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| Anno 2002 | |
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La storia sembra aver impresso una frenetica accelerazione agli avvenimenti internazionali, che scorrono davanti ai nostri occhi come una moviola degli anni '20. Le realtà mutano, ma non sempre le nostre percezioni di esse, o meglio le categorie mentali con le quali le interpretiamo. Molte delle incomprensioni odierne sono dovute al fatto che sono queste categorie ad essere non più adeguate e non i fatti ad essere impazziti.
Quello che segue è un tentativo di trarre, con tutte le approssimazioni del caso, un qualche schema interpretativo dal rumore di fondo di alcuni dei principali avvenimenti di questi anni. Soprattutto quelli di carattere strategico-militare, che si sono riproposti all'attenzione del mondo come mai negli ultimi decenni. Può essere considerato un esempio di un genere di esercizio sempre più auspicabile, data la sempre più invadente presenza di queste tematiche nelle nostra vite. Il decennio (o poco più) dei Grandi Crolli Epocali "1989 Muro di Berlino - 2001 Twins di New York" ha segnato una delle fasi più dinamiche di trasformazione degli scenari contemporanei. Dal punto di vista strategico il mondo di oggi è totalmente diverso di quanto non fosse una dozzina di anni fa, anche se le sue articolazioni formali di sicurezza e insicurezza sono più o meno le stesse di allora. Si verificato un passaggio subitaneo dalla contrapposizione globale di tipo ideologico della Guerra Fredda, concretizzata da due grandi costellazioni di Stati divisi da una concezione antitetica dei meccanismi socioeconomici che governano le società umane, ma accomunati dal rispetto di regole sulla convivenza internazionale condivise e consolidate almeno dalla metà del '600 (Pace di Westfalia, secondo Henry Kissinger), ad una condizione di anarchia di comportamenti e idealità, assolutamente imprevedibile nel modo di manifestarsi e negli effetti. Causa prima di una specie di "Certezza dell'Incertezza" che pervade ogni cosa e che potrebbe annunciare una sorta di "Alto Medioevo post-moderno" dai contorni inquietanti, anticipato forse da quelle surreali opere di fantasia letteraria e cinematografica che si stanno sempre più manifestando all'attenzione delle élite culturali, e che talvolta anticipano il vero. Semplificando al massimo, la configurazione geopolitica di oggi è caratterizzata da una sola Iperpotenza, gli Stati Uniti d'America, che domina il mondo dal punto di vista militare, tecnologico, culturale ed economico, ma non riesce a mettervi ordine (anche se ci sta provando). Essa è seguita a distanza da una variegata schiera di inseguitori del mondo avanzato, antichi alleati ed ex rivali, che sono costretti dalle circostanze a manifestare la loro amicizia, a volte forzata. Imitano da lontano, ma non condividono. Tutti si trovano immersi nel magma dei recalcitranti - non abbienti o appartenenti a culture antitetiche con quella dominante - in tumultuosa e squilibrata crescita, percorso da valenze straordinariamente positive che coesistono con pulsioni irrazionali e distruttive. La tecnologia fornisce, in una forma o nell'altra, il massimo fattore di spinta di queste realtà, ed assume forme estreme sia nello sviluppo delle condizioni di vita che nella loro negazione, attraverso - quest'ultima - la proliferazione di due principali filoni di congegni di distruzione: - le armi automatiche leggere, principali cause di morte violenta nel mondo (oltre che strumento di lavoro ordinario dei vari terrorismi), diffuse in centinaia di milioni di esemplari in tutti i continenti e pressoché ineliminabili, anche perché il relativo know how è diffuso dovunque; - le armi di distruzione di massa, che sono sfuggite al monopolio delle Grandi Potenze diventando ormai appannaggio, in una forma o nell'altra, di oltre un quarto degli Stati rappresentati all'ONU; senza contare gli Stati virtuali che vicariano sempre più quelli formali nel fare la politica "sporca", ossia le grandi organizzazioni criminali e terroristiche. Queste ultime costituiscono un'altra delle destabilizzanti novità del mondo