Anno 2002

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Lo scontro fra Marocco e Spagna per l'isolotto di Perjil

Andrea Tani, 22 luglio 2002

L'episodio della "Reconquista" dell'isolotto Perjil, spagnolo con ascendenze marocchine, ha dominato la settimana politica del Mediterraneo, almeno quella della sua metà occidentale. Esso si presta a diverse letture, e non è ancora chiaro quale di esse sia più attendibile. Molto rumore per nulla, un ennesimo episodio della sindrome alla Don Chisciotte che alberga nell'immaginario collettivo dell'eterno hidalgo ispanico (che ha un degno corrispondente, al di là dello stretto di Gibilterra, nei miti cavallereschi dell'islamizzazione dell'Atlante), o un sintomo da non sottovalutare, la trasposizione alle Colonne d'Ercole del crescente dissidio fra l'Occidente e il mondo islamico in ascesa?

La tentazione di banalizzare o ridicolizzare l'episodio è forte, anche da parte di osservatori attentissimi alla realtà internazionale. Come anche il richiamo alla decolonizzazione, ai rigurgiti post-imperiali e alle lezioni della storia (è stato chiamato in causa anche Carlo V, e il suo impero permanentemente assolato), come fa con la consueta eleganza Sergio Romano sul Corriere della Sera del 18 luglio, in un commento che sembra sdrammatizzare, dal titolo certamente non allarmante "La spada nella roccia". Esso si conclude con un auspicio metapolitico "Più che la diplomazia, a questo punto occorrerebbe il buon senso", che in ogni caso è condivisibile.

Il Wall Street Journal Europe dello stesso giorno dedica una estesa ed acuta analisi all'avvenimento, a firma Eric Zandvliet, molto più preoccupata. In essa si prospetta un interessante parallelo fra il deterioramento delle relazioni del Marocco con la Spagna dell'ultimo anno, del quale l'episodio dell'isolotto è l'ultimo episodio, e le difficoltà che la Turchia ha con l'Europa in questi ultimi tempi, sulle quali abbiamo riflettuto anche su queste pagine. Gran parte dei problemi deriverebbero, secondo l'autore, dalla incompatibilità fra l'anima moderna e nazionalista dei due Paesi islamici, che comunque rappresentano l'avanguardia della loro cultura politica, e il superamento da parte dell'Europa comunitaria di questi due feticci ideologici a favore di una concezione universalista che ha di fatto sostituito la politica degli interessi nazionali con quella della interdipendenza mutua e delle istituzioni sovranazionali. Nella stessa Europa la sovranità sarebbe diventato un concetto declinante, come sembra evincersi peraltro dalla reazione preoccupata e cauta del Presidente della Commissione, Romano Prodi, alla notizia dell'azione di forza spagnola, mentre il portavoce della NATO, la quale non è arrivata ancora alla sublimazione ideologica della sua collega brussellese, ha espresso la sua piena soddisfazione per il ristabilimento dello satus quo, ossia per l'esito della mossa militare di Madrid.

Per inciso, questa differenza di accenti la dice lunga sulla consapevolezza strategica di un'Europa in cerca di una sua dimensione internazionale che non sia limitata agli aiuti a pioggia ai governi del terzo mondo ideologicamente più affini, o alle guerre commerciali con gli USA. E la dice lunga sull'opportunità di affidare alla burocrazia della Commissione, a questo tipo di burocrazia, la gestione dei destini del Continente.

L'analisi del WSJE è interessante, ma andrebbe completata con la considerazione che l'Europa ha ancora due anime, quella comunitaria, simile, almeno nelle intenzioni, a quella descritta, e quella nazionale, o "delle Patrie", che è ancora piuttosto convenzionale, nonché speculare a quella dei dirimpettai mediterranei. I quali non si devono aspettare dalle corrispondenti Cancellerie nazionali soverchie comprensioni e l'offerta sistematica dell'altra guancia, secondo l'auspicato modello brussellese. E' bene che non ci siano ambiguità, e che entrambe le parti comprendano con chi hanno veramente a che fare.

