Anno 2002

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La dura posizione di Schroeder sull'intervento in Iraq

Andrea Tani, 16 settembre 2002

Negli ultimi giorni, grazie anche al discorso del presidente Bush all'ONU del 13 settembre, le opposizioni iniziali alla possibilità di un'opzione militare per l'Iraq - unilaterale angloamericana o multilaterale sotto l'egida ONU - si stanno stemperando in un raro soprassalto di realismo che interessa gran parte delle più importanti cancellerie.

Fa eccezione, e in modo ostentato, la Germania. Ma la veemenza con la quale il Cancelliere Gerhrard Schroeder sta utilizzando la carta irachena per riguadagnare consensi nei sondaggi elettorali, tanto efficacemente peraltro da aver superato il suo rivale Stoiber nelle preferenze presunte di voto, potrebbe essere molto di più di uno spregiudicato espediente competitivo. Sembra piuttosto il disvelarsi di una metaforica nudità dell'animus tedesco con il pretesto della contesa elettorale; tutto il contrario di come la vicenda è stata presentata e percepita.

Non è solo e non è tanto il candidato Schroeder che si serve dell'ostilità congenita dei tedeschi verso un possibile intervento militare americano in Iraq per risalire la china di una campagna partita male. Si tratta del rappresentante legittimo e legittimato dell'opinione pubblica tedesca che sfrutta la contingenza mediorientale per dar sfogo alla animosità repressa che larghi strati della suddetta pubblica opinione nutrono nei confronti degli Stati Uniti e a tutto quello che rappresentano. Il motivo del contendere - la più che giustificabile sterilizzazione militare di un problema ormai irrisolvibile con altri mezzi - è quasi un pretesto.

Il primo episodio nel quale tale animosità si era manifestata ha riguardato, come si ricorderà, la fredda accoglienza berlinese al presidente Bush durante la sua visita in Germania alla fine di maggio. Abbiamo già accennato allora, da queste pagine, alle ragioni che stavano (e stanno) alla base di questo atteggiamento. Si tratta di una diffusa avversione nei riguardi dei valori e della prassi politica che la presente Amministrazione statunitense rappresenta, e che secondo i critici della stessa Amministrazione si sarebbero esasperati in modo parossistico dopo l'11 settembre. Avversione che ha antiche colleganze con i retaggi di un passato lontano e profonde radici ideali e ideologiche.

E' difficile ipotizzare numeri e percentuali, ma si può presumere che il bacino di scontenti comprenda un vasto ventaglio di opinioni e rappresentanza. Partendo dai socialdemocratici, che in Germania sono piuttosto massimalisti e vantano una cinquantennale tradizione di antiamericanismo strisciante anche se non esplicitamente gridato (simile a quello del defunto PCI in Italia, almeno dagli anni '70 in poi), si prosegue verso sinistra e si incontrano i Verdi, accesamente antiamericani, nonché i comunisti dichiarati della ex DDR, che continuano a fare il loro mestiere. Anche se sono rimasti in pochi, sono i duri e puri della "resistenza antimperialista" e certamente oggi non sono inquinati da opportunisti voltagabbana. E fino qui niente di nuovo rispetto ad un normale panorama medio di una severa democrazia nordeuropea alla svedese, non particolarmente prona alle esigenze planetarie della politica statunitense.

La differenza risiede nel fatto che lo schieramento moderato di centrodestra, normalmente vicino alle esigenze di cui sopra, presenta in Germania diffuse anche se sotterranee vene di americanofobia che non sono limitate ai nostalgici del III Reich (molti di più dei vocianti proseliti dalle teste rasate che si espongono nelle piazze) ma comprendono anche i conservatori illuminati neo bismarkiani, coloro che rimpiangono la GrossDeutschland imperiale della kultur, della società ordinata e disciplinata, e dei valori social-umanisti del pre 1914. Kant, Bach e Thomas Mann contrappposti al rock, a Internet e ai Mc Donald.

Non parliamo poi dei sindacati, i più forti, antichi e prestigiosi d'Europa, gli strenui custodi dello stato sociale renano, quello della concertazione e dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli d'amministrazione delle società.

Anche il mondo dei "padroni" è diviso fra i non molti che si sono integrati nel modello universalistico anglosassone della globalizzazione, o intendono farlo, e la maggioranza che rimane fedele al versante capitalistico del predetto modello renano: i cartelli integrati di banche e imprese, il ruolo contenuto del mercato mobiliare, il mantenimento di una solida base manifatturiera del sistema economico, la prudenza elevata a dogma e sventolata, soprattutto di questi tempi, come polizza di assicurazione nei confronti dell'avventurismo speculativo alla Wall Sreet, il monetarismo deflattivo esasperato che si è trasferito dalla Bundesbank alla Banca Centrale Europea di Francoforte, etc.

