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| Anno 2002 | |
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I grandi malati dell'Asia sono soprattutto due: l'Indonesia e il Pakistan. Sul secondo, qualche barlume di speranza si intravede, anche se bisogna faticare per metterlo a fuoco. I risultati delle prime elezioni democratiche dopo il colpo di stato del generale Musharraf mostrano un notevole risultato dei partiti di ispirazione islamica, i quali si sono presentati alla competizione raccolti in una federazione di sei movimenti denominata NMA - Muttahida Majpis Amal, ossia United Action Forum - che ha portato avanti una campagna esplicitamente e violentemente antiamericana. Essa ha conquistato 50 seggi in un'Assemblea Nazionale di 272, il 18%, dietro la Lega Musulmana Quaid vicina a Musharraf (che ha potuto godere dell'appoggio delle strutture governative) che ne ha totalizzati 91 e il People Party dell'ex Premier Benazir Bhutto, 78. L'Unione Europea, di fronte a denunce di brogli, ha elevato una protesta formale con il Governo di Islamabad, come riferisce Le Monde del 12 ottobre.
La relativa affermazione dei partiti fondamentalisti costituisce il loro migliore risultato da quando partecipano alle elezioni. Hanno quintuplicato la precedente rappresentanza. Il successo è particolarmente rimarchevole considerato il clima di forte ostracismo nei loro confronti da parte del Governo dopo l'11 settembre, che ribalta l'atteggiamento di complicità tenuto sino alla data fatidica. Lo stesso successo è dovuto in gran parte all'ancor maggior ostracismo nel quale il governo ha tenuto il People Party, al cui leader, Benazir Bhutto, in esilio a Londra, è stato interdetto il rientro nel Paese per fare campagna elettorale. Una buona parte dell'opposizione moderata non laica è migrata dal PP all'NMA. L'affermazione di quest'ultimo non riguarda tanto i numeri dell'Assemblea Nazionale, quanto la conquista della maggioranza relativa nel parlamento locale della provincia della Frontiera Nordoccidentale e del Balucistan. due delle quattro del Paese. Queste province coprono l'area di confine con l'Afghanistan, e in particolare quella fascia fuorilegge dove la sovranità del Governo centrale è limitata alle vie di comunicazione. Tutto il resto è sotto il dominio tribale di signorotti della guerra locali, che hanno un atteggiamento generalmente favorevole a Al Qaeda (almeno finché non trovano qualcuno che paga abbastanza da far loro cambiare idea), e consentono una completa libertà d'azione ai Talebani attraverso il confine. Questa area fronteggia la parte dell'Afghanistan dove sono ancora in corso combattimenti violenti fra le unità americane ed alleate e i guerriglieri di bin Laden residui (e dove presumibilmente dovrebbero essere dislocati i nostri alpini, peraltro). Dal punto di vista della guerra in Afghanistan, il risultato elettorale nelle marche di frontiera pakistane non poteva essere peggiore. A livello nazionale, gli esiti complessivi della consultazione porteranno ad una instabilità parlamentare che produrrà certamente governi di coalizione, fragili e condizionati fortemente dai movimenti islamici. Si parla già (Wall Street Journal del 14 ottobre) di una loro alleanza con i filogovernativi. Anche se non avranno voce in capitolo nelle scelte di politica estera e di difesa, essi potranno impedire quel ridimensionamento del clero musulmano e delle madrasse - nella formazione dei giovani e del consenso delle masse - che ha influenzato così tanto il cammino del Pakistan dell'ultimo decennio. Anche e soprattutto nella politica estera e di sicurezza di cui sopra. Musharraf ha dichiarato che il nuovo sistema di governo prevede l'elezione di un Primo Ministro alla francese, per così dire, che sarà responsabile degli affari correnti in politica interna, mentre gli indirizzi generali, le strategie, le grandi questioni di politica estera, la difesa (compreso il deterrente nucleare), l'intelligence, la sicurezza, - esterna ma anche interna - saranno riservati al Presidente delle Repubblica, che con referendum tenuto nell'aprile scorso è stato confermato per i prossimi cinque anni. In una tale situazione, governi fragili e Primo ministro debole potrebbero non rappresentare necessariamente un male per il Presidente, perché