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| Anno 2002 | |
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Le recenti cronache dalla Sicilia e dalle coste calabresi hanno riproposto con estrema drammaticità il tema dell'emigrazione clandestina dal sud del mondo verso il nostro Paese, che ha assunto una rilevanza così marcata da poter essere considerata la più grave emergenza sociopolitica e geopolitica che esso deve affrontare. Vengono messi continuamente in luce gli aspetti pietosi e spettacolari delle mille vicende che compongono il fenomeno, che commuovono e colpiscono il grande pubblico ma contribuiscono a mantenerlo all'oscuro degli esatti termini del problema, che è diventato troppo importante per essere lasciato agli effetti speciali dei media e ai moniti millenaristici dei radical chic in versione girotondina.
Gran parte dei dibattiti che hanno luogo nel nostro Paese finiscono per assumere toni dolenti e verghiani, concludendo pressoché universalmente che la colpa di tutto è dell'Occidente rapace e predone, che sembra responsabile di tutte le nequizie del pianeta, anche quelle sulle quali non ha esercitato alcuna influenza, come quella in esame. Come disse Clemanceau a proposito della prima guerra mondiale, la guerra è cosa troppo seria per essere lasciata ai generali. Estrapolando l'aforisma, si potrebbe affermare che l'emigrazione clandestina è diventata cosa troppo seria per essere abbandonata alla demagogia politica e agli afflati caritatevoli di chi cerca di conferire un significato alla propria vita di affluente annoiato in carenza di valori. Senza arrivare a tanto, potrebbe essere arrivato il momento di dedicare al tema una maggiore oggettività e un più adeguato spessore culturale. E' auspicabile che ciò avvenga al più presto, dovunque. Questo che segue è un tentativo in tal senso.. I flussi di emigrazione clandestina provengono soprattutto dall'Africa - per disperazione, assenza di prospettive, sottosviluppo, anarchia sociale - dall'Asia -essenzialmente per la pressione demografica dei suoi abitanti, anche se le condizioni economiche d'origine contribuiscono - e dagli scenari di guerra, un po' dovunque (quelli balcanici sono in forte diminuzione). Il fenomeno è fra noi per restare a lungo, decine e decine di anni. Esso ha aspetti strategici rilevanti, anche se per ora non esiste una dimensione militare del problema. Potenzialmente interessa tutto il Mediterraneo meridionale, ad eccezione delle coste israeliane, ossia tutte le coste che non appartengono all'Unione Europea. Queste ultime sono l'altra faccia della medaglia, ossia l'agognato obiettivo e il terminale d'arrivo dei flussi di disperati che partono dalle coste dell'Africa e dell'Asia prospicienti il "Mare Nostrum", anche se spesso provengono da molto più lontano. Si tratta di un'invasione, sia chiaro. Pacifica, disarmata, struggente, derelitta, ma invasione: da parte di moltitudini di soggetti appartenenti a diversi contesti civili, religiosi, sociali. Tutto sommato l'Impero Romano affrontava problemi non molto diversi alle sue frontiere. Collassò perché non riuscì a fermare le ondate successive che i contrafforti difensivi e le legioni di immigrati naturalizzati non erano più in grado di arginare. Oggi gli equivalenti contrafforti e legioni sono architetture burocratico-amministrative virtuali, penetrabili con una facilità quasi insultante. La lettura del sottosviluppo non è l'unica e non la sola. Si legge sui giornali che in Libia si sarebbero ammassati un milione di disperati provenienti da tutta l'Africa islamica pronti a traversare in qualche modo il Mediterraneo centrale. Difficile pensare che in un Paese dittatoriale e scarsamente popolato tutto ciò avvenga senza il beneplacito delle autorità locali. E anche improbabile che si tratti solo di una vicenda a carattere umanitario. Più probabile invece che si tratti di un diverso capitolo del secolare e recentemente rinnovellato tentativo dell'Islam di mettere in difficoltà l'eterno nemico cristiano. Visto che di emulare gli atei materialisti infedeli non se ne parla, respingere