di oggi. Il contenimento della loro aggressività, la quale supplisce e in determinate contingenze alle inadeguatezze degli Stati a rappresentare efficacemente i propri soggetti, è diventata la maggiore e più immediata preoccupazione dei medesimi Stati. Molti di essi, almeno i più esposti, sono coinvolti nella cosiddetta guerra asimmetrica, che formalizza il contenimento di cui sopra. La tecnologia è stata determinante in tutti questi fenomeni, ma lo sono state anche la caduta dei valori unificanti e la fine delle ideologie laiche, sostituite da una parte dall'esclusiva ricerca del benessere materiale, dall'altra dall'affermarsi di irrazionalismi totalitari di tipo religioso. L'attacco all'America dell'11 settembre e la guerra al fondamentalismo islamico che ne è seguita rappresentano i casi più eclatanti di tali vicende, ma non i soli. Si tratta di un processo che ha radici profonde, destinato a durare a lungo e a caratterizzare i prossimi decenni, alimentato anche dalla diffusione delle armi leggere al quale abbiamo accennato. Il contenzioso bellico internazionale non si esaurisce tuttavia nella guerra asimmetrica in atto e in quelle che potrebbero venire. Riguarda anche una componente convenzionale è ben lungi dall'essere stata abolita. Essa si riferisce sia ai conflitti tradizionali fra Stati "normali", che alla repressione delle attività destabilizzanti degli Stati fuorilegge, o "Canaglia", i cosiddetti "Rogue States". Questi si pongono al di fuori del consesso delle Nazioni civili, e quindi si trovano nella condizione di non poter godere delle garanzie che regolano anche la conflittualità al suo interno. La cosa è dibattuta, non sono tutti d'accordo con questa interpretazione, ma sembra che l'orientamento prevalente degli addetti ai lavori che operano sul serio, oltre che a disquisire, sia quello accennato. In sostanza e riassumendo, la conflittualità contemporanea riguarda tre categorie principali di situazioni: - conflittualità classica fra Stati, regolata dal diritto internazionale e ben conosciuta, anche se in netto calo; - repressione delle illegalità istituzionali degli Stati Canaglia, una terra di nessuno non prevista dal medesimo e in fase di nebulosa codificazione; - guerra asimmetrica contro organizzazioni sovversive e violente a carattere a-statuale, transnazionali o meno, sulla quale non c'è ancora una giurisprudenza riconosciuta, anche se le prassi comportamentali si stanno consolidando. Le organizzazioni di sicurezza e le alleanze militari esistenti coprono solo la prima di tali contingenze, e questa latitanza obiettiva è sempre più inaccettabile. Oggi la stessa contingenza, la guerra regolata fra Stati "normali", è ormai la meno probabile, ed è anzi vietata formalmente dalle regole di comportamento della Comunità internazionale. In futuro, con l'emergere di nuove superpotenze planetarie, come la Cina, la nuova Russia, l'India e l'Europa, il dominio incontrastato degli USA potrebbe essere ridimensionato e con esso la prima ragione di tale improbabilità. Si può ipotizzare una qualche forma di riverberazione militare della competizione che si riproporrà fra tali entità, magari per interposta persona. Ma si tratta di scenari molto futuribili, e forse anche superati dalla globalizzazione in atto, che tende a mettere in risalto le convenienze reciproche della convivenza, piuttosto che le inevitabili frizioni. La stessa globalizzazione potrebbe finire per far superare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie fra soggetti statali responsabili. Rimangono le altre due situazioni, quelle in atto e in sviluppo nel prevedibile futuro, per le quali non sono adeguate né le strutture di sicurezza né i mezzi di contrasto che oggi esistono al mondo. Le alleanze classiche come la NATO e il patto militare nippo-americano, stanno perdendo di efficacia e di motivazione, con il differenziarsi degli approcci con i quali affrontare i contenziosi e le difficoltà di normalizzare il livello tecnologico degli armamenti. Alleanze e armamenti non sono stati ideati a suo tempo per fronteggiate l' "Asse del Male" o al Qaeda, e neppure lo sono stati i sommergibili nucleari