Anno 2002

L'attentato di Bali e la crisi indonesiana

Andrea Tani, 21 ottobre 2002

L'arco dell'instabilità islamica, che va dalla Malaysia alle Filippine meridionali, attraversando Singapore e l'Indonesia, costituisce il principale motivo di preoccupazione per la sicurezza dell'Asia sudorientale, per l'evidenziarsi di una serie di terrorismi islamici più o meno collegati ad Al Qaeda, o comunque scaturiti da metodi di lotta politica che hanno avuto in Bin Laden il loro demiurgo. Dietro questo arco di instabilità si cela anche il sogno dei gruppi estremisti regionali di costituire un unico superstato islamico del sud est asiatico di quasi trecento milioni di abitanti che comprenda l'Indonesia, la Malaysia e le Filippine meridionali.

Le filiali indonesiane di tali reti sono la Jemaah Islamiya guidata da Abu Bakar Baasyir, la Laskar Jihiad e il Front Pembela Islam, gli stessi movimenti che vengono chiamati in causa per il terribile attentato di Bali. Con quest'ultimo episodio, la più popolosa nazione islamica dell'area si trova a sperimentare il primo serio banco di prova di tale iniziativa. Da come riuscirà a venirne fuori, se mai vi riuscirà, dipende in gran parte il destino futuro dell'intera area del sud est asiatico. La partita è quanto mai decisiva.

Facciamo un passo indietro. L'attentato di Bali è stato estremamente intelligente, nella sua perversa e indiscriminata malvagità. Con un colpo solo sono stati centrati almeno cinque bersagli simbolici del fondamentalismo islamico:

- l'Occidente ricco e degenerato - secondo i puritani wahabiti - nella sua più turpe manifestazione, quella del divertimento sfrenato delle discoteche dove un'umanità trasgressiva compie riti vagamente dionisiaci attraverso l'immersione in un mondo satanico: promiscuità fra uomini e donne, accostamenti sensuali, eccitazione ritmica, alcool, droga;

- il turismo internazionale, una delle massime attività economiche mondiali dominate dagli infedeli, assieme a quella della estrazione e distribuzione dell'energia, al quale appartiene l'altro degli eventi terroristici chiave di quest'autunno, l'attacco alla superpetroliera francese del 6 ottobre al largo delle coste dello Yemen;

- un governo islamico come quello di Giakarta, compromesso con l'Occidente e ammiccante alla politica americana, simile a tanti lacchè che hanno tradito il Verbo del Profeta;

- la "blasfema" multiconfessionalità dell'Indonesia, che consente una relativamente libera contaminazione delle religioni con le quali l'Islam è in conflitto, in Medio Oriente, Asia e altrove;

- l'induismo degli abitanti di Bali, appartenente al filone culturale di uno dei grandi nemici dei seguaci dell'Islam, l'India revanscista della "Partition" del '47 e delle stragi del Guajarat di oggi.

Oltre agli obiettivi specifici, è stato colpito nel modo più devastante il Paese più vulnerabile e labile della regione, quell'arcipelago di 230 milioni di abitanti, dodicimila isole, trecento etnie e trenta diversi credi religiosi, molti dei quali animistici e primitivi (con una maggioranza dell'87% di musulmani) che deve la sua condizione di Stato ad un capriccio della storia e alle delimitazioni amministrative dei conquistatori olandesi. Senza di loro, oggi avrebbe potuto essere un numero variabile a piacere di entità separate.

L'Indonesia ha visto crollare a Bali quell'illusione di immunità dal terrorismo che aveva coltivato da quando il fenomeno si era manifestato altrove nelle forme più gravi. Oltre ad aprire un nuovo fronte asiatico della lotta che si è aperta con l'11 settembre, l'evento demolisce l'artificiale separatezza fra i conflitti locali e l'estremismo che sta insanguinando il pianeta, fra le faide interetniche e interreligiose dell'Arcipelago e il mondo globalizzato.