Il futuro lascia prospettare, secondo il WSJE, un periodo di incomprensioni e tensioni fra i Paesi europei e quelli islamici, soprattutto i due citati. Sarà necessaria molta pazienza, soprattutto dalla parte di chi se la può permettere maggiormente, ossia dall'Europa. E consapevolezza dell'importanza di Turchia e Marocco come avanguardie dell'intero mondo islamico, e della loro attitudine a diventare, potenzialmente, i maggiori troublemaker della stabilità mediterranea. I due Paesi non sono in grado di contribuire granché alla felicità dell'Europa, ma possono essere insuperabili nell'incrementarne grandemente le pene.

Anche l'International Herald Tribune e il Financial Times del 18 luglio esprimono toni preoccupati, per le ripercussioni che l'avvenimento potrebbe avere sulle relazioni fra l'Europa e il mondo arabo, in un momento particolarmente cruciale dei rapporti fra l'Islam e l'Occidente.

Il primo mette in luce, fra l'altro, che la posizione della Francia, tradizionalmente vicina al Marocco per i trascorsi storici, ha determinato le cautele della Commissione Europea che abbiamo visto. Il secondo, in un breve commento, parla invece della reazione spagnola come "un atto di follia"per la sua concomitanza con la prossima conclusione della disputa anglo-spagnola su Gibilterra, raggiunta dopo un faticosissimo negoziato con mezzi diplomatici. Essa dovrà essere ratificata da un referendum degli abitanti della Rocca, e il dispiegamento bellico spagnolo, secondo il giornale britannico, non contribuisce a sopire le loro preoccupazioni circa il cambio epocale della loro condizione istituzionale.

In realtà entrambi i commenti mostrano che il contenzioso ispano-marocchino è ancor più complicato dai tentativi di tutte le parti interessate, a qualsivoglia titolo, di trarre i maggiori vantaggi possibili dai suoi recenti sviluppi. I francesi cercano di scalzare gli spagnoli come riferimento essenziale del Regno Marocchino - secondo i classici canoni della storica rivalità franco-ispanica sulla regione dell'Atlante - mentre la Gran Bretagna approfitta della "guerra del prezzemolo", come è stata definita, per cercare di rimandare alle calende greche il ritorno di Gibilterra alla Spagna, lasciando trapelare una propensione imperialistica di Madrid espressa nell'equivalenza "Ceuta e Melilla = Gibilterra", che definire forzata è poco. In questo senso la Storia conduce ancora il gioco e conferma la tesi dell'ambasciatore Romano.

Gli argomenti a favore dell'una o dell'altra ipotesi dalla quale eravamo partiti - vaudeville o segno premonitore di guai seri - non scarseggiano, come si vede. Al di là delle diverse accentuazioni, un fatto è certo: per la prima volta dal mitragliamento della nostra corvetta "De Cristofaro" da parte di un Mirage dell'Aviazione libica nel '73, o dai fantomatici missili di Lampedusa dell'86, un Paese arabo attenta alla sovranità di uno Stato europeo. Lo fa in modo obliquo, propagandistico, non apertamente provocatorio, para-militare - forse discutibile sotto il profilo del diritto internazionale, considerata la non piena sovranità della Spagna sull'isolotto conteso - ma lo fa. In modo aperto, plateale, ineludibile e chiaramente provocatorio.

La concomitanza con l'offensiva terroristica di militanti islamici, che sappiamo non costituiscono una voce isolata nelle società arabe ma anzi ne costituiscono l'avanguardia militante anche se estremista, è certamente casuale, ma non potrebbe essere più sgradevole. L'argomento ha un elevato valore simbolico, e può assurgere ad emblema di contenziosi/argomenti molto maggiori.

