Anno 2002

Le molteplici crisi americane

Andrea Tani, 29 luglio 2002

Sulla stampa internazionale si moltiplicano le indiscrezioni sui preparativi di guerra degli Stati Uniti all'Iraq, e sui dissapori che l'idea provoca fra gli alleati dell'America, in testa l'Europa, poi Russia e Giappone. Allo stesso tempo si susseguono notizie dei crolli in borsa e dei collassi di importanti segmenti dell'economia statunitense (già penalizzata dal forte disavanzo della bilancia commerciale) che dimostrano l'adozione generalizzata, da parte del top management di molte delle sue grandi aziende, di metodi e procedure che mettono in pericolo l'essenza stessa del capitalismo avanzato come metodo per produrre - e mantenere - ricchezza.

Si succedono contemporaneamente annunci spaventosi e spaventanti da parte delle massime autorità del governo di Washington sull'imminenza di nuove e spettacolari azioni di Al Quaeda. Se da una parte tengono vigile l'attenzione degli americani sui pericolo degli attentati, tali allarmi non danno certo l'impressione che la battaglia contro i terroristi islamici stia volgendo a favore dell'America.

Sullo sfondo saettano le esplosioni in Palestina e in Israele, provocate incessantemente dall'una e dall'altra parte, che allontanano le prospettive di una qualsiasi composizione del conflitto in Terra Santa, secondo un copione infinito.

Quello che non compare, o almeno non adeguatamente, è un collegamento complessivo fra le diverse crisi, una connessione fra esse e le sinergie che le loro stesse conseguenze possono provocare, tenendo anche presente che questo è un anno elettorale negli Stati Uniti. Le vicende che determinano i singoli episodi vengono tutte da lontano, hanno cause spesso slegate l'una dall'altra e si trovano solo casualmente apparentate. Ma questo apparentamento genera due ordini di conseguenze: interdipendenza degli effetti delle crisi e delle contromisure necessarie / possibili (estendendo questa influenza anche all'esito delle elezioni mid-term di novembre); difficoltà di focalizzare l'insieme e di governarlo con i mezzi più adeguati, dato che questi provocano sovente effetti indesiderati e interferenze sulle emergenze contigue.

La casistica di tali effetti / interferenze non fa certo difetto. Ad esempio, una guerra all'Irak provocherebbe: un aumento del prezzo del petrolio e quindi un deciso impatto sulla crisi economica americana; l'incupirsi dei mercati mobiliari mondiali, compreso Wall Street; la crescita dell'instabilità fra le masse arabe, che limiterebbe inevitabilmente l'autonomia decisionale dei relativi governi per quanto riguarda l'accettazione dello Stato di Israele; un peggioramento delle prospettive di approvvigionamento energetico dei Paesi alleati dell'Europa e dell'Estremo Oriente, nonché delle previsioni di rimborso dei debiti irakeni alla Russia, e quindi l'intiepidirsi complessivo dei maggiori alleati degli Stati Uniti verso le loro politiche nei confronti di tutti le questioni sopraindicate (e non solo); una forte frizione con l'ONU (che sta tentando di ottenere un ritorno degli ispettori in territorio irakeno), con tutte le conseguenze del caso su questione palestinese e lotta al terrorismo, le quali hanno bisogno - soprattutto la seconda - di larghe convergenze internazionali.

Secondo esempio. La crisi economica riduce le risorse destinate a sorreggere e rendere operante la politica americana nel mondo, in particolare le spese militari, quelle del Dipartimento di Stato e gli aiuti agli alleati. Israele ed Egitto sono i primi beneficiari di tali aiuti. Inoltre la crisi delle aziende e dei mercati indebolisce la credibilità del sistema ideologico che sottintende al liberal-capitalismo, il simbolo del modello americano, al quale cominciano a far riferimento le istanze modernizzatici più attente e consapevoli del mondo arabo e musulmano in genere che sono essenziali nel superamento delle ostilità fra Islam e Occidente.