L'attacco ha stupito solo chi si voleva stupire. Un noto esperto ha dichiarato che "la maggiore sorpresa è stata che c'è voluto così tanto per vedere qualcosa del genere". Un Paese dalle caratteristiche disomogenee dell'Indonesia, uscito da una gravissima crisi economica che l'aveva prostrato più di ogni altro in Asia, con la sua complessa dinamica politica e la carente sicurezza interna, pieno di movimenti islamici fondamentalisti, difeso da forze armate e polizie che arrivano a spararsi addosso (come è successo recentemente), è un terreno di cultura ideale per attività destabilizzanti. Bali non è stata un'esplosione improvvisa, ma il punto di arrivo di una crisi lungamente annunciata, il settimo di una serie di attentati che hanno scosso l'Arcipelago solo nelle ultime settimane. E non solo questo, basti pensare ai recentissimi attacchi avvenuti a Zaboanga, nelle Filippine meridionali a maggioranza islamica, e a Manila.

Da tempo i governi alleati degli Stati Uniti, dell'Australia, e ancora più importanti, di Singapore e della Malaysia (nazione musulmana) cercavano di convincere le autorità indonesiane del pericolo, senza successo. Essi avevano ricevuto informazioni precise in tal senso da militanti di Al Qaeda catturati in Afghanistan, e dalle investigazioni seguite a un ciclo di attentati falliti a sei ambasciate a Singapore, a dicembre scorso, sventati dalle efficienti forze di sicurezza della Città-Stato. L'ambasciatore americano a Giakarta, Ralph Boyce, ha chiuso l'ambasciata del suo Paese solo il mese scorso e non si può che apprezzare la sua preveggenza, considerato anche che uno degli obiettivi della serie di attentati di Bali è stato il consolato americano sull'isola (senza vittime, peraltro, data l'ora tarda).

La scusa del governo indonesiano per la sua inazione - soprattutto nei confronti della Jemaah Islamiaha, che aveva espliciti precedenti terroristici contro i cristiani locali e di Timor Est - è che non c'era evidenza di un coinvolgimento dei fondamentalisti nella preparazione ed esecuzione di attentati o in un tentativo di sovvertire le istituzioni. Il governo era anche restio a reintrodurre nel Paese leggi e procedure meno che garantiste, dopo la lunga parentesi autoritaria di Suharto, e cercava di restituire al Paese un volto più rispettoso dei diritti umani. Oltre all'autentico convincimento che il tradizionale moderatismo islamico degli indonesiani, non costituisse terreno di cultura per il bacillo terrorista, la ragione di tale cautela era dovuta al fatto che questa era una delle condizioni poste dagli investitori internazionali per ridare fiducia al Paese. (E' paradossale che oggi gli stessi investitori pretendano l'atteggiamento opposto per tornare a prendere in considerazione l'ipotesi di dar credito all'Indonesia).

Oltre a queste ragioni ufficiali, non infondate, il motivo sostanziale dell'immobilismo dell'esecutivo era la sua debolezza di fronte agli effetti potenziali del terrorismo e l'incapacità a far fronte ai bisogni ordinari - figuriamoci quelli straordinari - di un Paese quasi ingovernabile dal centro. Se lasciato a sé stesso, esso sopravvive perché sopravvivono autonomamente le sue sperdute periferie isolane, nel modo consueto che è loro congeniale. Il non insignificante export di materie prime - idrocarburi e gomma - fa il resto.

La convinzione che il moderatismo musulmano asiatico tipico del Sud est asiatico fosse il miglior baluardo contro il terrorismo fondamentalista non era illegittima, se associata ad una autorevolezza degli organi dello Stato che non è mai albergata in Indonesia. La prima vittima di Bali rischia di essere quello stesso moderatismo, e anche il tradizionale equilibrio dell'anima profonda indonesiana, comunque la si interpreti. Le conseguenze dell'attentato - indagini a senso unico, rastrellamenti negli ambienti dei militanti senza fare troppa distinzione fra la pericolosità dei diversi gruppi, brutalità, contraccolpi politici, interruzione dei contatti commerciali e dei flussi turistici, allarmismi e anatemi sui media internazionali,etc. - rischiano di portare ad una criminalizzazione dell'intera comunità musulmana dell'Arcipelago, ossia dell'intera società indonesiana, che farebbe il gioco degli stessi estremisti. Trasformare le centinaia di milioni di pacifici, un po' indolenti e tolleranti abitanti dell'Arcipelago in altrettanti Talebani e radicalizzare il maggior Paese islamico del pianeta rappresenterebbe un risultato che nessun Bin Laden avrebbe mai osato sognare nei suoi sogni più sfrenati.

