Anno 2002

L'attacco all'Irak è deciso e imminente?

Andrea Tani, 29 luglio 2002

La pubblicazione sulla stampa internazionale più prestigiosa - Der Spiegel, The Guardian, Corriere della Sera, The Times, New York Times, Washington Post, tra gli altri - di quel tipo di indiscrezioni militari competenti e dettagliate che di solito precedono una guerra - nei confronti del consueto Saddam Hussein, ancora una volta - lasciano presagire che la decisione sia stata presa e che gli interessati siano entrati nella fase preparatoria. Il D-Day dovrebbe essere intorno alla metà del prossimo autunno.

Gli interessati sono le forze armate americane e britanniche, secondo la stampa (nonché ANZAC - Australia e Nuova Zelanda - e canadesi, aggiungiamo noi), appoggiate logisticamente dagli alleati europei e giapponesi, nonché le milizie degli oppositori al regime di Baghdad, costituite dall'Unione Patriottica del Kurdistan di Jalai Talebani, il Partito democratico curdo, il Consiglio supremo della rivoluzione irachena di osservanza sciita (basato in Iran), l'Accordo nazionale iracheno, il Movimento monarchico costituzionale, e il Congresso nazionale iracheno.

Come si vede, la costellazione degli oppositori a Saddam si è infoltita e sta assumendo una configurazione politicamente significativa e operativamente accettabile sul campo, simile a quella esercitata dall'Alleanza del Nord in Afghanistan. Questo è il fatto nuovo di questi ultimi mesi, nuovo per i non addetti ai lavori, naturalmente. I Servizi americani e britannici non saranno certo stati con le mani in mano, dopo la virtuale conclusione della veloce campagna afghana, a dicembre scorso.

La possibilità di replicare su più vasta scala la blitzkrieg che in tre settimane ha liquidato la non trascurabile armata talebana si è concretizzata al di là delle previsioni iniziali. Segno che la presa sul Paese dell'anziano e forse malato dittatore si è affievolita, e che esistono sufficienti garanzie che non verrà impiegato tutto il potenziale di aggressivi chimici e biologici in suo possesso. Il consenso politico internazionale sulla sua rimozione manu militari sembrerebbe raggiunto, dopo che le ultime prospettive di accordo fra l'ONU e il regime iracheno sembrano svanite per il poco lungimirante intestardirsi dei negoziatori di Baghdad. Evidentemente si sta affermando la sensazione dell'inevitabilità dell'azione di forza per deporre Saddam e riconquistare il fondamentale Iraq allo schieramento antiterroristico. A questo punto, prima ci si toglie questo impiccio, meglio sarà per tutti.

Le modalità dell'operazione appaiono abbastanza definite. La prima fase prevede la conquista assoluta del dominio dei cieli attraverso l'eliminazione di quello che rimane dell'aviazione irachena e della contraerea missilistica, che è stata riportata, quest'ultima, a livelli significativi attraverso acquisti nel mercato nero dell'high tech militare proveniente dall'area cinese ed ex sovietica. Seguirà l'attacco "preciso"- coordinato e diretto da forze speciali sul terreno - ai centri di comando e controllo avversari, ai nodi di telecomunicazioni, alle infrastrutture stradali e aeroportuali, nonché naturalmente agli armamenti strategici, batterie missilistiche e depositi di armi chimiche e biologiche. Quest'ultima operazione dovrà essere particolarmente selettiva e seguire le modalità necessarie per evitare le contaminazioni che ci furono nella precedente Desert Storm. Uno dei punti interrogativi dell'operazione riguarda proprio questa area, ed è auspicabile che gli accordi preliminari con i cospiratori di un possibile "25 luglio iracheno" del quale si vocifera la riguardino direttamente.

A quel punto le attenzioni delle forze aeree alleate si rivolgeranno all'eliminazione delle forze terrestri di maggiore qualità, soprattutto Guardia Repubblicana. La conformazione orografica del terreno favorisce l'impiego di armi intelligenti missilistiche e aeroportate, anche se si può essere certi che i pretoriani di Saddam si mimetizzeranno nell'unico modo possibile, alla palestinese, entrando nei centri abitati e mescolandosi alla popolazione civile, in modo da ricreare un'unica enorme Gaza. Sempre che la "logica del 25 luglio" non interessi anche loro.