le loro lusinghe con la forza militare non è possibile, intimidirli con le bombe e i dirottamenti non è più il caso, la Palestina non basta, e bin Laden è assolutamente improponibile (anche se nel cuore di molti arabi è un eroe), perché non utilizzare un fenomeno che ha comunque la sua dinamica e invadere pacificamente il suo focolare con flussi migratori che domani diventeranno le avanguardie di qualcosa di più organico, e che comunque sono in grado di mettere molto in difficoltà l'Europa cristiana già da subito, trasformandone la natura culturale in modo irreversibile ? Se così fosse, si tratterebbe di una strategia molto sagace e probabilmente vincente, in assenza di contromisure. Il fatto che utilizzi un fenomeno preesistente che prescinde da qualsiasi scontro di civiltà ma è essenzialmente fame potrebbe diventare un dettaglio. La reazione inevitabile e istintiva dei Paesi bersaglio, del nostro in particolare, è quello dell'accoglienza, seguita da provvedimenti di polizia più o meno efficaci ed aggirabili. In particolare in Italia si discute da anni per provvedimenti che altri hanno preso da sempre senza eccessivi patemi, e che comunque servono fino ad un certo punto. Sono poi nulla in confronto a quello che i disgraziati che intraprendono queste odissee rischiano e patiscono durante le traversate e anche a casa propria. Quando vengono fermati da polizia e carabinieri, è finita, sono salvi e forse ce l'hanno fatta. Mai faccia di poliziotto deve sembrare più gradevole. Si tratta di un fenomeno intrinsecamente inarrestabile. La sola politica efficace per non farli sbarcare, avendo il pelo sullo stomaco indispensabile (e che altri hanno, per esempio gli spagnoli nello stretto di Gibilterra), sarebbe di riuscire a controllare onda per onda e duna per duna i 7000 kilometri di costa del nostro territorio, o almeno i 2-3000 più esposti, disponendo delle risorse operative che facciano fisicamente rispettare leggi forzatamente non adeguate, un po' dovunque. Nell'Italia sede del Vaticano più che altrove. Ambedue le strategie sono impossibili. D'altra parte se l'Italia e l' Europa non facessero nulla potrebbero essere sommerse in pochi decenni e gran parte del flusso migratorio complessivo passerebbe per il nostro Paese, che è un immenso molo proteso verso le aree di instabilità e di forte dinamica demografica esistenti a sud-est del Vecchio Continente. Interdire completamente il fenomeno è evidentemente impossibile (anche se forse potrebbe diventare necessario, se le politiche adottate per limitare il fenomeno non fossero sufficienti), ma ridurlo ad una percentuale maneggevole sì, attrezzandosi nel frattempo con gli strumenti socioeconomici per accogliere lo stretto indispensabile degli immigrandi e coglierne le valenze positive, evitando che il processo ingeneri reazioni xenofobe generalizzate che di questi tempi potrebbero veramente sfuggire di mano e cambiare i connotati politici del continente. E' bene sgombrare il campo dagli equivoci. Qualsiasi siano le tecniche e le tattiche di sorveglianza e intercettazione, i desperados del Quarto e Terzo Mondo ci proveranno sempre. E' troppo accentuato il gradiente di benessere fra loro e noi, doviziosamente illustrato su tutto il pianeta dalle meraviglia di una telematica straordinaria per chi ne gode i benefici ma rovinosa per gli altri. Il problema si esaurirà solo quando il differenziale delle condizioni di vita fra i Paesi di origine e il mondo avanzato si farà meno accentuato e drammatico. E d'altronde la soluzione ovvia - ridurre il differenziale - cozza con le difficoltà obiettive di esportare modelli sociali e produttivi avanzati in società primitive, intrinsecamente corrotte, senza infrastrutture, caratterizzate da una cultura popolare fatta di contemplazione e di carpe diem elevato a dottrina economica. Essa va benissimo per il turismo di evasione degli occidentali, gli intrepidi viaggiatori di "Avventure nel Mondo", gli aspiranti del volontariato in SPE e i cercatori di musica etnica, ma è un autentico disastro per le popolazioni locali, esposte ai guasti della modernità - inurbamento, malattie, rottura dei legami sociali e tribali, concorrenza di popoli più alacri, inquinamento, criminalità - ma non alle opportunità che essa offre. E' difficile ad accettare, e sommamente impolitico, ma forse il colonialismo è finito troppo presto e il fardello dell'uomo bianco era veramente tale, come la buona fede di coloro che credevano di avere il dovere di sopportarlo. Da buoni vittoriani ottocenteschi stoici e ricolmi di ethos. Essi cercavano di equipaggiare i loro discepoli (nonché, a volte, sudditi quasi schiavizzati, ma molto più la prima che la seconda condizione) con gli strumenti del progresso ma soprattutto attraverso la comprensione profonda dei suoi meccanismi. Hanno fallito quasi completamente, almeno in Africa, forse per mancanza di tempo e per il basso livello iniziale delle élite locali. Gli anni '50 e '60 del XX secolo non sono stati l'alba di una nuova era, come la nostra generazione ha creduto e come ora imparano a scuola anche i nipoti degli ex colonialisti, ma il brusco termine - imposto da nuove potenze coloniali globali mascherate da unificanti acronimi - URSS e USA - di un'esperienza che prima o poi avrebbe consentito di modernizzare questi paesi, a costi infinitamente minori di quelli che stanno pagando adesso. In fin dei conti, la Gallia e l'Iberia sono state a lungo colonie di Roma prima di diventare le massime potenze dei loro tempi migliori, e l'apprendistato quirita è stato per loro fondamentale. Anche senza considerare che due dei tre migliori reggitori dell'Impero dominatore, i divini Tiberio e Adriano, furono spagnoli. Le contromisure possibili Il problema di contrastare i flussi di immigrazione clandestina in Italia come si presentano oggi - boat people che attraversano direttamente bracci di mare su imbarcazioni fatiscenti o moderni gommoni ad alta velocità, o vengono rilasciati da navi mercantili "normali" a breve distanza dalle coste - è tecnicamente affrontabile ma geograficamente e umanamente quasi irrisolvibile. L'estensione delle coste e la compassione naturale del nostro retroterra culturale, presente in un grado che non ha equivalenti in Europa e forse nel mondo, impediscono una difesa efficace. Da sole, l'una o l'altra lascerebbero qualche spiraglio; insieme sono insormontabili. D'altra parte non far nulla e rassegnarsi all'inevitabile divenire della storia significherebbe "terzomondizzare" il Paese in pochi anni e ingenerare pulsioni xenofobe che lo manderebbero in rovina, snaturandone profondamente le sue caratteristiche peculiari (compresa la commendevole compassione di cui sopra). Per fronteggiare compiutamente il problema sarebbe necessaria una politica di contenimento ad hoc del fenomeno a livello nazionale e soprattutto europeo, con le opportune dotazioni operative. La questione ha una dimensione transcontinentale, e interessa primariamente il nostro Paese solo perché le sue isole distano poche decine di miglia dal mondo in ebollizione della miseria e della disperazione e la stessa penisola si protende come un invitante ponte nella stessa direzione. Ma ponte rimane. La terraferma è soprattutto altrove. L'obbiettivo dei milioni di disperati che attendono, sperano e si preparano non è l'Italia, o non solo l'Italia, ma tutta l'Europa e l'Occidente in genere. La questione, piuttosto lapalissiana, è stata ripetutamente e correttamente posta in sede comunitaria dai nostri governi, di qualsiasi colore, ma gli altri fanno orecchie da mercante, piuttosto stupidamente, si potrebbe aggiungere. La miopia politica non è solo un difetto italico e neanche le furbizie poco lungimiranti. Prima o poi, comunque, la questione dovrà essere affrontata in modo corretto e portare all'unica possibile conclusione. Oltre a impostare risolutive (?), misure geopolitiche a più vasto raggio, le quali hanno tuttavia tempi molto lunghi, gli europei dovranno approntare le misure per bloccare l'esondazione immediata. Ossia mettere in opera un dispositivo ampio e articolato che sbarri fisicamente il Mediterraneo, per quanto possibile. Da Gibilterra alle coste del Peloponneso, o almeno