Anno 2002

La nuova presenza americana in Asia Centrale

Andrea Tani, 9 settembre 2002

E' imminente il primo anniversario della vicenda più eclatante del nuovo millennio (e anche degli ultimi dieci anni), l'attacco all'America dell'11 settembre. Ipnotizzati dalla sequela di avvenimenti che essa ha scatenato, catalizzato o comunque fatto lievitare - guerra al terrorismo di Al Quaeda, recrudescenza del conflitto israelo palestinese, venti di guerra sull'Iraq, alleanza fra Mosca e Washington, indurimento della liberaldemocrazia yankee, crisi economica, etc. - non tutti si rendono pienamente conto di quale sia stata la sua principale conseguenza geopolitica, ossia il balzo di 4-5000 chilometri verso est del bastione protettivo oltremare degli Stati Uniti, fino a non molto tempo fa sostanzialmente attestato sulla sponda orientale dell'Atlantico e formalizzato nella NATO. Reagendo agli avvenimenti che il fuoco dei Twins ha determinato (o approfittando con molta prontezza degli stessi), i leader americani hanno traslato a oriente, in modo fulmineo, la gravitazione del sistema di basi strategiche ereditato dalla Guerra Fredda, seguendo un disegno di grande logistica che era stato predisposto dal Pentagono all'indomani dello sbriciolamento dell'Unione Sovietica (dal 1995 in poi, secondo indiscrezioni giornalistiche). La politica ha approfittato della lungimiranza dei militari, come spesso è successo. E non è detto che lo abbia fatto in modo pienamente consapevole, rendendosi conto di tutte le implicazioni della sua azione. Anche questo è già accaduto.

In meno di dodici mesi decine di complesse strutture operative aeree e terrestri sono state trasferite dall'Europa, dal Pacifico e dal Central Command nel sud degli USA, e hanno messo radici profonde in Quatar, Emirati Arabi, Oman, Yemen (12 complessive basi aeree, navali e terrestri), Afghanistan (varie, ancora in corso di consolidamento), Kirgikistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kazakistan (4), Georgia (una), Filippine (una), Somalia (uno staging post per forze speciali). Esse si sono aggiunte a quelle già preesistenti e rinforzate in Barhein (comando della 5a Flotta), Kuwait (predisposizione di mezzi per un corpo corazzato, secondo il Wall Street Journal del 2 settembre)), Turchia (Incirlik Air Force Base, la Ramstein dei giorni nostri ), Arabia Saudita (5 cittadelle militari, fra le quali la gigantesca Prince Sultan con il suo CAOC, da cui è possibile, monarchia wahabita permettendo, dirigere operazioni aeree di ampiezza transcontinentale) e Diego Garcia, un'isola dell'Oceano Indiano dalla quale operano i bombardieri dello Strategic Command dell'USAF, B 1 e B 52.

A questa catena di basi se ne devono aggiungere, secondo quanto riferisce il notoriamente ben informato Andrea Nativi sul Giornale del 2 settembre, altre tre, costituite dalle Special Forces nel territorio settentrionale dell'Iraq controllato dai curdi, a Bamerin, Batman e Zakhu. Esse sembrano propedeutiche a quella invasione americana che si ipotizza, o rappresentano semplicemente lo stabilirsi di una presenza permanente delle FFAA americane e turche nello spicchio di territorio irakeno già liberato di fatto dalla dittatura di Saddam. Un equivalente terrestre delle no fly zone aeree imposte e fatte rispettare con molta energia, come si vede anche dalle cronache di questi giorni , dall'USAF e dalla RAF.

Completa il quadro la V Flotta dislocata nel Mar Arabico e nell'Oceano Indiano, con le sue 2 - 4 portaerei, i 150 - 300 velivoli da combattimento e i Gruppi anfibi che sono integrati in essa, che comprendono una brigata aeromobile di Marines permanentemente imbarcata. Il dispositivo navale ha di fatto sostituito la 6à Flotta del Mediterraneo come principale strumento operativo della US Navy e "braccio lungo" del potere marittimo statunitense nello scacchiere più cruciale per le strategie americane. Le Marine europee della NATO hanno riempito il vuoto lasciato nel Mare Nostrum, ma è evidente che esso è stato declassato di livello, almeno agli occhi di Washington.

