'intero esercito turco ha ricoperto un ruolo forse superiore a quello di qualsiasi altra forza armata europea della NATO. La successiva alleanza con Israele e l'atteggiamento minaccioso mantenuto dalla Turchia nei confronti della Siria, uno dei "cattivi" della lista mediorientale di Washington, non ha fatto che rafforzare la predilezione americana.

Si tratta soprattutto di una predilezione del Pentagono, mentre gli ambienti del Dipartimento di Stato, pur condividendola di massima, storcono a volte il naso per le "violazioni dei diritti umani", così etichettate senza molta considerazione per le tradizioni e le specificità locali e la durezza della lotta che le determina. Ieri contro l'insurrezione subliminale delle frange filocomuniste, oggi contro il terrorismo separatista curdo e i militanti fondamentalisti. (A volte queste contrarietà nascondono più semplicemente l'influenza della potente lobby greca negli Stati Uniti). Data la relatività dell'influenza che militari e diplomatici hanno nel "decison making" della Pensylvania Avenue, non stupisce che la predilezione tenda a prevalere.

L'amicizia dell'America controbilancia le freddezze europee che comunque non possono prescindere dalla ineluttabilità storica della deriva occidentale della penisola anatolica, prossima a diventare il quinto promontorio dell'Europa comunitaria dopo la Scandinavia, l'Iberia, l'Italia e la Grecia. Già milioni di cittadini europei sono di etnia turca, e diventeranno, se non lo sono già, la maggiore comunità musulmana del Vecchio Continente, eminentemente rappresentata nel maggior Paese dell'Unione, la Germania. La Turchia è anche un essenziale alleato militare atlantico dell'Europa, e lo diventerà a breve nel dispositivo di sicurezza comune.

La prossima ammissione di Cipro all'Unione Europea, che Ankara sta favorendo attivamente, servirà come verifica sperimentale della compatibilità delle due matrici culturali, quella cristiana e quella islamica, in vista della negoziazione per l'ammissione della madrepatria ottomana che inizierà alla fine dell'anno. In sostanza l'avvicinamento all'Europa è un altro fondamentale elemento di forza che consente di guardare con relativa fiducia (o minor pessimismo) all'evoluzione della crisi economico finanziaria, che rappresenta il maggior pericolo immediato della Turchia.

Il fondamentale argomento a favore di Ankara è che la Turchia non può fallire, sia per le ragioni strategiche riportate, sia perché un crollo turco - dopo l'11 settembre, lo stallo giapponese, il collasso argentino (e il possibile effetto di trascinamento latinoamericano), la crisi esistenziale del capitalismo americano, il ristagno europeo - è un qualcosa che il sistema economico e finanziario internazionale non può permettersi. La Turchia è il primo debitore internazionale, ma è anche il contenitore di quasi 70 milioni di tenaci e istruiti lavoratori pagati un decimo dei loro colleghi occidentali, a tre-quattro ore di volo dall'Europa. Le opportunità di delocalizzazione, outsourcing e sub-contracting che la Turchia offre all'industria europea sono sempre attraenti, soprattutto dopo la rivalutazione dell'Euro e la prossima entrata nella UE dei Paesi dell'Europa Orientale, che ridurranno gli attuali vantaggi competitivi di questi ultimi.

La Turchia è il Messico dell'Europa, con in più alcuni assi nella manica non utilizzati a pieno:
- il controllo di tutto l'oro azzurro del Medio Oriente, le sorgenti dei grandi fiumi mesopotamici e siro-giordani, che oltre ad un incommensurabile valore strategico ha un enorme potenziale economico, legato anche ad una possibile rivoluzione verde della aride regioni orientali del Paese;
- la quasi certa localizzazione della gran parte degli oleodotti che porteranno ai porti del Mar Nero gli idrocarburi del Caucaso e dell'Asia Centrale, con tutto l'indotto che si creerà e il potere di interdizione che finirà nelle mani di Ankara, che avrà certamente un prezzo;
- un potenziale turistico inestimabile, che è ben lungi dall'aver raggiunto il suo plafond di sfruttamento. Esso combina straordinarie e incontaminate bellezze naturali con un folklore vivacissimo e un patrimonio culturale ineguagliato, risultante della combinazione delle più importanti vestigia archeologiche che esistano al mondo: proto e pre-istoriche, arcaiche, greche, romane, ellenistiche, bizantine e islamiche. Il tutto valorizzato da un bassissimo costo della manodopera e dalla modernità delle attrezzature ricettive.

Con un po' di ottimismo, quindi, le negatività del momento presente trovano adeguate compensazioni nelle prospettive positive che ad esse si affiancano o addirittura si sostituiscono, con una diversa lettura dei fenomeni complessivi. Una sola minaccia potrebbe veramente far saltare il banco: una "iranizzazione" del Paese, attraverso una rivoluzione violenta o più verosimilmente attraverso una metastasi "bottom up" democraticamente legittimata. Il travestimento dei fondamentalisti in atto, il loro avvicinamento felpato al potere sotto la guida di un leader carismatico come Erdogan, il crescente consenso che gli ambienti delle madrase incontrano presso il sottoproletariato contadino inurbato nelle grandi metropoli costituiscono segnali inquietanti.

L'impressione generale dei ben informati (speriamo non gli stessi che a suo tempo ignorarono Khomeini) è che il blocco d'ordine costituito dai militari e dalla borghesia imprenditoriale e tecnocratica che guarda all'Occidente come al suo modello sia abbastanza forte da mettere al riparo il Paese da un simile pericolo, sia attraverso una sua cooptazione al potere, dopo averlo svuotato della sua carica eversiva (esperimento che potrebbe fornire un modello da replicare altrove), sia mediante la consueta mano militare, se l'operazione dovesse fallire. E' da considerare che in Turchia l'altra metà del cielo, le donne, sono parte attiva del processo politico, votano dagli anni '20, si sono tolte il velo da allora (a parte le integraliste che se lo sono rimesso a partire dai primi anni '90) e sono generalmente favorevoli, soprattutto quelle più istruite e partecipative, al mantenimento della laicità dello stato, per ovvie ragioni. Il loro apporto potrebbe rivelarsi decisivo.