Ancora. La crisi israelo-palestinese induce, se gli USA premono su Gerusalemme: irritazione nella potente comunità israelitica americana, con le inevitabili ripercussioni sull'area della finanza USA, nella quale l'influenza della suddetta comunità è determinante, come lo è anche sulle elezioni di mezzo termine a novembre, come ben sa George Bush Senior (Jackson Dihel ricorda su 'Washington Post' del 23 luglio che egli è stato l'unico Presidente americano che abbia contrastato seriamente la politica degli insediamenti israeliani nella West Bank e anche l'unico - a parte lo sfortunato predicatore Jimmy Carter, che incontrò Khomeini sul suo cammino - a perdere la rielezione. Forse non solo per quello); dimostrazione che il terrorismo paga, con riverberazione più che certa sulle strategie di Al Quaeda.

Se la pressione riguardasse gli arabi, la stessa crisi avrebbe come conseguenza: il distacco delle élite e delle masse islamiche dall'influenza occidentale a favore del terrorismo e di Saddam Hussein; il ritardo delle le riforme interne dei sistemi socio-politici musulmani; una possibile perturbazione sul prezzo del petrolio, con effetti negativi sulla ripresa.

La guerra al terrorismo, infine: o impone misure restrittive alla circolazione di persone, cose e capitali, che ostacolano la fuoriuscita dell'economia americana dalla crisi; o obbliga gli USA all'adozione di limitazioni nei confronti delle comunità arabe, con conseguenze a largo spettro che impattano sia sulla questione palestinese che su quella irakena; o determina censure e ostilità verso Paesi che sono determinanti nella risoluzione di entrambe le questioni precedenti; o tende ad un'inevitabile anche se modesta (in confronto ad altri Stati, anche europei) "militarizzazione" degli Stati Uniti, modificandone i connotati libertari, con importanti effetti nella sfera economica e in quella dei rapporti internazionali; o provoca un'emanazione frequente di warning a grande risonanza che determinano una caduta complessiva della fiducia e dell'ottimismo di consumatori e investitori nei confronti del sistema americano.

Altri esempi sono possibili, e altri ancora sarebbero estraibili nell'interagire delle quattro crisi maggiori che stiamo esaminando con tutte le altre che completano il quadro del "contenzioso" che interessa il Governo americano. Si tratta di un numero variabile di situazioni conflittuali "ordinarie" che riguardano Cina / Taiwan, Corea del nord, Iran, Africa, il subcontinente indiano, i rapporti con l'Europa, l'America latina in crisi, senza contare l'ambiente, il peace keeping, il diritto dei mari, la droga, la globalizzazione, etc. Non estendiamo ad esse queste considerazioni per mancanza di energie e di spazio, ma è evidente che la loro presenza fornisce ulteriori casse di risonanza alle vibrazioni delle crisi principali.

Nella valutazione delle singole questioni, propedeutica all'approfondimento globale, si possono invece rilevare incoerenze, questioni poco chiare, interrogativi aperti - solo in parte ascrivibili alla difficoltà di violare il "need to know" che li avvolge - che rendono ancora più difficoltosa la speculazione predittiva sulla vicenda complessiva. Come ad esempio...

Iraq: si tratta veramente di un Paese così potente e pericoloso, per un'Anglo-America che controlla i due terzi dei suoi cieli, conosce i quattro quinti del suo territorio meglio di New York City, e ad un certo punto della sua storia si è confrontata con l'URSS, la Cina, il Vietnam e il movimento comunista internazionale combinati, e li ha tenuti gagliardamente a bada? E' così minaccioso Saddam per il complesso dei Paesi arabi moderati, le forze armate dei quali surclassano di diverse grandezze quelle del malconcio dittatore irakeno? Qual è la vera natura della minaccia che l'Iraq pone al sistema di sicurezza regionale?