alla penisola italiana, in modo da ristabilire quel vallo protettivo che il Mare Nostrum violentato dalle moderne tecnologie nautiche non è più in condizione di concretizzare. Proviamo a sintetizzare alcune delle prospettive più realistiche di una strategia percorribile in tal senso a livello nazionale, sulle quali si sta già lavorando: - Innanzitutto, la prima strategia è sempre di cercare di conseguire qualche risultato tangibile e immediato nel creare le condizioni perché i potenziali emigranti clandestini preferiscano rimanere a casa loro, sviluppando i settori economici più immediatamente promettenti a disposizione. Sperando che la globalizzazione in atto colmi al più presto (ma si parla sempre di decine di anni) il divario più eclatante. - È indispensabile approvare il più rapidamente possibile leggi più severe come la nostra Fini-Bossi, quella che conferisce poteri di polizia alla Marina Militare, e una futura normativa che acceleri il rimpatrio dei clandestini e lo renda inevitabile. Non solo per il loro effetto deterrente, ma per lanciare segnali di determinazione e mettersi a pari con quanto fanno gli "amici" europei. Indurire il sistema di garanzie liberaldemocratiche è una misura grave e impopolare, che nessuno prende a cuor leggero, ma non tutti i tempi consentono tutte le libertà, come stanno imparando proprio coloro che queste libertà hanno inventato e adottato per primi. Senza contare che qui si parla di rimandare indietro degli illegali che non hanno alcun diritto di entrare nel nostro Paese. Non farlo sarebbe discriminatorio nei confronti degli altri extracomunitari. Se rimaniamo l'anello più tollerante e compassionevole della catena europea, i clandestini avranno ancor meno interesse di quanto hanno ora a percorrere le centinaia di miglia di mare in più che sono necessarie per arrivare negli altri Paesi dell'Unione. - E già che si parla dell'Europa, occorre battersi per far diventare il problema una fondamentale questione europea, forse la più importante dopo quella della messa in opera e del mantenimento dell'Unione. Se la frontiera monetaria è a Francoforte, quella militare nei Balcani o forse nel Golfo Persico, quella commerciale nella competizione con gli Stati Uniti e gli asiatici, la frontiera demografica e di civiltà attraversa la mezzeria del Mediterraneo. - E' ovvio che tutto ciò presuppone la necessità di esercitare energiche pressioni diplomatiche sui Paesi di origine del fenomeno migratorio, o almeno dei suoi aspetti mediterranei, fuoriuscendo da quella atmosfera di generica terza via euroafricana che impreziosisce i convegni culturali e contribuisce alla soddisfazione delle anime belle, ma è assolutamente fuorviante nella politica reale, inducendo un falso senso di armonia ecumenica che è sempre più lontana dalle condizioni effettive della regione. L'esempio fatto in precedenza della Libia è molto eloquente, come altri in passato e presumibilmente in futuro. Occorre non sottovalutare e non sottostare alla componente di ricatto insita in certi comportamenti. - E' indispensabile focalizzare una teoria e una effettiva prassi di intelligence orientata al tema, e annessi: lotta alle organizzazioni criminali che gestiscono il fenomeno, utilizzazione della normativa antimafia e antiterrorismo, connessione con gli intrecci criminali e paramilitari, analisi politica delle condizioni dei paesi produttori dei flussi si immigrazione, etc. Oltre alle strategie, è bene pensare alle tattiche o modalità operative con le quali tradurre le strategie in fatti. Esse potrebbero avere molta più importanza di quanto si percepisca comunemente per fronteggiare il fenomeno, il quale ha sì una grande valenza epocale e geopolitica, ma si estrinseca in migliaia di episodi di piccolo cabotaggio, in senso letterale e figurato, episodi che evolvono in modo diverso e possono avere o non avere epigoni a seconda di come vengono affrontati dai rappresentati dello Stato sulla scena d'azione. Più che le clamorose dichiarazioni di principio, possono contare i comportamenti delle forze preposte a contenere il fenomeno e