E forse non è finita: il Vice Chairman del Joint Chief of Staff del Pentagono, Generale Pace, ha dichiarato la settimana scorsa , come riferisce James Webb sull'IHT del 5 settembre, che la prospettiva che ispira l'azione americana contro il terrorismo (che è all'origine dei movimenti di forze di cui sopra) riguarda oltre all'Iraq, Iran, Yemen, Georgia e Filippine, anche Colombia, Malaysia, Indonesia, e Corea del Nord.

In termini geopolitici tutto ciò sembra costituire la seconda fase di una specie di espansione verso levante dell'influenza USA, che ebbe origine in occasione degli interventi balcanici dei primi anni '90, sollecitata inizialmente dai trepidi alleati europei, dopo che la loro incauta politica verso una Jugoslavia in difficoltà si era saldata con l'infiltrazione islamica finanziata dall'Arabia Saudita (con l'iniziale assenso degli Stati Uniti) determinando il decennio di convulsioni che sappiamo. Dopo la Guerra in Cossovo che ha concluso il ciclo conflittuale, forse (ma sicuramente il filo islamismo iniziale degli Stati Uniti), la presenza militare americana è diventata permanente con la messa in opera della colossale base di Bond Steel, nello stesso Cossovo, la quale assicura, insieme alle infrastrutture in Gran Bretagna, Germania, Italia e Turchia la necessaria continuità verso est delle linee di comunicazione dal CONUS (CONtinental US).

Le previsioni concordano sul fatto che si tratta di una strategia destinata a durare. Il Segretario alla Difesa americano Rumsfeld ha parlato di un periodo di permanenza delle FFAA americane in Afghanistan e circondario paragonabile allo stazionamento del Corpo d'armata US in Corea. Non meno di un cinquantennio, quindi, anche per consentire un completo passaggio degli autoctoni ai valori e ai metodi della liberal democrazia, come è successo prima di loro a tedeschi, giapponesi, sudcoreani e con diverse modalità a russi ed est europei. Un cinquantennio da riempire soprattutto con l'Esercito convenzionale, non solo con Aviazione, Marines e forze speciali, mobili per definizione e vocazione. L'US Army è la forza armata più stanziale e istituzionale fra le omologhe statunitensi. E' contemporaneamente "territorio americano", bandiera e storia patria, e rappresenta anche simbolicamente lo spessore e la determinazione dell'impegno di Washington. Quando si muove in forze è per restare.

Comincia a delinearsi sempre più chiaramente cosa questo impegno significhi in una prospettiva tattica e del lungo periodo. Proviamo qualche interpretazione, con tutti i caveat del caso.

Anzitutto la più evidente. Gli Stati Uniti sono stati trascinati in guerra dal terrorismo islamico e sono scesi sul terreno, sul suo terreno, per estirparne le radici ed effettuare un'operazione di "contaniment" (in attesa di passare al "preemptive" attivo annunciato recentemente dal Presidente Bush) nei confronti del retroterra militante e integralista che esso sottintende. Se l'Islam più estremista sta ipotizzando una improbabile revanche globale contro il mondo avanzato - del quale oggi gli Stati Uniti rappresentano l'alfiere - e Osama Bin Laden non è altro che un'anticipazione, lo stesso mondo è avvisato. Se la dovrà vedere con l'intera potenza americana, determinata come non mai, e con il carico ideologico dell'intera civiltà occidentale che viene fatto proprio e sventolato apertamente dalla attuale dirigenza di Washington, pronta ad andare a scovare il nemico dovunque si trovi e a varcare tutti i Rubiconi che saranno necessari, politicamente corretti o meno. Non vi saranno santuari inviolabili.

Nel caso fosse così, è bene che i responsabili che hanno scatenato questo scenario alla Huntington riflettano attentamente. Potrebbero finire seppelliti sotto le macerie delle loro assurda follia. Non vi saranno santuari inviolabili.

Allo stesso tempo, la maggioranza silenziosa dell'Islam tollerante e illuminato che non vuole rigettare la lezione dell'Occidente ma anzi assorbirne la lezione modernizzatrice, adattandola alla propria cultura, è rincuorata e sostenuta nella sua difficile azione dalla determinazione americana.