rafforzeranno il suo ruolo arbitrale di alto indirizzo di tutta la politica pakistana, nonché le specifiche competenze nel campo della difesa e sicurezza di cui sopra, le quali sono quelle che premono agli interlocutori principali del Pakistan, Stati Uniti e India in testa. Anche se i primi non possono essere molto soddisfatti del risultato complessivo delle elezioni, a parte la rassicurazione che l'apparato di repressione pakistano continuerà a mantenere quell'apparente postura anti-fondamentalista che ha tenuto negli ultimi mesi. D'altronde, una delle parole d'ordine dell'NMA in campagna elettorale è stata la negazione assoluta di basi agli americani, e certamente Musharraf ne dovrà tenere conto. L'ordine pubblico in un paese di centoquaranta milioni di agitati come i suoi concittadini non è cosa da predente alla leggera. Il generale-presidente cammina sempre sull'orlo di un precipizio, e ne deve essere ben consapevole. Gli elementi filoislamici e conservatori della classe militare che lo sostiene escono rafforzati dalla consultazione ed è probabile che imporranno una correzione della virata filoamericana degli ultimi mesi. La strategia statunitense nell'area dovrà fare a meno del pilastro pakistano, o almeno contentarsi di quel supporto indiretto e logistico che è stato fornito durante "Enduring Freedom". Gli elicotteri ed aerei da trasporto americani che transitavano sul Paese, provenendo dalla 5a Flotta nel Mar Arabico, erano autorizzati a posarsi sui campi pakistani per rifornirsi di carburante, ma dovevano subito ripartire. L'India, a sua volta, si dovrà contentare del fermo mantenimento del dito di Musharraf sul grilletto nucleare. D'altra parte, le percentuali di affermazione dei partiti islamici in Pakistan hanno per New Delhi un valore relativo. L'unica indicazione interessante potrebbe essere quanto sia riuscito il Generale Presidente a tenere schiacciata la testa dell'idra fondamentalista, e a impedire che si evidenzi la maggioranza sostanziale che essa ha nel Paese. I metodi usati sono quelli consueti delle usanze locali, e non indignano più di tanto il governo indiano. La democrazia non è endogena da quelle parti, e deve essere adattata alle millenarie culture locali. D'altra parte il Governo indiano è alle prese con un formidabile problema di gestione dei propri estremisti musulmani, e forse "ci metterebbe la firma", come si dice, a ritrovarsi con solo il 18%% di elettori islamici negli Stati più esposti all'influenza della Mezzaluna, come ad esempio il Guajarat. Le sue soddisfazioni se le è prese nei risultati delle elezioni locali in Kashmir, le prime relativamente libere dai tempi della "Partition" del '47, tenute quasi in contemporanea con quelle dei vicini pakistani e presumibilmente con le stesse "modalità". Esse hanno segnato una decisa affermazione dei partiti filoindiani, anche se non dello specifico movimento fantoccio con il quale l'India ha sempre dato una parvenza democratica al suo controllo del Paese. Tali movimenti hanno conquistato nel loro complesso 64 seggi su 87 del parlamento locale. Secondo l'Economist dell'11 ottobre, questi relativi successi elettorali di entrambe le élite al potere a New Delhi e Islamabad potrebbero favorire uno stemperarsi delle tensioni fra i due Governi, che cominciano a non aver più tanto bisogno di sventolare l'immanenza delle rispettive minacce per legittimare la loro azione politica di fronte alle rispettive opinioni pubbliche. Sotto questo aspetto, la vittoria dei filoindiani in Kashmir è ancora più importante della prevedibile tenuta di Musharraf, data l'ondata di fondamentalismo indù che sta percorrendo l'India. Il vertice dell'Unione non è in condizioni di ridimensionare il problema con le consuete strette autoritarie del suo rivale pakistano. Un risultato più ambiguo avrebbe fatto il gioco degli estremisti del partito BJP, per non parlare dei paranazisti del RSS. L'andamento di questi primi tentativi di legittimazione democratica dei movimenti islamici più estremisti fa seguito al disastro algerino del decennio passato, alle strette autoritarie in Tunisia, Libia, Siria ed Egitto e a qualche vagito in controtendenza in Giordania, Malaysia, Indonesia e Marocco. Lo stesso andamento potrebbe precludere all'affermazione, nelle importanti elezioni