l'efficacia delle tecniche adottate. Le contromisure operative Ne abbiamo già accennato, ma qualche focalizzazione può essere utile. Dal punto di vista operativo, il contrasto e la prevenzione all'immigrazione clandestina riguarda un compito di polizia che si svolge in mare - in alto mare, soprattutto - anche in vicinanza di paesi stranieri. Per svolgerlo occorre una forza di polizia marittima d'altura o una marina militare alla quale vengono assegnati compiti di polizia. Ovviamente non è il caso di fondare una quinta forza armata o una settima forza di polizia, ma le risorse che devono fronteggiare il problema devono essere dedicate e possedere una professionalità specifica. Sarebbe opportune creare una Task Force interforze e internazionale che si occupi specificatamente e del problema, simile a quanto esiste per il contrasto alla criminalità organizzata o all'antiterrorismo. Dopo un primo momento nel quale il governo sembrava orientarsi verso la prima soluzione, ingenerando peraltro competizioni navali fra le diverse forze di polizia, ora sembra si sia imboccata una via di compromesso, nella quale alla Marina Militare è devoluto il compito di fronteggiare 1'emergenza nell'alto mare, cioè esternamente al mare territoriale. D'altra parte, come accennato, non è il caso di reinventare la ruota e si può fronteggiare 1'emergenza con le forze a disposizione nella loro configurazione, con gli opportuni adattamenti e integrazioni. E' molto più realistico conferire compiti di polizia alle forze navali d'altura della MM, imbarcando se del caso specialisti provenienti dalle forze di polizia e dalla Guardia Costiera, che costruire motovedette delle dimensioni di una fregata perché non si può modificare qualche codice che dice chi deve fare che cosa nell'ordine pubblico. D'altra parte la Marina Militare è 1'agenzia marittima più competente, potente e organizzata della quale lo Stato dispone. E' 1'unica che può operare in tutto il bacino in ogni condizione meteo e di visibilità, e che dispone di una triade di componenti operative, di superficie, aerea e subacquea, in grado di dare pesantezza e continuità all'azione del suddetto Stato. La Marina è poi 1'unica forza armata in grado di monitorizzare dal lato mare i terminali di lancio delle ondate migratorie e prevenire all'origine il sorgere di fenomeni di dimensioni incontrollabili. Episodi come la Marcia Verde marocchina degli anni '70 verso il Sahara spagnolo sono sempre possibili, se non è in atto un deterrente adeguato. Alcune misure tecniche potrebbero agevolare le strategie suindicate. Per esempio impiegare maggiormente la MMI in alto mare, dove la bandiera nazionale ha una precisa e verificabile valenza, e le sfumature sono meno accette, e oltretutto c'è meno traffico marittimo, i natanti sono meglio individuabili e quelli piccoli in genere non ci vanno, soprattutto fuori dalla stagione estiva. Utilizzando non certo unità da combattimento di prima linea ma la flottiglia di pattugliatori d'altura del quali la Marina si è dotata da tempo, con una certa fortunata previdenza, peraltro (erano destinati alla vigilanza pesca, che in confronti con i problemi di oggi fa tenerezza), affiancando magari per il predetto periodo estivo altre unità minori come cacciamine, piccoli trasporti costieri, unita ausiliarie, etc Poiché il più agevole sistema di infiltrazione è oggi costituito dalle navi mercantili d'altura che trasportano i clandestini fino a punti di rendez-vous stabiliti con battelli gestiti da organizzazioni criminali a poca distanza dalla costa (come è successo probabilmente ai liberiani di Porto Empedocle), è necessario monitorizzare il traffico d'altura e procedere alle necessarie ispezioni nelle acque costiere e nella ZEE, la Zona Economica Esclusiva. La normativa internazionale lo prevede, utilizzando anche la potestà delle Marine da guerra di ispezionare natanti in alto mare per contrastare la tratta degli schiavi, della quale il trasporto degli immigrati clandestini costituisce un certo corrispettivo contemporaneo, considerate le condizioni nelle quali questi poveretti sono