Terrorismo: ma cosa è veramente, al di là del profluvio di analisi che spiegano il "come" ma non tanto il "cosa"? Che credibilità possono raccattare, in pieno secolo XXI, questi improbabili dervisci che sembrano usciti da Mille e una Notte, o da un libro di Salgari? Bin Laden, un allampanato e stralunato predicatore di terz'ordine uscito da una agiata famiglia saudita che ha frequentato a lungo l'Occidente, senza particolari patemi, a quanto si sa, o lo Sceicco Omar, che guida con un occhio solo il suo motocross sulle pietraie afghane inseguito da B2 e laser delle forze speciali, oppure i terroristi d'origine saudita che preparano l'11 settembre meditando, tra l'altro, di chiedere un sussidio federale per equipaggiarsi di un aereo da turismo nella loro impresa? E che dire della fantomatica storia dell'antrace, mai chiarita fino in fondo e troppo rapidamente sparita dalle prime pagine dei giornali? E della distruzione dell'impianto chimico di Tolosa, qualche giorno dopo il crollo dei Twins, dovuta a un "incidente tecnico" che dire inverosimile è dire poco?

La verità è cosa troppo preziosa in guerra per farne un uso sconsiderato, ma le disinformazioni potrebbero avere una veste più accettabile .

Questione palestinese. Ma è possibile che nessuno riesca a far cessare l'invasione surrettizia dei Territori Palestinesi costituita dagli insediamenti israeliani (42 nuovi di zecca in piena seconda Intifada, negli ultimi diciotto mesi, come rivela il solito Jackson Diehel sul Washington Post del 23 luglio)? Non sarebbe il caso che fossero gli Stati Uniti a condizionare Israele, come fanno per l'universo mondo, e non il contrario? Quale leader israeliano ha perso le elezioni perché è andato contro i voleri americani? E' successo l'inverso: Barak ha perso perché è andato troppo "dietro" ai voleri americani, nel famoso ménage à trois di Camp David.

Economia. Quanta credibilità ha nella gestione della crisi un governo di grandi industriali, sospettabili e sospettati di aver fatto più o meno le stesse cose dei manager che hanno affondato Enron, Arthur Andersen, WorldCom, Tyco, Im Clone, Xerox, etc. Come scrive l'International Herald Tribune del 21 luglio, il Vice Presidente Cheney deve ancora chiarire il suo ruolo come amministratore delegato dell'Halliburton, e lo stesso devono fare il Segretario dell'Esercito, White, già alto dirigente di Enron, e il direttore della cruciale Security and Exchange Commission, Harvey Pitt, definito "l'uomo sbagliato nel posto sbagliato nel momento sbagliato" dall'International Herald Tribune del 27 luglio. Bush medesimo ha un passato di industriale dei suoi tempi che oggi non può che apparire imbarazzante (fra gli altri, si veda l'articolo di Panerai su Milano Finanza del 27 luglio, che certo non è vicino a Liberazione). Anche se si tratta di attacchi di un giornale potenzialmente vicino ai suoi avversari in un anno elettorale (l'IHT, non Milano Finanza), la moglie di Cesare non deve adire al minimo sospetto. Figuriamoci Cesare.

Lo stesso giornale mette in luce la modestia professionale - nota agli addetti ai lavori - del team economico dell'Amministrazione, costituito dal ministro del Tesoro O'Neil e dal chief economic advisor Lindsey, ben diversa dalle impeccabili credenziali della squadra che conduce la politica estera, formata da quattro personaggi del calibro di Cheney, Rumsfeld, Powell e Rice, e si chiede se le circostanze consentano un simile sbilanciamento di competenze. Forse George Bush si preparava nel suo mandato ad affrontare la Cina, e si è trovato di fronte i suoi disinvolti tycoon.