lanciamissili e i Tornado dei quali fanno uso. Le une e gli altri possono essere adattati, ma non sempre e non senza sbavature. Prova ne sia la profonda crisi che attraversa l'Alleanza Atlantica, progettata per costituire un baluardo di sicurezza contro un preciso nemico e articolata in meccanismi finalizzati a una minaccia definita, e ritrovatasi oggi a cercarsi un ruolo che non sia smaccatamente artificioso. Lo stesso dicasi per i sistemi d'arma e le tecniche di combattimento oggi in uso, i quali sono state concepiti per contrastare un nemico fatto più o meno a propria immagine e somiglianza. Si trovano a combattere un fantasma immateriale transnazionale e quasi metastorico, che tutto è fuorché l'oggetto del requisito operativo originario. Le conseguenze di tutto ciò sono considerevoli, per usare un eufemismo, e i principali attori strategici sono impegnati a risolverne le altrettanto "considerevoli"implicazioni. I comportamenti politici sono quelli che più facilmente possono essere mutati, anche se con le usuali approssimazioni della categoria. E' quello che stiamo vedendo con le manifestazioni decisioniste della Amministrazione americana, che non vengono comprese e condivise da amici e colleghi anche perché non tutti sono costretti dalle circostanze a cambiare schemi mentali e di comportamento. Le alleanze sono in rimescolamento, e si stanno affermando nuovi accordi basati sulla convergenza momentanea di interessi precisi, senza pretese palingenetiche; trattati a "geometria variabile", o "a la carte", come sono stati definiti. La NATO non è più il modello che fa scuola; potrebbe diventarlo molto di più l'inusitato sodalizio fra i pashtun a cavallo dell'Alleanza del Nord afgana e le cibernetiche forze speciali USA impegnate con successo in "Enduring Freedom". O ancora di più la collaborazione concreta fra russi e americani, i due antichi avversari della Guerra fredda, che stanno cementando un saldo legame su una serie di sostanziosi monopoli condivisi - petrolio, armi nucleari "pesanti", mobilità strategica militare, risorse ed estensione dei territori, decisionismo pragmatico e spregiudicato dei leader, stato di guerra di fatto contro forme affini di terrorismo islamico - senza pretendere di imporre gli uni agli altri amore eterno o lezioni di comportamento in società. Gli Stati Uniti sono alla testa di questo processo di revisione complessiva, e stanno freneticamente riconsiderando nemici e amici, dottrine militari, tattiche, mezzi. Gli altri occidentali, europei soprattutto, cercano di mantenersi al passo ma sono molto in affanno, per carenza di idee, motivazioni e soprattutto fondi, che invece l'economia americana - più in difficoltà della sua collega al di là dell'Atlantico, a quanto si legge - riesce a reperire senza difficoltà apparente. Il divario qualitativo fra le FFAA americane e quelle degli alleati, che solo da poco hanno cominciato a muovere i primi passi verso tali tecnologie, sta diventando quasi incolmabile. Esso mette in pericolo l'interoperabilità nelle operazioni congiunte, sempre più rare anche per tale motivo, oltre che per le diverse prospettive sui fini e mezzi di far politica internazionale accennate in precedenza. Il resto, la maggioranza del pianeta, è rimasto nell'altro millennio. Aspetti di tale rivolgimento sono continuamente davanti ai nostri occhi. Ad esempio, la tradizionale teoria del containment, che ha costituito il pilastro della strategia militare americana della Guerra Fredda, è in via di mutazione nell'active preemption recentemente annunciata dal Presidente Bush. Si tratta di un'altra rivoluzione copernicana che avrà profondi effetti, oltre che nell'articolazione dei mezzi militari, anche nel campo del diritto internazionale applicato alla conflittualità. Aspetto quest'ultimo che appare poco accettabile in contesti politico-culturali differenti, ad esempio in quello europeo. Potrebbe portare alla fine dell'Alleanza Atlantica, se non formale, senz'altro sostanziale. La frizione tedesco-americana di questi giorni sull'Iraq ne è un primo esempio, ma non il solo. Le modifiche operative sono ancora più ardue, perché richiedono tempi tecnici