costretti a viaggiare e la situazione di sfruttamento e di disumanità che avvolge l'intera tematica. E dove la normativa non dovesse permetterlo, occorre cambiare la medesima, che non è un atto di Dio o un evento naturale immodificabile. Nessuna nave mercantile dovrebbe poter trasportare persone non registrate come equipaggio e passeggeri, e si dovrebbe pretendere di verificare nei porti e in navigazione la completa documentazione comprovante lo stato di questi ultimi. Per quanto riguarda i mezzi da dedicare alla missione di sorveglianza e interdizione dell'immigrazione clandestina, oltre alle unità navali, d'altura della Marina e litoranee delle varie forze dell'ordine, ai velivoli Atlantic e ATR 42 da pattugliamento marittimo, agli elicotteri e mezzi terrestri costieri , si potrebbe pensare a utilizzare la rete di controllo del traffico marittimo in via di costituzione sui mari italiani per conto delle Capitanerie di Porto e degli Enti autonomi portuali, il cosiddetto sistema VTS (Vessel Traffic Service), in funzione di sorveglianza anti-immigrazione clandestina. II sistema potrebbe essere integrato con sensori radar e elettrottici installati su aerostati (palloni frenati) situati in prossimità delle coste, oltre che naturalmente situati a terra sulle poche orografie significative dell'area dello stretto di Sicilia e mari pugliesi e calabri. La tecnologia moderna permette di realizzare sistemi di sorveglianza a basso costo ed autonomia inverosimile, altrettanto efficaci per lo scopo in esame dei Predator dell'Aeronautica dei quali si è letto sui giornali, che sono preziosi e costosissimi aerei senza pilota a grande autonomia impiegati dagli americani in Afghanistan - quattro velivoli in tutto, per ora due consegnati all'Aeronautica Militare Italiana - destinati a compiti militari ben più gravosi e rischiosi della monitorizzazione dei mari meridionali di cui si parla. E' come usare una Ferrari per pattugliare un quartiere cittadino nelle ventiquattro ore. Senza contare che il Predator è un mezzo teleguidato e la normativa per la navigazione aerea non permette l'utilizzo di velivoli non pilotati in zone percorse da aeromobili commerciali, aerovie, zone prossime ad aeroporti civili, etc., come sono tutte le coste meridionali del nostro Paese. Possono essere usati solo in appositi poligoni o, in tempo di guerra e crisi maggiore, in deroga alle norme consuete, avendo preventivamente sospeso la navigazione aerea sulle aree di interesse, come successe a suo tempo per il Cossovo. La notizia potrebbe non avere un seguito, ma è sintomatica di quella smania di protagonismo che coglie qualsiasi agenzia operativa, e quindi le FFAA (non solo le nostre) quando si profila una opportunità di flettere i muscoli, enfatizzare il proprio ruolo e giustificare allocazioni budgetarie che nel caso delle FFAA trovano la loro piena e lampante giustificazione, agli occhi della pubblica opinione, solo in tempi veramente ardui, in guerra, etc. A parte il fatto che le occasioni per flettere i muscoli di cui sopra non mancano nel mondo di oggi, in Asia Centrale, nei Balcani, forse in Iraq e altrove, le preoccupazioni dell'Aeronautica si dovrebbero concentrare sui temi di alta tecnologia e grande valenza operativa che giustificano il mantenimento di una forza armata così onerosa e sofisticata. L'opinione pubblica è molto meno superficiale di quanto i militari ritengono e sa benissimo che un Eurofighter che costa più di sessanta milioni di Euro deve essere considerato come la polizza di un'assicurazione che si spera non sia mai utilizzata, ma che all'occorrenza salva dal disastro. Non c'e nessun bisogno di farsi avanti con mezzi assolutamente sproporzionati alla bisogna solo per comparire sui giornali, soddisfare il proprio bisogno di autogratificazione e avanzare giustificazioni che nessuno richiede. Sarebbe forse meglio che 1'AMI si interrogasse sui motivi che hanno portato i velivoli da combattimento Harrier della MMI a compiere quasi duemila sortite in missioni di guerra sui cieli dell'Afghanistan, durante Enduring Freedom, partendo dalla portaerei