E cosa dire del nodo della bilancia dei pagamenti, che forse è lo scenario che fa da sfondo alle presenti défaillance? In passato esso veniva ripianato virtualmente dal bene (o servizio) "sicurezza" che gli Stati Uniti fornivano all'intero mondo avanzato, dal battere moneta - un dollaro superstar che continuava a rimanere tale in barba a tutte le dottrine finanziarie nonché dal torrente impetuoso degli investimenti esteri, che nel solo 2001 hanno totalizzato 39,2 miliardi di USD. Il primo si trova ora a dover gestire i problemi che sappiamo, il secondo sta scivolando vistosamente e il torrente si è seccato. La siccità del 2002 non è solo meteorica: gli investimenti esteri negli USA sono caduti dell' 80%. Tutti e tre gli argomenti non sono più in grado di espletare funzioni esterne alle loro specifiche competenze, virtuali o meno.

In sostanza, e ricapitolando, il Presidente Bush deve fronteggiare in un anno elettorale la fase detonante di quattro fra le maggiori eruzioni strategiche che gli USA hanno dovuto affrontare nella loro storia, magmaticamente interconnesse fra loro in modo che l'esplosione di una indebolisce il mantello roccioso che sovrasta le altre, con l'aggiunta delle ordinarie faglie alle quali abbiamo accennato. E' come se, a suo tempo, un virtuale e transtorico Franklin Delano Roosevelt avesse dovuto gestire contemporaneamente la Grande Depressione degli anni '30, il contrasto ai dittatori dell'Asse del '39, le guerre indiane del secolo precedente (l'unica analogia possibile, anche se imprecisa, con un conflitto irregolare sul territorio americano, come tutto sommato è il terrorismo di oggi) e il conflitto delle Falkland (un aspro scontro fra alleati, vagamente simile a quello fra arabi e israeliani), con ripercussioni molto, ma molto più incisive sul resto del mondo rispetto al duello sud-atlantico del 1982

Non è la fine dell'Impero americano, che resta fortissimo, anche dal punto di vista economico. Fra le prime 500 società del mondo indicate da Fortune, la stragrande maggioranza resta americana, e in ottima salute. Il 40% dei titoli di Wall Street ha guadagnato anche in questo crollo estivo. Come dice Martin Wolf sul Financial Times del 24 luglio, il 30% delle ricchezze prodotte nel mondo lo è negli Stati Uniti, la loro spesa militare è più grande dei quella complessiva delle otto successive potenze, i loro GNP complessivo e pro-capite sono i maggiori del pianeta, e così gli investimenti, la capacità di seduzione della cultura popolare, la forza attrattiva del mercato del lavoro e dei valori americani - libertà, democrazia, opportunità ineguagliabili che vengono offerti a tutti e a ciascuno, indipendentemente dalla nascita e dal censo. Non è la fine dell'Impero (che è anche vigoroso sul piano demografico, l'unico ad esserlo fra i Paesi avanzati, con la terza popolazione del mondo, l'unica non formata da poveracci), dicevamo, ma forse è la fine della sua indiscutibilità e del suo carisma. L'Iperpotenza ha le spalle molto larghe, ma potrebbero non bastare.

Dalla vittoria sui totalitarismi si tratta della prima seria battuta d'arresto. La credibilità generale del sistema americano ne sta soffrendo. Il prestigio pure. Il modello è appannato, proprio quando sembrava in vetta, inarrivabile, imitato sempre in modo imperfetto. Ed è ancora inarrivabile, ma si trova alle prese con un groviglio di problemi che paradossalmente solo lui ha speranza di risolvere. O almeno così pensano gli altri, coloro che glielo consegnano con delega in bianco. La solitudine dell'Iperpotenza si traduce così nella solitudine dell'Unica Potenza Responsabile del pianeta. Nessuno osa più affrontare alcunché, senza l'high tech dell'America, i suoi spazi, il suo infotainment, le think tank, lo Scudo Spaziale, Echelon, il controllo delle mode e della formazione, il decisionismo giovanilista e spavaldo dei suoi leader. La sua incoscienza, forse. Il suo patriottismo, sicuramente.