Tutti e tre, politici, sindacati e padronato, concordano nel constatare che la capacità di esportare dell'industria tedesca incontra crescenti ostacoli da parte dell'aggressività della concorrenza americana, sostenuta da un governo a volte spregiudicato che opera in funzione delle sue grandi corporation e non rifugge dall'usare il peso delle istituzioni a supporto delle stesse. Per esempio accusando di ogni nefandezza l'industria chimica e farmaceutica tedesca più competitiva nelle esportazione verso il Medio Oriente, l'Iran, l'Estremo Oriente, con prove raccolte dalle sue agenzie governative di spionaggio, lanciando anatemi e interdizioni varie dai pesanti risvolti sulle sue vendite nel mondo. Nonché ricorrendo alle stesse barriere protezionistiche che una volta venivano imputate alla Germania per aiutare surrettiziamente i propri comparti economici minacciati dalla concorrenza europea e asiatica.

La competizione tedesco-americana sulle grandi aree geoeconomiche del mondo è molto più aspra di quanto non traspaia dalle cronache dei media di entrambi i contendenti, che hanno interesse a mantenere la tematica sottotono, per opposte ragioni. In nessun altro scacchiere si è evidenziata come fra i resti dell'Impero sovietico. Secondo un tacito accordo fra i maggiorenti dell'Occidente, essi dovevano inizialmente essere lasciati in gestione all'egemonia continentale germanica, anche per compensare la Repubblica Federale delle ingenti somme con le quali essa si era comprata la riunificazione dai leader del Cremlino, nei convulsi mesi che precedettero la caduta del Muro di Berlino, e l'aveva successivamente messa in pratica.

Con tale mossa la Bonn di allora, e più precisamente Helmut Khol, grande Cancelliere, magari solo in tale occasione, aveva acquisito per il mondo il Nuovo Ordine Mondiale che ne sarebbe certamente scaturito e la conseguente "Fine della Storia" che alcuni ottimisti preconizzavano. Non è andata proprio così, ma non per demerito dei tedeschi. Non solo per quanto riguarda l'Ordine mondiale e la Fine della Storia, ma anche per le spoglie sovietiche di cui sopra, sulle quali dopo un attimo geopolitico di esitazione si sono buttati i grandi potentati economici americani, portandosi dietro il proprio governo. Approfittando dello sconvolgimento dell'11 settembre entrambi sono arrivati a stabilire con una controparte russa del tutto edotta della relatività delle forze in campo quell'intesa strategica russo-americana, centrata sul petrolio e la parità formale nelle armi strategiche, della quale abbiamo parlato la settimana scorsa. Una delle conseguenze della quale intesa è di sostituire gradualmente la Germania con gli Stati Uniti come partner privilegiato e alleato strategico della Russia e degli inevitabili satelliti che ancora le gravitano attorno. Le basi americane che hanno cominciato a sorgere come funghi nel circondario della Federazione Russa e gli espliciti patteggi che si cominciano ad evidenziare - OK per la defenestrazione di Saddam in cambio della mano libera in Georgia - sembrano simboleggiare i capitolati di tale intesa, e certamente introducono nel tema un tipo di argomenti con i quali la Germania non è in condizione di competere.

Le conseguenze non si limitano al campo economico. L'alleanza con la Russia da posizioni di forza tedesche è sempre stato uno dei sogni dei governanti tedeschi di tutti i tempi, da Federico II, a Bismark, a Hitler, a Brandt. Basta dare un'occhiata alla carta geografica e alle statistiche economiche per comprenderne le enormi sinergie potenziali. Per lo stesso motivo la medesima alleanza è stata sempre osteggiata dagli avversari oceanici della continentalità europea. Mutatis mutandis, gli scenari sono sempre gli stessi, anche se le baionette sono state sostituite dalle pipelines. Gli Stati Uniti hanno realizzato, dopo l'iniziale momento di smarrimento seguito alla vittoria sull'Impero del Male, che i suoi due più recenti avversari sconfitti stavano realizzando alla chetichella quella saldatura continentale che era stata tentata e sventata più volte, e sono entrati in campo con l'energia che riservano alle questioni cruciali.

Il resto è cronaca di questi giorni. Naturalmente l'intera vicenda è molto più complicata, non ha solo questi risvolti ed essi non sono neanche i principali. Ma ci sono, sono chiaramente identificabili; pesano e fanno male a chi ci ha rimesso. La Russia non è certamente fra i perdenti, come succede sempre a chi ha solidi argomenti, libertà di manovra e un timoniere attento e intelligente, ed è corteggiato da potenti disposti a fare offerte sempre più vantaggiose. L'America neppure, date le sue risorse e la complessità del gioco, che solo lei è in grado di condurre. La Germania, invece, ha visto ridimensionate le sue ambizioni prima ancora di poterle chiaramente esprimere.