I primi interrogativi che sorgono sono relativi ai motivi dell'avvenimento, in quel posto e in quel momento. Colpisce il fatto che un Marocco che aspira a far parte dell'Unione Europea, essendo l'unico Paese del Maghreb che ha fatto domanda di adesione all'Europa Comunitaria, si sia comportato in modo così poco diplomatico, e tutto sommato contrario ai propri interessi. Evidentemente hanno prevalso le ragioni del contenzioso con la Spagna - che riguarda diversi argomenti, Ceuta e Melilla, i diritti di pesca, l'immigrazione clandestina, il traffico di droga e il supporto spagnolo alla causa del popolo Sahrawi oppresso dal governo marocchino nel Sahara occidentale - nonché quelle di politica interna. Questi ultimi comprendono diversi temi: dai malumori che ha determinato la svolta modernista impressa dal nuovo sovrano Mohammed VI, che d'altra parte non sembra possedere spiccate doti di leadership e finisce per scontentare tutti su qualunque argomento, ad una voluta azione "cerchiobottista" delle autorità marocchine, che tende a controbilanciare la recente retata di simpatizzanti di Al Qaeda operata dalle forze di sicurezza del Regno in collaborazione (e su istigazione) dell'intelligence americana. L'ipotesi è suggestiva e potrebbe non essere fuori della realtà, considerata la tortuosità di certi comportamenti della cultura arabo-islamica.

D'altra parte sembra alquanto strano che si sia trattato di un'operazione espressamente voluta da un Sovrano che si è appena sposato e ha mostrato in pubblico, per la prima volta nella storia del Regno, la sua consorte, anche se velata. Come atto simbolico, la mossa poteva bastare, almeno per qualche tempo.

Potrebbe essere più verosimile, invece, che l'iniziativa sia partita a livelli diversi e abbia come finalità indiretta proprio quella di imbarazzare il Re chiamandolo prepotentemente in causa nel suo ruolo di Comandante in Capo e massima autorità religiosa del Paese, nonché diretto discendente del Profeta. Sembrano valenze troppo auliche per un avvenimento tutto sommato limitato, ma spesso le trasposizioni simboliche non hanno bisogno di essere eclatanti ma basta che siano significative e facilmente comprensibili, oltre che toccanti per le corde più profonde dell'etos popolare. E certamente l'isola del Prezzemolo risponde a tutti questi requisiti.

Nella genesi della vicenda possono aver influito fatti locali, magari malavitosi, che hanno tracimato il loro consueto ambito. Se fosse così ci sarebbe una ragione in più per drizzare le orecchie. Quando la criminalità riesce a coinvolgere i governi degli Stati nelle sue vicende, vuol dire che la sua valenza è molto forte e la sua zona di operazione si è estesa in modo inaccettabile. E' da considerare a questo proposito che la Spagna è il Paese europeo più inflessibile nei confronti dell'immigrazione clandestina, verso la quale mostra una intransigenza che altri non hanno (ancora). L'isolotto incriminato veniva saltuariamente utilizzato sia come base degli scafisti marocchini sia come osservatorio della Guardia Costiera Spagnola, e come tale ha una grande importanza nel contesto dello svilupparsi del fenomeno migratorio e della sua repressione.

A parte il suo valore territoriale simbolico (o coloniale se si preferisce), Perejil ha avuto quindi un utilizzo preciso in una tematica molto calda, sulla quale il governo di Madrid non è disposto a fare concessioni. Il motivo dell'irrigidimento spagnolo, a dispetto di quanto lasciato prospettare in un primo momento in sede bilaterale (nei negoziati con Rabat) e comunitaria, potrebbe avere semplicemente un significato di ordine pubblico. Anche se riesce un po' difficile crederlo fino in fondo. L'orgoglio nazionale e la ritrovata fiducia in sé stessa della nuova Spagna tecnocratica ed efficientista potrebbe aver contribuito non poco sull'esito della vicenda.

Riesce difficile pensare, d'altra parte, che i marocchini abbiano sottostimato la reazione spagnola. Li conoscono troppo bene, e sono commisti ad essi da molti secoli. Per sottomettersi agli atti di forza plateali, gli spagnoli sono gli europei sbagliati. Sono del tutto equivalenti ai loro antichi nemici britannici, i quali infatti hanno combattuto alle Falkland/Malvine una guerra rischiosa e quasi impossibile solo ed esclusivamente per orgoglio. E soprattutto per l'esigenza assoluta di cancellare l'infamia mediatica dei Royal Marines fotografati mentre uscivano dal Palazzo del Governo di Port Stanley con le mani alzate sotto la minaccia delle armi dei conquistatori argentini, insopportabile per un popolo per il quale l'apparenza a volte prevale sulla sostanza.