non minimizzabili. Anni e decine di anni. Esse stanno dando luogo a una vera e propria rivoluzione degli "affari militari" (RMA, Revolution in Military Affair, come recita l'immancabile acronimo made in USA) che riguarda tutto lo stato dell'arte, dalle strategie, ai requisiti, ai mezzi e modalità di impiego degli stessi. In quest'ultimo campo, il Pentagono si sta orientando sempre più verso nuovi concetti che mutuano la globalizzazione telematica e delle competenze derivata dalle teorie neuronali che governano i sistemi supercomplessi. Tali concetti, che stanno saldando la biologia con l'informatica e la scienza dell'organizzazione, privilegiano l'interconnessione sinergica di capacità operative diffuse su centinaia di piattaforme e siti, aerei, navali, terrestri, e spaziali dislocati ovunque - nello spazio fisico e in quello virtuale, o cyberspazio - rispetto alla sommatoria delle singole contribuzioni elementari. Associando a tale interconnessione una adozione pressoché esclusiva di munizionamento di precisione. L'integrazione di vettori aerei e missilistici, "smart ammunitions" e congegni di puntamento (pilotati e non) prossimi ai bersagli, finisce per concretizzare sul campo di battaglia un gradiente di superiorità che non ha eccezioni o antidoti (almeno quando il nemico ha un grado di sofisticazione limitato). Diventa cruciale il controllo dei flussi informativi e la possibilità di interdire quelli del nemico: comunicazioni, Internet radar, televisione, radio, comunicazioni mobili, radioassistenze, satelliti, telemetria, controlli e asservimenti, etc.. La cosiddetta Information Warfare estesa dal livello tattico a quello strategico diventa la chiave del successo nelle operazioni belliche. Le unità operative tendono a ridursi, distribuirsi, acquisire una completa mobilità strategica e tattica e una intrinseca dislocabilità globale. I sistemi di comando e controllo, di sorveglianza, intelligence e guerra elettronica si stanno fondendo in un macrosistema che conduce e controlla l'intero ciclo operativo di combattimento a qualsiasi livello, attraverso anche continue verifiche iterative dei processi mediante simulazione on the loop. Le piattaforme operative (navi, aerei, mezzi terrestri) si stanno riducendo nettamente come numero, dilatandosi come dimensioni, costi e complessità. Diventano preziose, rare, protette e "furtive" (o "stealth") sotto il profilo della visibilità sensoriale: elettrottica, infrarosso, o elettromagnetica che sia. Le stesse piattaforme assumono una funzione prioritaria di nodi del sistema neuronale di cui sopra, oltre che contenitori di cybermunizioni che saranno usate chissà dove da chissà chi. La localizzazione di sensori e armi finisce per essere irrilevante, come quella dei corrispondenti sistemi civili, nelle telecomunicazioni mobili, ad esempio. I dati sui bersagli possono essere acquisiti da una pluralità di sensori attivi e soprattutto passivi, utilizzando le re-irradiazioni elettromagnetiche che provengono dalle riflessioni sui bersagli di emissioni terze, anche "generaliste" (TV e radio commerciali). Ben presto potrebbe non essere più necessario che ogni aereo attaccante possieda il suo radar con il quale acquisire i dati di tiro e di lancio del munizionamento, purché la zona di interesse sia esposta a emissioni elettromagnetiche di qualsiasi genere - un satellite radar che orbita, una stazione TV locale, telefonia mobile, persino elettrodomestici in quantità rilevante in azione - per permettere al sensore passivo dell'aereo di mappare la zona e rilevare i dati del bersaglio. I risultati di tutti questi nuovi approcci sono straordinari, come le operazioni militari degli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato. Nuovi neologismi esprimono questa fusione fra tecnologia e avanzati concetti operativi: ad esempio, la "Cooperative Engagement Capabiliy" (CEC), cioè la distribuzione della capacità di ingaggio di bersagli nemici su dati provenienti da una pluralità di sensori remoti differenti, oppure la citata InfoWar, che riassume tutte le peculiarità del contrasto ai flussi informativi del nemico di cui sopra, qualsiasi sia la loro