Per un motivo o per l'altro, tutti gli altri si sentono inadeguati alle asprezze della contemporaneità, e abdicano a qualsiasi ruolo che non sia quello di cercare di assicurare la più felice, protetta e gretta esistenza possibile ai propri sudditi. Gloriosi Stati millenari che controllavano spazi sconfinati e moltitudini immense oggi esitano di fronte al niente, e devolvono tutto quello che possono all'Unica Potenza Responsabile. La quale, sentendosi investita di una missione universale ed altamente morale che corrisponde ad un suo profondo convincimento storico - niente di meno che rigenerare il genere umano, concretizzare la sua "speranza ", come disse Reagan nel celebre discorso del Bicentenario - non presta soverchia attenzione al peso e volume dei dossier che gli vengono consegnati perché li evada. Quintale dopo quintale si arriva alle migliaia di tonnellate e si mette in pericolo qualunque struttura. Fuor di metafora, è quello che sta probabilmente accadendo nella terra della Straordinaria Utopia dell'Avvenire, alias Stati Uniti d'America.

Dato il potenziale di ingegno e competenza che risiede dall'altra parte dell'Atlantico e che lavora a tempo pieno su questi problemi, sarebbe più che velleitario provare a suggerire alcunché, per quanto sommessamente. Si può solo esprimere auspici o speranze, in funzione soprattutto di una riflessione finalizzata alla parte opposta dello stesso oceano.

Il primo di tali auspici potrebbe riguardare la conferma del metodo del contenimento, con associato deterrente, nei riguardi dell'Iraq e del suo dittatore, per qualche mese o anno, o per tutto il tempo necessario ad avviare a risoluzione le più pressanti emergenze. Tale metodo ha funzionato, come accennato, in circostanze ben più impegnative e anche rischiose di queste. L'Unione Sovietica della crisi di Cuba o degli euromissili negli anni '80 era abbastanza avventurosa, e il blocco di Berlino, considerato il tempo e il luogo, costituì un azzardo non certo inferiore all'invasione del Kuwait. Il discorso è ancor più valido per la Cina, che ottenne lo status nucleare in piena rivoluzione culturale, dopo aver dimostrato, durante la guerra di Corea, in quale considerazione teneva le cautele geopolitiche, attaccando con cinquecentomila uomini da un giorno all'altro l'esercito americano e il suo mitico e spregiudicato condottiero, Douglas Mac Arthur. Lo stesso dicasi per gli avversari indocinesi degli USA, Vietnam e Cambogia, che dettero segni di vero impazzimento in più di un'occasione, con mezzo milione di G.I. saldamente piantati nelle risaie del Tonchino.

Se ha funzionato allora, non si vede perché non debba funzionare adesso. A meno che non ci siano ragioni valide che dimostrino il contrario e che si possano esplicitare chiaramente, in modo da convincere tutti. Perché tutti dovranno partecipare in qualche modo all'invasione, se ci dovesse essere. Anche solo indirettamente, non opponendosi ad essa. Se le ragioni non possono essere rese note, almeno a grandi linee, è più che legittimo il sospetto che non siano quelle originariamente dichiarate. E questo, in un sistema di relazioni internazionali relativamente trasparente e partecipativo come quello attuale, è qualcosa che predispone male qualsiasi impresa. Le modalità operative di una strategia politico-militare possono e devono rimanere segrete ma le grandi linee ideali che l'hanno ispirata possono e devono essere condivise.

Se il vertice statunitense ha la certezza che Saddam Hussein è in condizioni di sferrare un attacco con armi di distruzione di massa contro i suoi vicini e che prima o poi lo farà, oppure che sta rifornendo attivamente Al Quaeda di ordigni inaccettabili - ossia si sta comportando in modo ben diverso dai passati "Evil", i quali nonostante tutto hanno avuto ben chiara la percezione dell'invalicabile - è bene che ne renda edotti gli interessati, con tutte le precauzioni del caso. Altrimenti, una maggiore cautela non guasterebbe, riservando la dottrina dell'azione preventiva, in corso di formalizzazione a Washington, alla neutralizzazione dei banditi senza patria, dei cani sciolti, dei fuorilegge "stateless". Gli Stati sono Stati e se si demolisce il principio della loro sovranità si apre un vaso di Pandora dal quale può uscire di tutto.