Dovendo fronteggiare la minaccia terrorista e combattere la sua guerra, il fulcro del dispositivo militare statunitense in Europa si è spostato di due - tre fusi orari verso oriente andando "casualmente" a coincidere con il cosiddetto "Heartland" geopolitico del mondo, quell'area di confine fra Europa, Russia, Medio Oriente, Iran, Cina e India che dai tempi della contesa russo-britannica materializza uno dei massimi contenziosi fra i protagonisti del momento. Oggi la sua importanza è ancora maggiore di quando ispirava Kipling, e il suo "Great Game". Il suo controllo costituisce più che mai la chiave per il mantenimento dell'egemonia mondiale - anche senza considerarne il valore economico, che è enorme - e impedisce che si possa saldare quella alleanza dei colossi asiatici ed euroasiatici che costituisce la più grande preoccupazione dei dirigenti USA.

La Dottrina Primakov, dall'omonimo uomo politico russo, cercò di concretizzare verso la metà degli anni 90 questa aspirazione mediante un un'intesa sino-indo-irano-russa, appoggiata da un nucleo di fiancheggiatori come l'Iraq, il Vietnam, la Siria e la Corea del Nord. L'iniziativa era guardata con una certa simpatia anche dalla sinistra europea, orfana di una causa antiamericana e, secondo voci non confermate, da importanti esponenti della revanche tedesca. L'alleanza si sarebbe dovuta realizzare surrettiziamente attraverso il coordinamento delle politiche estere e lo scambio di tecnologie e armamenti, tutti mirati al contenimento della supremazia statunitense, giudicata inarrestabile dopo il crollo dell'URSS. Per un certo periodo il progetto concretizzò seriamente la citata minaccia. Fu forzatamente abbandonato - in primis dai suoi stessi propugnatori russi - per la debolezza economica di alcuni partner e l'impresentabilità internazionale di altri, e naturalmente perché gli Stati Uniti esercitarono tutta la loro influenza per demolire l'iniziativa, stabilendo con i suoi principali destinatari rapporti bilaterali particolarmente favorevoli ad essi.

Qualcuno in Russia avanza anche l'ipotesi che nella vicenda abbia giocato un ruolo essenziale proprio il referente politico dell'allora Primo ministro Primakov, il Presidente Eltsin, nel momento di massima eclissi della coscienza nazionale russa. L'ipotesi è plausibile, e spiegherebbe il tramonto della stella di Primakov. Essa corrisponde, pur se in diversa chiave di lettura, anche alla politica attuale del Presidente Putin, che, in un contesto completamente mutato, ha barattato la preminenza tradizionale del proprio Paese nell'Asia centrale con il ruolo di alleato strategico privilegiato degli USA, nonché socio principale nel duopolio che controlla (e ancor più controllerà) la produzione petrolifera mondiale. Ne accenneremo più avanti.

Comunque sia, le potenzialità di aggregazione dei colossi asiatici in funzione antagonista dell'America non sono svanite, se non altro per immodificabili ragioni geografiche. Oltre a continuare ad esercitare le pressioni di cui sopra e a disgregare il campo avverso con profferte di vantaggiose partnership, Washington ha approfittato delle contingenze che si sono sviluppate per scoraggiare future tentazioni mettendo personalmente piede in zona. La mossa consente di riempire un insostenibile vuoto strategico che si estende dal Golfo Persico al Mar del Giappone rendendo fisicamente operante quel divide et impera che tutte le potestà imperiali della storia hanno esercitato e perfezionando l'accerchiamento del più probabile futuro avversario dell'egemonia stellata, e cioè la Cina, quando e se tornerà ad essere l'effettiva superpotenza mondiale che è stata prima della seconda metà del millennio trascorso. Permette anche - la mossa - di dare uno spessore di contiguità territoriale alla nuova partnership con l'India, nonché di controllare da vicino la bomba nucleare e demografica dell'Islam, il Pakistan, che potrebbe diventare un problema molto più grave e ingestibile di qualsiasi Iraq. Infine contiguità americana favorisce un'evoluzione laica e moderata dell'altro polo islamico della regione, lo sciita Iran, che è forse più vicino ad essa di quanto sia consapevole l'opinione pubblica statunitense, che ancora non ha dimenticato l'umiliazione che i pasdaran inflissero al loro Paese alla fine degli anni 70.