Garibaldi, mentre quella fantomatica dislocazione dei Tornado dagli aeroporti dell'Asia centrale (come hanno fatto i Mirage francesi, ad esempio) non si è mai materializzata. Non solo per le difficoltà logistiche di trovare una base ma anche perché 1'Aeronautica non è in grado di proiettare una frazione del suo potenziale oltre mare senza mobilitare tutta la Forza Armata, come successe nel '91 per il Golfo di Bellini e Cocciolone. Sarebbe forse meglio prepararsi ad operare i Predator su qualche deserto mediorientale, caso mai dovessero servire, e limitarsi a partecipare all'emergenza profughi con i preziosi voli degli Atlantic cogestiti con la Marina e i voli dei C 130 che svuotano i campi d'accoglienza di Lampedusa quando non ce la fanno più. Eventualmente sarebbe possibile pensare ad aumentare il parco dei velivoli a disposizione integrando in un pool dedicato tutti gli innumerevoli aeromobili delle forze di polizia, nonché facendosi venire delle fantasie, come adoperare la flotta dei Canadair antincendio quando non utilizzati nel loro compito primario, oppure pensare a un leasing dei dirigibili che portano turisti a spasso sulle città, e cosi via. Un settore di importanza cruciale per la sorveglianza e la ricognizione, non solo in questa tematica, è quello dei satelliti. L'EuroMedSat italo-francese di prossima immissione in orbita destinato al telerilevamento ecologico potrebbe essere utilizzato per la sorveglianza (come forse è già previsto surrettiziamente in altri ambiti), e così anche i satelliti commerciali SPOT e simili, dei quali ormai esiste una panoplia di offerte, con risoluzioni che vanno vicino al metro, ossia a livello dei sistemi militari. Un ultima riflessione, certamente non la meno importante. E' necessario che le classi dirigenti del Paese trattino l'argomento emigrazione clandestina con estremo senso di responsabilità, estraendolo dall'agone della contesa politica interna. Non si tratta di un tema sul quale il Paese si possa permettere di imbastire speculazioni elettoralistiche. Negli Stati Uniti il medesimo problema non è soggetto di polemica politica, né tanto meno utilizzato per catturare voti, almeno a livello nazionale. Esiste una intesa bipartisan di fondo sui termini generali del problema, che è considerato una grande e grave questione di ordine pubblico, come la criminalità organizzata, la droga, la limitazione degli incidenti automobilistici, etc. Si tratta, oltretutto, di un problema molto meno delicato che in Europa, dato che in USA riguarda ondate migratorie abbastanza omogenee con un buon terzo della attuale popolazione dell'Unione, cristiani, di cultura ispanica. Cosa che non è affatto in Europa e la sua componente di immigrati, in buona parte costituita da persone estranee al filone storico di civilizzazione occidentale al quale appartengono sia gli americani del nord che quelli del sud. Per inciso, ci sarebbe da riflettere sulla possibilità di agevolare l'ingresso di latinoamericani in Europa, per esempio quelli di origine italiani, che non abbiano troppe pretese e siano disposti a fare i lavori che fanno da noi i magrebini. Difficile, perché anch'essi sono, in parte, degli occidentali viziati, ma non impossibile. E' comunque da sottolineare che più lontano si manterrà il problema dalle coste di ciascun paese europeo, tento meno esso assumerà connotati di lotta politica. A distanza di qualche centinaio di miglia dalle nostre coste, la bipartisanship è assicurata. L'esperienza albanese, anche se su scala molto più ridotta, potrebbe servire da modello, anche perché tutto sommato la costa meridionale del Mediterraneo è sotto il controllo di Stati regolarmente costituiti e in possesso delle attribuzioni della sovranità, i quali, se veramente volessero, potrebbero ridurre il fenomeno a proporzioni gestibili da parte delle forze operative che i paesi europei sono in grado di mettere in campo. Sarà opportuno che tali paesi si convincano - o siano indotti a convincersi - che il loro interesse sul tema coincide pienamente con quello degli inquilini della sponda settentrionale del bacino. |