Le divisioni regolari di coscritti non dovrebbero costituire un problema, e forse saranno impegnate dalle bande degli oppositori al regime, se dovessero dar segni di vita fuori dei loro acquartieramenti. Si ricorderà che durante la guerra del Golfo vi furono episodi di resa di soldati di leva a giornalisti occidentali oltre che a un velivolo teleguidato da ricognizione, caso unico nella storia nonché simbolo della guerra più tecnologica della modernità.

Le forze terrestri alleate, dalla consistenza variabile da due-tre a quattro-cinque divisioni corazzate e airmobile entreranno in azione dopo la neutralizzazione della capacità di combattimento della Guardia Repubblicana e punteranno alla conquista fisica dei choke point del sistema di infrastrutture del Paese, e alla eliminazione più rapida possibile dei mezzi di controllo e di soppressione delle opposizioni al regime. Iniziando da quelli a maggiore valenza mediatica. La speditezza delle operazioni sarà del tutto premiante, come anche l'aggiramento delle sacche di resistenza (anche queste, è da presumere, focalizzate ben all'interno delle casbah e dei quartieri poveri di città e villaggi) che potrebbero essere lasciate alle attenzioni delle milizie locali.

Fondamentale è la costituzione di un'autorità nazionale che fornisca la copertura formale all'invasione trasformandola in una liberazione dal tiranno. Cosa che in effetti è, anche se è da dubitare che Saddam verrebbe rispedito a casa da libere e specchiate elezioni, se si tenessero domani. Sarà difficile mettere d'accordo tutte le componenti della Resistenza sopra ricordate, ma ci si è riusciti con l'Afghanistan, più o meno, e quindi non si vede perché si dovrebbe fallire adesso.

Tutte rose, quindi? Tutt'altro. I problemi e i dubbi irrisolti restano tali e non sono pochi: la constatazione di aver forzato un cambio violento di sistema politico in un Paese sovrano e non di secondo piano, violando i principi formali della sovranità internazionale senza una causa scatenante, l'introduzione di un precedente pesante, le perdite umane (soprattutto della popolazione civile che non si sa come uscirà dai combattimenti nei ghetti di cui sopra), la possibilità di una ritorsione chimica e biologica, magari contro un Israele che potrebbe non porgere l'altra guancia come l'altra volta, l'atteggiamento delle masse arabe e dei governi moderati presi fra l'incudine e il martello, il problema dei curdi e degli sciti, che potrebbe creare difficoltà non di poco conto con Turchia e Iran, eccetera.

E' da presumere che il più agguerrito e aggiornato complesso di intelligence esistente al mondo sia edotto di tutte le pieghe di questi e altri problemi, e lo stesso il poderoso sistema decisionale della Superpotenza e i suoi stretti alleati. Se sono riusciti a convincere le cancellerie alleate (molte delle quali sono sempre state simpatetiche dei destini iracheni e non troppo ostili neanche al dittatore baathista), la Russia - che deve ricevere miliardi di dollari dall'Irak e chissà quando li vedrà, se il Paese sarà ridotto a un cumulo di macerie - nonché la Turchia, alla quale la conclusione vittoriosa di un'invasione consegnerà le immagini teletrasmesse di milioni di curdi trionfanti poco oltre confine, a beneficio dei loro confratelli tenuti a bada faticosamente dai nipoti di Kemal Ataturk, se tutto questo è avvenuto, vuol dire che gli argomenti sono irresistibili. Forse il frutto è veramente maturo e basterà una scossa limitata e controllata perché cada dall'albero.

E naturalmente ci sarà qualcuno pronto a sostenere che le recenti vicende poco edificanti di scandali di aziende americane e relativi crolli di listini saranno stata alla base dell'attacco all'Iraq per sviare all'esterno l'attenzione degli osservatori e dei media. E' successo altre volte. Potrebbe succedere ancora.