Anno 2002

La rinascita strategica della Francia

Andrea Tani, 7 ottobre 2002

L'immagine internazionale della nuova Francia di centrodestra ha ripreso vigore, non solo grazie alla ricomposizione di una volontà omogenea ai vertici del potere politico, con la fine della semiparalizzante coabitazione, ma soprattutto per le decisioni concrete che il nuovo governo, sostenuto da uno Chirac rieletto trionfalmente, ha preso in vista di rafforzare il braccio militare della politica estera, la cui importanza è cresciuta a causa delle crisi internazionali in atto e della minaccia rappresentata dal terrorismo.

Elemento centrale di tale rientro francese sulla scena è rappresentato proprio da una acuta consapevolezza sulla natura della relatività di potenza e di influenza nel mondo di oggi. La Francia ha visto confermate anche nel nuovo millennio le sue convinzioni di antica protagonista della storia, e cioè che le gerarchie mondiali vengono stabilite ancora e sempre di più sulla base della capacità militare. Se nell'arena internazionale si vuole essere in grado di "speak softly" per dare maggiore autorevolezza ai propri argomenti (la pacatezza è segno di grande forza), occorre possedere un "big stick" e tenerlo pronto dietro la schiena, come recita l'arcinoto aforisma del primo Roosevelt (Theodore) che costituisce la sintesi della filosofia realpolitica maggiormente in voga di questi tempi. Chirac ha capito che la lunga leadership della sinistra, che aveva altre priorità nella sua azione di governo, aveva anche fatto scadere la credibilità dello strumento militare francese sotto un livello minimo di sufficienza, tenendo presenti le ambizioni e i molti impegni di un Paese che resta sempre la terza o la quarta potenza strategica del pianeta. O addirittura la seconda, dietro gli USA, se si considera la modernità del suo apparato militare-industriale (superiore a quello russo e britannico), la diversificazione del suo arsenale strategico, articolato a "triade" come quello delle sole Superpotenze e non lontano - in prospettiva -dai suoi numeri dopo la riduzione concordata da Bush e Putin, la presenza di possedimenti e interessi francesi in tutto il mondo, nonché, last but not least, l'indipendenza dai condizionamenti esterni, che le fa superare nettamente il concorrente d'Oltremanica.

Il risultato di tutto ciò è che il nuovo Governo francese ha presentato, nel progetto di legge per le finanze del 2003, un programma di riarmo che è secondo solo a quello americano (seppure a distanza colossale) e a pari merito più o meno con quello britannico che costituisce l'esplicito termine di paragone del Governo francese.

Secondo detto progetto di legge, la spesa globale per il 2003 sarà di 39,96 miliardi di euro, con un aumento del 6,1% rispetto al 2002. La Finanziaria presentata dal governo italiano ha destinato alla Difesa 13,525 miliardi di euro: cià poco più di un terzo, mentre i due Pil sono assai vicini. Ma la struttura dei bilanci è diversa da paese a paese per cui questo dato globale può non risultate del tutto significativo. Ma di sicuro è significativo il confronto tra gli importi destinati alla voce "investimenti per armamenti".

La Francia ha destinato a questa voce 13,64 miliardi di euro; l'Italia, invece, 3,357 miliardi di euro: praticamente un quarto. Questi sono i numeri degli investimenti - cioè mezzi, armi, aerei, navi, carri, munizionamento, comunicazioni, guerra elettronica - i numeri che contano, dato che l'esercizio e le spese del personale non hanno quasi alcuna rilevanza per determinare il potenziale bellico di una Nazione.

Le risorse previste dal governo francese serviranno ad impostare un deciso irrobustimento dello strumento di proiezione e un minore ma non insignificante consolidamento dell'apparato di difesa, oltre a nuovi e importanti potenziamenti nel campo dei mezzi destinati specificatamente a combattere la Guerra Asimmetrica contro il terrorismo che si è evidenziato negli ultimi tempi e quello ancora più inquietante che potrebbe scaturire da ciò che ancora non si sa.

I più importanti settori che saranno interessati al potenziamento saranno:

- il deterrente strategico nucleare, con la costruzione del quarto battello lanciamissili della Force de Frappe e lo sviluppo del missile aviolanciato nucleare ASMP;

- le capacità di proiezione aeronavali, con il repéchage della seconda portaerei da affiancare alla Charles De Gaulle, l'accelerazione dell'entrata in servizio dei nuovi velivoli multiruolo Rafale armati di missili da crociera Scalp, la terza fregata antiaerea Horizon (in realtà una classe di incrociatori lanciamissili che la Marine Nationale sta realizzando con la Marina Militare Italiana), e l'impostazione delle prime fregate multiruolo di nuova generazione;

- le forze corazzate, con il rilancio del discusso carro da battaglia Leclerc, ottimo tank ma molto caro, non così venduto come il tedesco Leopard e non così high tech come l'americano M 1 Abrahams;

- il cosiddetto C4IRS, ossia comando, controllo, comunicazioni, consultazioni, intelligence, ricognizione e sorveglianza, con lo sviluppo di nuove tecniche di Information Warfare, la messa in orbita di due satelliti per la sorveglianza, l'ammodernamento dei velivoli AWACS di scoperta lontana in modo da mantenere l'interoperabilità con la Network Centric Warfare statunitense, e lo sviluppo di reti di data link, sensori NBC e guerra elettronica.