Un attacco in forze contro un Paese riconosciuto internazionalmente, facente parte dell'ONU e con tutte le ambasciate che contano aperte (ad eccezione di quelle anglosassoni), sferrato dalla potenza egemone del pianeta, appartenente peraltro ad una cultura estranea ai quattro quinti dell'umanità, finirebbe per conferire un alone di martirio a chiunque ne fosse oggetto. Fosse pure un autentico delinquente. Senza contare i quattrocento milioni di arabi e i seicento milioni di musulmani non arabi, che certo non apprezzerebbero, a prescindere dai loro veri sentimenti verso il regime di Baghdad.

Anche i Paesi più vicini all'America hanno grossi imbarazzi a contemplare un'ipotesi offensiva non adeguatamente e pubblicamente giustificata. Le conseguenze potrebbero superare i vantaggi eventuali, senza contare che mettere con le spalle al muro il detentore di svariate tonnellate di aggressivi chimici e biologici con un piede nella fossa significa aprire un capitolo sconosciuto delle relazioni internazionali. Nessuno lo ha mai fatto. Esitare non significa darla vinta a un tiranno sanguinario, non certo più pericoloso di Stalin, Mao Tse Tung, Ho Chi Min e Pol Pot nei loro momenti migliori. Significa mostrare senso di responsabilità. O almeno così pare a molti dei non addetti ai lavori, a prescindere dalle loro propensioni ideologiche. Sarebbe bene che un attacco deliberato e non provocato fosse l'ultima soluzione.

La seconda speranza è che gli Stati Unti esercitino un forte pressing nei confronti di ambedue i protagonisti della contesa israelo-palestinese, indipendentemente dalle simpatie e dalle affinità spirituali. L'Imperatore si comporti veramente da Imperatore, sopra le parti e lontano dalle angustie delle passioni e dei mediocri calcoli materiali. E' un auspicio consueto, mai accolto sulle rive del Potomac per quanto concerne le vicende sulle rive del Giordano, e che ha scarse probabilità di esserlo anche adesso. Ma sperare è lecito, e d'altra parte, a meno di un successo a lungo termine della politica degli insediamenti - che non può essere escluso, data la genesi dello Stato di Israele, ma che si porterebbe appresso la perenne ostilità dei quattrocento milioni di arabi e seicento milioni di islamici fiancheggiatori di prima, che dispongono di una demografia inarrestabile - non sembrano esistere altre alternative praticabili. Prima o poi ci si dovrà arrivare, e forse, acquisendo benemerenze su questo versante, gli Stati Uniti potrebbero avere la testa di Saddam su un piatto d'argento e fare a meno del containment.

Il Terrorismo. Più che speranze, certezze. Gli americani combatteranno questo nemico con la stessa determinazione di Gettysburg, Beau Bellau, Guadalcanal, Bastogne, Inchon e Hué. E alla fine vinceranno anche qui. Soprattutto se riacquisteranno il senso delle proporzioni nell'affrontare un fenomeno come quello terroristico che è sempre frutto di azioni estreme di minoranze ridotte, come mette in luce William Plaff sull'International Herald Tribune del 27 luglio, citando esplicitamente il caso dei Paesi europei che ne sono venuti a capo.