La conseguenza più importante della discesa americana in Asia Centrale è tuttavia costituita dalla possibilità di stabilire un ponte, un confine diretto fra i due antichi avversari della Guerra Fredda, Stati Uniti e Russia, i quali, come abbiamo accennato, hanno rinnovato le comunanze di interessi nel consueto campo del deterrente strategico scoprendone di nuove e assai promettenti nel conseguimento di un monopolio virtuale da condividere insieme nel campo energetico. Con l'acquisita egemonia militare americana nell'Asia Centrale e nel Medio Oriente, Russia e Stati Uniti controlleranno direttamente o indirettamente quasi tutta la fascia di giacimenti di idrocarburi esistente fra l'Oceano Artico e quello Indiano, il celebre "scandalo geologico" largo un migliaio di chilometri che si srotola dalle coste russe prospicienti alla Nuova Zemljia a quelle dell'Oman sull'Oceano Indiano, attraversando la Russia, il Caucaso, l'Iraq, il Kuwait, l'Arabia Saudita, gli Emirati, l'Oman, con propaggini in Iran e altrove. Si aggiungano le risorse siberiane, quelle assai promettenti delle Repubbliche centroasiatiche e gli antichi (e nuovi) pozzi del continente nordamericano, oltre ai giacimenti che, altrove, controllano le compagnie petrolifere russe e angloamericane. Solo l'Iraq e l'Iran rimangono fuori. Il primo non si sa ancora per quanto.

In totale si tratta di non meno dell'80% delle riserve accertate, che verranno sfruttate nel modo più efficiente ed economico avvalendosi delle migliori tecnologie che lo stato dell'arte consente, saldamente in possesso delle Compagnie americane e condivise con le loro colleghe russe. Solo quest'ultimo particolare giustificherebbe qualsiasi giro di valzer di Putin.

Questo monopolio virtuale ha un significato strategico che è difficile apprezzare in tutta la sua ampiezza e profondità. Occorre tornare agli anni del secondo dopoguerra per ritrovare qualcosa di simile. Oltre all'enorme potere che è in grado di conferire a chi lo possiede, il quale condizionerà l'autonomia e la gerarchia dei vari attori della futura scena internazionale, tale monopolio potrebbe consentire al mondo industrializzato di tornare alla stabilità petrolifera e ai bassi prezzi degli anni cinquanta, assicurando la piattaforma di lancio per ripartire verso una fase più prospera dell'economia rispetto a quella che stiamo vivendo. Tutte le fasi espansive sono sempre state caratterizzate da prezzi moderati e costanti del greggio. Le riserve russe e quelle più soggette all'influenza americana costituirebbero un mezzo così potente per calmierare i prezzi da vanificare qualsiasi tentativo di terzi di perturbare il mercato internazionale. Non parliamo poi di usare la leva petrolifera a fini politici, come mezzo di pressione.

Sarebbe così possibile, incidentalmente, venire a capo anche al problema dell'Arabia Saudita, che sembra un'astronave senza controllo che sta destabilizzando tutto quello che sfiora, dai Balcani sopracitati, ai regimi più retrivi e corrotti del Medio Oriente, al contenzioso israelo-palestinese, alla trasparenza della vita democratica americana, al tasso di accrescimento dell'universo terrorista, alla disseminazione metastatica dei suoi prodotti, all'equilibrio delle economie internazionali, all'immigrazione clandestina in Europa, all'islamizzazione aggressiva dell'Africa, etc. Un petrolio stabile e a basso prezzo spunterebbe qualsiasi arma di ricatto della Monarchia saudita o della élite che la domina e potrebbe persino permettere di ipotizzare una profonda modifica istituzionale del Regno, in modo da farlo uscire da quel cupo Medio Evo nel quale si trova immerso, non più compatibile con il mondo di oggi. Neutralizzando la sua immensa capacità di far danni e asciugando la principale fonte di finanziamento del terrorismo fondamentalista.

I mezzi per perseguire questa politica, altrettanto giganteschi come le sue conseguenze potenziali, sono in questa fase soprattutto militari - e il recente aumento di bilancio deciso da Bush trova finalmente la sua piena giustificazione - finanziari e tecnologici, legati essenzialmente agli investimenti e know how necessari per sfruttare le risorse di idrocarburi di cui sopra e per creare la rete di oleodotti e gasdotti che li porterà a destinazione. Secondo complicate geometrie in corso di messa a punto, che rappresentano un'altra delle matrici nascoste delle vicende di questi mesi.

La tradizionale vocazione eurocentrica della politica americana uscirà da queste vicende ancora più indebolita di quanto già non sia, e dovrà competere, oltre che con il vittorioso Pacific Rim, anche con un inedito capitolo centroasiatico. I futuri convitati al banchetto russo-anglosassone (o solo russo-americano, se continua la deriva laburista) saranno solo quelli che al momento buono hanno dato una mano a costruire queste nuove architetture, o almeno non hanno creato ostacoli significativi.