di novembre in Turchia, di quell'AKP di Erdogan che tutti i sondaggi danno per assai probabile. Il processo complessivo consente di guardare al futuro della galassia islamica con maggiore fiducia, se viene letto con una vena di ottimismo. Il metodo democratico comincia a fare qualche autentica breccia nel sistema culturale e sociopolitico che deriva dall'insegnamento del Corano, il quale apparentemente vieta la ripartizione di ruoli fra la sfera politica e quella religiosa dell'impegno pubblico e alimenta una vocazione clandestina per la protesta più radicale. "Apparentemente", perché i Testi Sacri sono interpretabili in vari modi, dovunque, e il Corano in particolare era stato scritto in un contesto talmente diverso da quello del mondo attuale - soprattutto per quanto concerne l'articolazione delle società umane, non solo in Arabia, ma nei cinque continenti dove i musulmani sono presenti - che nessuno sa veramente quale sarebbe la visione di un Profeta dei nostri giorni. E' difficile contestare che i partiti islamici che cominciano a sorgere e a farsi accettare un po' dovunque interpretano le pulsioni più genuine e tradizionali delle società che li esprimono, molto più delle ideologie laiche di importazione. Soprattutto quando gli stessi Partiti rinunciano ai propositi più intransigenti di distruzione del nemico e di mantenimento delle donne nella condizione di minorità attuale. Oltre a rappresentare la trasposizione politica di una istanza trascendente essi finiscono per assumere su di loro anche valenze secolari trasversali, di tipo socialisteggiante - per quanto riguarda l'estrema attenzione agli aspetti compassionevoli dell'esistenza, che avvicina tali valenze a quelle della sinistra occidentale - nonché nazionalista, per l'insistenza sui valori etnoculturali tipici dell'estrema destra. Questa trasversalità è tipica del contesto, e non trova particolari corrispondenze presso altre culture. In sostanza, i partiti fondamentalisti islamici costituiscono la più autentica espressione politica delle culture musulmane, soprattutto di quelle vicine alla matrice originaria. E' auspicabile che trovino la più ampia possibilità di esprimersi nel processo di democratizzazione in corso nella Mezzaluna, magari attraverso una intermediazione secolare dei militari. Questi potrebbero supplire alle carenza delle borghesie locali che per ora sono merce di importazione abbastanza screditata, mentre i generali hanno un prestigio secolare e consolidato, e hanno retto molto meglio all'incontro-scontro con l'Occidente. Il modello è quello turco, che viene imitato sempre più nel mondo islamico, anche nel caso pakistano in esame. Anche le asprezze più inaccettabili dei movimenti islamici tradizionali - legate alla necessità di fare proseliti in clandestinità utilizzando le xenofobie delle masse più arretrate - potrebbero stemperarsi in una prospettiva come quella suaccennata. Una volta liberi di professare le loro opinioni alla luce del sole e di orientare le rispettive società in tal senso, gli stessi movimenti dovranno venire a compromesso con la realtà delle cose e quindi annacquare il furore originario, come è accaduto in molti altre situazioni analoghe. Persino il fenomeno terroristico fondamentalista potrebbe seguire un'evoluzione analoga, anche se con le isteresi caratteristiche di situazioni irriducibili che devono esaurirsi con l'invecchiamento cronologico dei personaggi che le popolano, i quali hanno bruciato i ponti alle loro spalle e non sono generalmente disponibili a ripensamenti che toglierebbero valore alle proprie convinzioni più profonde e alla loro stessa vita. Se le prospettive indicate si dovessero consolidare, è possibile che l'urto del mondo islamico con l'Occidente, o meglio con Israele e l'America, finisca per costituire nel tempo una specie di "incidente di percorso", legato a fattori contingenti, più che un prodromo di scontro di civiltà. Prima o poi finirà, e a qual punto conteranno le convinzioni profonde di masse islamiche sempre più secolarizzate e ecolarizzate, le quali non dovrebbero differire poi tanto da quelle alle quali sono approdate dai più diversi percorsi le altre culture del pianeta. Di questi tempi l'ottimismo non è di moda, ma non è illecito sperare che tutto ciò lentamente si avveri. |