Di tutti questi programmi, quello che ha più sorpreso è quello della seconda portaerei nucleare, che forse non sarà affatto tale perché la Marina Francese vorrebbe realizzarla assieme alla Royal Navy. Quest'ultima ha escluso la propulsione atomica per le sue due nuove portaerei in progetto, e non gradisce molto le avances dei francesi per lo stesso motivo per il quale a suo tempo si ritirò dal sopramenzionato programma Horizon: perché ciò significherebbe rinunciare alla tecnologia americana più esclusiva che la US Navy concede ai cugini anglosassoni purchè non ne mettano a parte i dirimpettai di Calais. Con simili amici, non c'è bisogno di nemici, come recita l'adagio…

In realtà, tornando alle portaerei, l'ottima e convincente prova fornita dalla Charles De Gaulle in "Enduring Freedom" - quattro mesi di dislocazione nell'area del Mare Arabico, centinaia di sortite da combattimento a 1200 km dall'unità madre e una pioggia di bombe intelligenti con le quali i Super Etendard imbarcati hanno gratificato i Talebani - unica portaerei non statunitense a operare in missione di guerra con bombe vere (gli Harrier della nostra Garibaldi hanno "illuminato" i bersagli con i loro puntatori laser a favore degli F 18 americani, ma non hanno sganciato bombe, ufficialmente), hanno convinto lo Stato Maggiore francese che la formula aeronavale è attuale come non mai. Anche e soprattutto nei nuovi scenari "huntingtoniani" di scontro di civiltà, nei quali le basi aeree in prossimità di dove servono sono merce rara. Nonché nella guerra asimmetrica, perché nessuno è in grado di minacciare le unità in mare aperto ed esse possono operare in tutta tranquillità e modulare le capacità operative come richiesto e necessario. Insomma un'altra portaerei vale la spesa, anche se faraonica. Lo è stata sopratutto per la prima De Gaulle, che ha scontato l'inesperienza francese con un tipo di nave così impegnativo e i problemi di messa a punto dell'apparato motore nucleare, ben più complesso di quello dei consueti sommergibili strategici lanciamissili della Force de Frappe.

La stessa unità passa quattro mesi all'anno ai lavori, per la citata complessità del sistema nave. Non replicare il prototipo avrebbe significato rimanere totalmente senza capacità aeronavali per un terzo del tempo, con uno scadimento inaccettabile del rango di cui sopra. Proprio ora che persino la Marina Militare Italiana sta dotandosi di una seconda portaerei più piccola della De Gaulle ma non così mignon come la povera Garibaldi. La nostra Ammiraglia ha fatto miracoli con i suoi Harrier nella campagna del Cossovo e nella replica afgana ma disloca sempre meno di un terzo del tonnellaggio della sua sorella maggiore francese, dodicimila tonnellate di fronte a quasi quarantamila. Anche la Armada Spagnola ha annunciato di volere replicare la sua portaerei Principe de Asturias con un'altra "Harrier Carrier", come vengono definite in gergo navale le portaerei che utilizzano velivoli a decollo corto e atterraggio verticale di fabbricazione americana, la cui formula è stata concepita inizialmente nel Regno Unito. La scelta francese era quindi quasi obbligata. Per inciso essa contribuisce, insieme alle analoghe decisioni delle altre Marine europee, alla costituzione di un nucleo significativo di portaerei, otto unità verso il secondo decennio del secolo, non così distanti dalle dodici supermostri nucleari degli USA, anche se ognuna è grande come due de Gaulle e otto Garibaldi. Ma in questo genere di manufatti le dimensioni non sono tutto. Conta anche il valore simbolico che queste unità rappresentano e l'accesso a sofisticate e preziose capacità operative, che sono più o meno analoghi per la US Navy e le antiche consorelle europee.

Per concludere, tornando all'Italia, anche considerando la spaventosa palla al piede del debito pubblico, che fa del nostro un Paese a "sovranità finanziaria limitata", il fatto che Paesi con i quali ci confrontiamo, dal PIL analogo al nostro, che si trovano meno esposti della Penisola verso l'Arco delle Crisi ed hanno un'esperienza incomparabilmente superiore nella gestione degli affari internazionali (e quindi soppesano bene i valori delle esigenze contrastanti e sanno stabilire le appropriate priorità) spendano quatto volte quello che spendiamo noi per equipaggiare le Forze armate, è difficilmente comprensibile.