La NATO rimarrà in vigore, naturalmente, ma forse più come foro di consultazione di americani, europei e russi e alternativa filoamericana per gli est-europei più scettici sull'adesione alla UE, oltre che "staging area" del fronte asiatico principale, che come autentica alleanza militare. Con tutte le implicazioni operative del caso, come quella del completo ritiro dei reparti da combattimento di pronto impiego americani dal suo territorio. Un segnale molto eloquente in tal senso è lo scioglimento della AMS, l'Allied Mobile Force della NATO (comandata in passato anche dal nostro Generale Angioni), che avverrà il 30 ottobre prossimo, come annunciato da SHAPE. Si tratta dell'unica unità terrestre multinazionale e integrata veramente agguerrita della NATO. Era sopravvissuta alla Guerra Fredda, al Golfo (in occasione del quale era stata impiegata nella sua configurazione NATO nel Kurdistan iracheno), alla Bosnia e al Cossovo. Dopo l'11 settembre non ce l'ha più fatta, e i suoi reparti nazionali si apprestano a servire gli specifici interessi dei loro Paesi nelle sabbie mediorientali.

Non parliamo poi della VII Armata americana, che traslocò dalle pianure tedesche a quelle saudite per la Guerra del Golfo, e da lì rientrò direttamente negli USA. Non rivedrà più la Foresta Nera e le montagne bavaresi.

Anche la terza e più singolare delle ragioni d'essere non ufficiali dell'Alleanza, quella di tener "giù i tedeschi " (oltre che "fuori i russi" e "dentro gli americani", come recita il noto aforisma dei tardi anni '40), non ha più consistenza. I mansueti e decorosi cittadini della Bundesrepublik sono stati modificati geneticamente e tengono giù la testa da soli. Hanno cessato di costituire una minaccia militare per chicchessia, e non sussistono per la Germania neanche le stesse ragioni di opportunità che consigliano di presidiare ancora per qualche tempo l'ex Impero del Sol Levante, per sorvegliare l'imperscrutabile maschera Yamato, placare le ansie dei vicini e allontanare il momento dell'inevitabile riarmo. I vicini della Germania battono moneta a Francoforte e la Bundeswher è già risorta da mezzo secolo, senza alcun problema.

La stessa Europa, anche se dovesse diventare germanofila, è talmente avviluppata nelle proprie contraddizioni e nella sua variopinta molteplicità culturale, nonché intrisa del buonismo pacifista risultante dal condominio sovieto-americano della Guerra Fredda, da non costituire alcun pericolo per la supremazia complessiva degli Stati Uniti. Fra le due sponde dell'Atlantico vi potrà essere competizione politica ed economica, e una sana antipatia culturale, ma esse non assumeranno mai connotazioni strategiche inerenti alla sfera militare, né in Asia Centrale, né in qualsiasi altro posto.

Viste nel loro insieme le implicazioni complessive dell'iniziativa americana fanno tremare le vene e i polsi, e forse risultano superiori alle intenzioni, o mezze intenzioni iniziali, man mano che passa il tempo. Un processo che doveva essere realizzato nel corso di svariati lustri si è concretizzato in pochi mesi, utilizzando al meglio una di quelle opportunità straordinarie che a volte scaturiscono dai momenti di forte discontinuità, guerre, crisi maggiori, etc. Se le cose stanno veramente come appaiono, il significato di quello che abbiamo cercato di tratteggiare comporterà una completa rivoluzione degli schemi geopolitici ai quali siamo abituati. La tradizionale praxeologia diplomatica e militare delle Grandi Potenze ne uscirà completamente rivoluzionata, almeno agli occhi di una generazione come quella di chi scrive, che è nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e ha vissuto la Guerra Fredda. E lo stesso il ruolo delle altre grandi potenze. Dovranno essere riscritti i sacri testi di politica e forse anche di geoeconomia internazionali. D'altra parte il dado è stato tratto e indietro non si può tornare, anche perché, probabilmente, quello che sembra una clamorosa svolta non fa che seguire pedissequamente il corso di un divenire storico abbastanza ineluttabile.

Anche le "hit" dei media contemporanei, Iraq in testa, andranno visti in questo contesto, e forse perderanno molto della loro criticità sostanziale, al di là di quello che è il loro impatto emotivo sulle opinioni pubbliche. Non è che Saddam Hussein, Bin Laden e i palestinesi diventino irrilevanti, ma la gestione delle loro problematiche dovrà essere vista in un quadro generale molto più vasto che ormai li ha travalicati, al di là delle dichiarazioni giornaliere di questo o quel leader. I loro destini rientrano forse nel divenire di cui sopra.