Quanto tutto ciò pesi sull'atteggiamento elettorale del cancelliere Schroeder dal quale siamo partiti non è chiaro. Forse poco, direttamente. Ma non poco indirettamente, anche perché gli ambienti che sono più interessati alla tematica sono quelli che hanno la quasi totalità del controllo delle leve di maggiore valenza politica, media, circoli culturali, veicoli di creazione del consenso, i "king maker", insomma.. I poteri forti tedeschi non possono essere al momento particolarmente simpatetici con coloro che hanno sbarrato ancora una volta la marcia della loro Nazione verso gli spazi vitali dell'Est, metaforici, questa volta, ma quasi altrettanto importanti di allora sotto il profilo economico. Di fatto, quindi, la loro azione non può che finire per saldarsi con quella dei poteri deboli, o comunque delle tradizionali forze di sinistra e della destra più sciovinista, contribuendo a produrre quel ribaltamento delle previsioni elettorali al quale stiamo assistendo.

Se esso si concretizzerà in una riconferma dell'attuale Cancelliere - padrone della sua politica e non ingessato in una Grosse Koalition SPD-CSU-CDU-FDP che appare possibile in caso di un risultato equilibrato ma che snaturerebbe le sue autentiche convinzioni - le conseguenze nei rapporti fra Germania (ed Europa) e Stati Uniti potrebbero essere non di poco conto, e non limitate alla specifica questione dell'Iraq. Qualche anticipazione si è avuta nelle recenti critiche alle dichiarazioni di Schroeder dell'ambasciatore americano a Berlino, Coats, critiche che sono state rispedite la mittente con insolita stizza.

E' evidente che quello che si dice in campagna elettorale è falsato dall'ardore della battaglia e dall'importanza della posta in gioco, ma qui parla un Cancelliere tedesco, non un qualsiasi caudillo latinoamericano. Difficile che il primo possa rimangiarsi l'argomento e il modo con il quale è stato espresso, quel senso di "finalmente posso parlare chiaro" che tutti hanno percepito. L'uomo è convinto di quello che dice, anche quando condanna senza appello i piani bellici angloamericani definendoli una "avventura" che non appoggerà mai, anche se fosse sanzionata da un mandato ONU, minacciando di ritirare immediatamente dal Kuwait quella sparuta unità di contromisure NBC che la Bundeswher ha recentemente dislocato nell'Emirato. Oppure quando parla di una "via tedesca" alla soluzione dei grandi contenziosi mediorientali, contrapposta ad una evidente via americana, affermazione imbarazzante che il suo stesso ministro degli Esteri, Fischer, ha dovuto minimizzare. Il Cancelliere sa di interpretare il comune sentire del cittadino medio, tanto è vero che il suo rivale Stoiber si è ben guardato dal contraddirlo sul tema.

D'altra parte, come nota Ugo Tramballi sul Sole 24 Ore del 13 settembre, "dietro le dichiarazioni di Schroeder non c'è solo un calcolo elettorale: se la maggioranza dei tedeschi è contro la guerra, il Leader del Paese ha il dovere di ascoltare questa esigenza. In fondo una Germania pacifista è il sogno che gli europei hanno coltivato per generazioni."

Se Stoiber riuscisse a ribaltare ancora una volta l'andamento dei pronostici, potrebbe forse diluire la polemica e rimettere sottotono il sentire di cui sopra. Ma se il 22 settembre Schroeder verrà riconfermato Cancelliere della Bundesrepublik, nessuna correzione sostanziale sarà possibile e potrebbe aprirsi un nuovo capitolo delle relazioni fra l'America e la Germania. L'intero processo di consolidamento europeo ne sarebbe condizionato, sia per la discrasia che si è aperta su una questione chiave fra la Germania e i suoi partner del Vecchio Continente (anche il più stretto, quella Francia chiracchiana che ha aperto molto al decisionismo di Bush sull'Iraq, condizionandolo in pratica ad una sempre più probabile "via libera" dell'ONU), che per la diversa valutazione che di un'Europa germanofila potrebbe dare Washington d'ora in avanti. Senza contare l'eventualità che qualcosa vada storto nella presumibile campagna militare in Iraq, e occorra serrare i ranghi. Una defezione tedesca avrebbe in tal caso conseguenze di una gravità difficilmente immaginabile. Più che il pacifismo che sognano gli europei verrebbe evidenziata, della Germania, la diserzione sotto il fuoco nemico.




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