natura ed origine. O ancora - non ha ancora un nome preciso - l'integrazione operativa fra la scoperta dei bersagli da parte degli assetti spaziali, la designazione laser da parte di team delle Special Forces sul terreno, e lo sgancio di munizionamento preciso da parte di aerei che gravitano a distanza dalla zona di combattimento. Si tratta del modulo operativo adottato estesamente per Enduring Freedom, che ha portato ad una risoluzione fulminea del conflitto che tutti ritenevano fuori portata. E che potrebbe essere all'origine della "fretta" che l'Amministrazione americana mostra di avere nei confronti del problema iracheno: la convinzione che le nuove tecniche di attacco permettano la risoluzione del conflitto in tempi sufficientemente brevi da minimizzarne le conseguenze negative, qualsiasi siano. Ne abbiamo già parlato da queste pagine, ma il tema non riceve molta attenzione dalle discussioni in atto in questi giorni. Esse si focalizzano su questioni di lana caprina di dubbia utilità, come l'ovvia rilevanza del petrolio su un fantomatico diritto internazionale così calpestato fra il Tigri e l'Eufrate da costituire un non argomento a livello regionale. Oppure il temerario superamento del presunto tabù dell'utilizzo della guerra unilaterale per risolvere controversie internazionali. Si tratta di un argomento che definire specioso è poco, già abbondantemente risolto nella prassi della politica reale da parte di tutte le Grandi Potenze che ne avevano la volontà e la capacità, senza distinzione di censo o ideologia. Da Suez e l'Ungheria nel '56, al Golfo del Tonchino nel 64, alla Cecoslovacchia nel '68, ai conflitti indo-pakistani, a tutte le guerre arabo israeliane, alla Cambogia invasa dai vietnamiti, a Panama, Grenada, Libia, le Falkland, il Kuwait, lo stesso Cossovo di qualche anno fa. In quest'ultimo episodio, forse si ricorderà, uno Stato sovrano, la Serbia, fu attaccato pesantemente dai quindici Paesi della NATO, molti dei quali ora si stracciano le vesti perché il "prepotente" Presidente americano vuole defenestrare il sobrio demiurgo di Baghdad. Un capitolo essenziale dei mutamenti sopraindicati, infine, riguarda la necessità di elaborare strategie, dottrine, tattiche e mezzi per combattere - quando gli omologhi convenzionali non siano idonei - anche la guerra asimmetrica che sta forse diventando la principale forma di conflitto con il quale le future generazioni avranno a che fare. Sia per quanto riguarda le operazioni militari sul campo (tipo "Enduring Freedom"), che come contrasto intelligence e paramilitare di attività eversive a livello transcontinentale e sviluppo di nuove capacità di protezione delle popolazioni civili e delle infrastrutture essenziali. Senza dimenticare le tecniche di ricostruzione del tessuto sociale e dell'architettura istituzionale dei Paesi che vengono ricondotti con la forza nel novero delle nazioni civili, e di quelli che devono essere salvati da condizioni insostenibili di anarchia prima che diventino troppo dannosi per sé e per glia altri. Ossia le cosiddette procedure di "Nation Building". Si tratta di un vero e proprio capitolo multidisciplinare, largamente inesplorato. Da sviluppare in modo preliminare partendo dai mezzi di identificazione di armi e operatori del terrore, i quali non sono intelligibili dal contesto delle moltitudini sociali dai quali provengono. Il ruolo concettuale e l'impiego di tali mezzi non differiscono granché da quello dei consueti sensori passivi dei campi di battaglia convenzionali. I primi costituiscono lo sviluppo naturale di tali sistemi (anche se con tecnologie completamente differenti) verso le nuove tematiche "asimmetriche". Gli ingegneri, i "Tank Thinker (o Think tanker)" e gli Stati Maggiori sono alacremente al lavoro per colmare le lacune di ogni tipo che il mondo avanzato ha dimostrato di possedere sui temi suaccennati. E' sperabile che anche i decisori politici approfondiscano la parte di loro competenza con la stessa professionalità. Che piaccia o no, le scienze polemologiche (ovvero della guerra) tornano a far parte del bagaglio conoscitivo dei leader. E non solo dove non se ne sono mai andate. |