Gli stessi britannici a quel tempo celiavano, a proposito delle loro chances di riconquistare l'arcipelago, sulla probabilità che la guarnigione argentina fosse composta prevalentemente da figli di emigrati italiani o spagnoli. Nel primo caso si sarebbe trattato di una passeggiata; nel secondo sarebbe stata molto dura.

L'isola del Prezzemolo è davanti alla Spagna, non nel canale di Sicilia. Se il "De Cristofaro" fosse stata una corvetta spagnola, il governo di Madrid non si sarebbe limitato a mandare qualche nave da guerra a dar man forte. Ma forse oggi neanche il governo italiano ripeterebbe l'acquiescenza di quel tempo verso il dittatore della Jamhiria libica, che oltre al fascino che esercitava su larga parte del nostro schieramento politico, era al tempo anche uno dei maggiori azionisti della massima azienda nazionale.

E' ancora presto per giudicare il vero significato dell'episodio dell'isola di Perjil. Forse le considerazioni fatte sono tutte in parte valide e in parte erronee. In via preliminare potrebbero essere estratte da esse una serie di considerazioni genericamente didascaliche:

- nessun rapporto euromediterraneo è scontato. Il bacino non è necessariamente un lago di pace, nonostante tutte le ottime intenzioni e le conferenze assembleari e inconcludenti che si ripetono periodicamente. E' soprattutto un'area di faglia strategica, dove si scaricano le tensioni di tre continenti e di varie culture variamente antitetiche;

- le relazioni fra i Paesi che vi si affacciano non vanno necessariamente verso il bello. I crescenti rapporti economici (che non sono neppur lontanamente quella "integrazione" di cui si vocifera) non portano inevitabilmente allo stemperarsi delle tensioni, quando ci sono e hanno un fondamento;

- l'emigrazione, in particolare, non determina solo legami positivi, può anche alimentare risentimenti crescenti, soprattutto se si è predisposti al rancore. Come sembrano essere gli arabi, e in particolare alcuni dei popoli maghrebini a contatto delle ex potenze coloniali. Ai filippini o agli equadoregni non succede; ai marocchini si;

- attenzione a dare per superate le "pulsioni del sangue": sovranità, patria, nazionalità (e nazionalismo), religioni dei padri, storie passate, antipatie ataviche, mitologie, orgogli etnici. Abbiamo attorno esempi eloquenti di quanto tali pulsioni siano connesse alla natura umana, al bisogno di identificazione e di appartenenza che alberga in ciascun gruppo sociale e in ciascun individuo, e che dà significato alla loro vita. Non c'è nessun motivo per il quale questi valori non siano ancora presenti sulle sponde del Mediterraneo, su entrambe le sponde. E' bene quindi non giocare col fuoco, non usare con troppa spregiudicatezza o, ancora peggio, con superficialità gli argomenti e i fatti che li evocano;

- non identificare troppo l'Europa di Bruxelles con quella delle capitali nazionali, Prodi e Patten con Aznar o Blair. Non tutti i Paesi europei hanno la flemma e i celebralismi degli olandesi (quando non li si tocca nel portafoglio…), danesi, svedesi, lussemburghesi, nonché i complessi di colpa dei tedeschi penitenziali. Quando si sfiorano i totem fondamentali, nelle vene di uno spagnolo, di un francese, e anche di un italiano e di un inglese, il sangue bolle e va alla testa come succede ad un marocchino o un libico. In quelle situazioni, le democrazie populiste di oggi buttano benzina sul fuoco e fanno a gara per cavalcare la tigre;

- gli errori e i calcoli sbagliati sono possibili, e così l'universale tendenza a scaricare all'esterno le insoddisfazioni e i problemi irrisolti. La sindrome delle Malvine è contagiosa, il virus è in circolazione. E' l'unica modalità di guerra batteriologica consentita ed estesamente praticata.