Il quadro descritto è molto complesso, e neanche scontato se si passa dalle prospettive storiche ai fatti. Molto potrebbe andare storto. A parte qualche riedizione dell'11 settembre che farebbe vacillare la coerenza e la freddezza del decision making washingtoniano, potrebbero rivelarsi esiziali anche l'impantanarsi delle forze di spedizione americane in una serie di incubi regionali fatti di guerriglia, contaminazioni biochimiche, occupazioni trentennali di bidonville del terzo mondo, stragi terroristiche, conflitti tribali irrisolti travestiti da scontro fra civiltà, senza riuscire a dominare i processi e dare un senso compiuto agli avvenimenti, oppure un intollerabile e imprevisto costo umano dell'intera operazione.

Se poi dovesse incatastarsi il grande sodalizio che si sta formando fra Stati Uniti d'America e Russia, che è il giunto di snodo dell'intero meccanismo, tutta la costruzione franerebbe. Con essa smotterebbe anche la Russia e la sua integrazione con l'Occidente. E' sperabile che di ciò siano consapevoli i tanti nostalgici della Guerra Fredda e dell'impero che allignano nella Rodina dei veterani (negli USA sono pochi e ininfluenti, anche perché l'impero non è mai stato tanto vitale), e che non si affermi ancora una volta quella tendenza a inseguire le chimere a scapito degli interessi concreti del Paese che tanti danni ha fatto in passato al Paese. Tutta la manovra americana risente di carenze di impostazione e di consapevolezza. Andrebbe forse gestita in modo più coerente e determinato di quanto non sia stato sinora. E' possibile che la matrice militare della sua origine iniziale e la conseguente sindrome del "not invented here" che ne è derivata presso la classe politica di Washington abbiano influenzato l'atteggiamento dei decisori statunitensi sul tema. Oppure l'understatement era d'obbligo, per non richiamare l'attenzione del mondo sullo scopo nascosto di una attività già molto esposta. (Ad esempio non è strettamente necessario che il trasferimento in Asia centrale del dispositivo americano della NATO sia pubblicizzato in ogni momento, ma deve essere chiaro che anche di questo si tratta, con annessi e connessi: i rapporti con l'Europa, la PESC, le relazioni fra la NATO e l'Eurocorpo, la Germania, la Russia, etc.)

Può darsi che l'ipnosi di tutti su Palestina, terrorismo e Iraq, dalla quale siamo partiti, serva a coprire la manovra, anche se è difficile crederlo. L'aspra contrapposizione alla quale si assistito nelle scorse settimane sui giornali americani circa le modalità di abbattimento della dittatura di Saddam fra la vecchia guardia Repubblicana, Baker, Eagleburger, Scowcroft e Powell, i moschettieri di Bush Sr., e i nuovi decisionisti che vanno per le spicce, a partire da Bush Jr., lascia interdetti, anche se può essersi trattato di un gioco delle parti e di una disinformatija antiracheana. Peraltro di dubbia utilità, entrambe, dato che è bene per tutti che Saddam abbia le idee chiare su cosa realmente rischia il suo Paese e lui medesimo.

Insomma è sperabile che ad un grande progetto geopolitico che ha implicazioni strategiche che condizioneranno mezzo mondo e dureranno decenni corrisponda una grande leadership. Bush non è Jefferson e neanche i due Roosevelt, ma d'altra parte un ex commesso viaggiatore non particolarmente raffinato come Truman riuscì, in un momento decisivo della storia del suo Paese, ad impostare la competizione con l'Unione Sovietica sui binari che avrebbero portato alla caduta del Muro e all'ammaina bandiera del drappo rosso dagli spalti del Cremlino. Ci riuscì perché era un uomo diretto e deciso, di buon senso, che non aveva paura di sfidare le consuetudini e i poteri consolidati, come un Mac Arthur al suo apogeo. E poi conosceva i propri simili, li valorizzava e li utilizzava la meglio. Tanto da scegliersi come collaboratori personaggi di primo piano come il mitico George Marshall, quello dell'omonimo Piano postbellico di aiuti, che altri avrebbero evitato, temendo i confronti. Qualcosa del genere è accaduto anche con il presidente attuale. Il futuro dirà se le similitudini si estenderanno dagli uomini agli esiti che essi hanno contribuito a determinare.