Sarebbe auspicabile che gli americani facessero tesoro degli insegnamenti del loro grande Presidente Theodore Roosevelt, bilanciando lo "speak softly" con il "big stick", non tanto e non solo per una questione di fair play, ma per evitare che le sirene d'allarme facciano fuggire la gallina dalle uova d'oro, quello sviluppo ininterrotto che ha caratterizzato la seconda metà del secolo passato e che non è un articolo della Costituzione di Filadelfia ma un prodigio della scienza economica. O forse un fenomeno metafisico dell'economia. Occorre agire in silenzio e utilizzare tutti i ferri del mestiere - militari, politici, polizeschi, finanziari, spionistici, tecnologici, amministrativi (come il Dipartimento della Sicurezza Interna approvato dal Congresso il 26 luglio) - nel modo discreto e micidiale nel quale essi lavorano al meglio. Su questo argomento la segretezza è un obbligo. Churchill non allarmò tutti i londinesi quando seppe dell'imminenza del lancio delle V1 e V2, né De Gaulle fece altrettanto nel momento del pericolo OAS. Neppure Eisenhower e Kennedy rivelarono ai loro concittadini quello che paventavano dell'altra parte della Cortina.

La crisi finanziaria. Si potrebbe dire la "crisi ideologica", dato il tema e il Paese di riferimento. E' sperabile che Washington dedichi il meglio delle sue energie intellettuali e morali a metter ordine nel sistema economico-finanziario del Paese, che può sconvolgere la vita e le prospettive di miliardi di persone, considerato il peso e l'influenza dell'economia americana nel mondo. Con il celebre slogan "It's the economy, stupid" Bill Clinton sconfisse e rispedì nel Texas il grande condottiero vittorioso George Bush Senior. A parte il fatto che George Junior non è ancora vittorioso nella sua guerra, i repetita gioverebbero solo ai Democratici, ma solo a loro. E forse neanche. Una crisi economica maggiore è un qualcosa che né gli USA né il mondo si possono permettere, soprattutto in un momento così difficile. Entrerebbe in fibrillazione tutto il sistema internazionale, il libero mercato, la globalizzazione, il ruolo trainante e propulsivo della finanza, l'ottimizzazione intrinseca dei processi produttivi e di scambio dei beni e servizi comportato dal moderno capitalismo, tutti fattori che ormai sono la locomotiva del progresso. Si farebbe un salto indietro di decenni, un ritorno all'economia assistita su scala mondiale, al protezionismo più ottuso, con conseguenze che è meglio non ipotizzare. Forse un nuovo Medio Evo, dopo Augusto, Tiberio e Adriano.

Molte autorevoli opinioni concordano sul fatto che non ci si trova davanti a scenari del genere, ma che la crisi in atto è di crescita, fondamentalmente virtuosa, una specie di malattia esantematica del sistema liberal-capitalistico, dalla quale esso uscirà vaccinato. Secondo Brian M. Carney (Wall Street Journal Europe del 24 luglio), il crollo dei mercati e dei bilanci rappresenterebbe addirittura una "distruzione creativa" necessaria per bonificare l'economia americana da inefficienze e impurità. Una specie di fuoco che brucia le stoppie e i parassiti, sterilizzando e fertilizzando i campi. Può darsi. Tuttavia è noto che gli economisti sono attendibili solo nel prevedere il passato, e che quando si parla di cose serie - guerra, terrorismo, economia, amore - la verità è un lusso a volte non consentito.

Esiste anche il pericolo, come ha messo in luce David Ignatius sull'International Herald Tribune del 27 luglio, che le nuove misure restrittive e punitive dei comportamenti spericolati e disonesti dei capitani d'industria che l'Amministrazione e il Congresso stanno adottando possano deprimere quegli "animal spirits" che sono alla base di ogni crescita economica, in particolare di quella americana. Nello stesso momento nel quale è richiesto ai manager di assumersi maggiori rischi per rivitalizzare l'economia, si garantisce loro che i loro comportamenti verranno passati al setaccio da funzionari pedanti e inquisitivi che faranno carriera in relazione a quante disfunzioni, vere o presunte, saranno in grado di denunciare. L'argomento è stranamente familiare anche a longitudini diverse da quelle degli Stati Uniti. In questo ed altri casi è molto difficile evitare di buttare via il bambino insieme all'acqua sporca.