In sostanza, l'Indonesia è stata messa a terra dall'attentato. Cinque anni fa il Paese fu colpito molto duramente dalla crisi economica, più di qualsiasi altro Paese asiatico. Le maggiori società furono quasi tutte spazzate via dai debiti che avevano contratto sul mercato internazionale dei capitali nell'espansione precedente. Si salvò per la tenuta del tessuto periferico delle piccole imprese marginali sparse nelle miriadi di isole dell'Arcipelago, che riuscirono ad approfittare del crollo della rupia per aumentare le loro esportazioni, e per l'impulso che il turismo ricevette dai bassissimi salari e costi che si erano venuti a determinare. Le conseguenze possibili dell'attentato - l'accennata radicalizzazione delle masse islamiche in seguito a una possibile repressione antimusulmana, l'inizio di una fase di disordini generalizzati e la conseguente fuga degli operatori turistici da Bali e da tutta l'Indonesia - potrebbero distruggere entrambe le gambe di questa esile ripresa, e far piombare il Paese nel caos.

I primi sintomi già si intravedono nella caduta libera della borsa di Giakarta, nella virtuale cancellazione di tutte le prenotazioni turistiche dal Paese, seguite dall'invito a lasciare il Paese lanciato esplicitamente dagli ambasciatori australiano, americano e britannico e sussurrato sommessamente dalla maggioranza delle altre rappresentanze diplomatiche occidentali. L'enorme debito verso l'estero che le autorità indonesiane cercavano di rinegoziare in termini più favorevoli peserà come un macigno e sarà usato senza pietà per ottenere una stretta autoritaria che fa il gioco dei fondamentalisti. E analogamente per gli altri strumenti di pressione di questi casi, prestiti, accordi commerciali favorevoli, certificazioni internazionali, etc. E' difficile credere che una classe dirigente inefficiente e corrotta come quella di Giakarta, che non è riuscita ad evitare al Paese il massimo dei guai che un Paese del Sud Est asiatico avesse potuto incontrare negli ultimi cinquant'anni, possa schivare un disastro di dimensioni ancora maggiori, considerata la non favorevole congiuntura internazionale. A meno che gli alleati regionali e le grandi potenze, USA e Australia in testa, non diano prova di grande lungimiranza e generosità, cosa difficile sia per gli Stati Uniti, che hanno le loro priorità e non possono subordinare più di tanto alle difficoltà di questo e di quello una lotta mondiale al terrorismo e agli Stati che lo sostengono, sia per gli Aussies, che sono rimasti traumatizzati dalla strage dei loro connazionali a Bali, definita dai giornali di Sidney e Melbourne - e non senza ragione - l'11 settembre australiano.

Oltre a ricordare al mondo che siamo solo all'inizio di un bagno di sangue, Bali ha comunque convinto il governo indonesiano della signora Megawati Sukarnoputri che il terrorismo è un vero pericolo per l'Indonesia. Il Presidente ha finalmente affermato, all'indomani dell'attentato, che l'avvenimento "deve rappresentare un allarme per tutti noi (indonesiani) che il terrorismo è una minaccia autentica alla sicurezza nazionale".

Il governo ha fatto quello che si deve fare in questi casi - e che i suoi colleghi di Singapore e di Kuala Lumpur gli suggerivano da tempo - e ha assunto poteri eccezionali da impiegare con la massima energia nella repressione del terrorismo. D'ora in poi potranno essere arrestati e condannati a lunghe pene detentive e anche a morte individui sospetti sulla sola base di segnalazioni dei servizi segreti. Si torna ai tempi di Suharto. Il gruppo più estremista e sospetto, il Laskar Jihad, responsabile dell'uccisione di migliaia di cristiani nelle Molucche, è stato "convinto" ad autosciogliersi, mentre lo stesso carismatico leader della Jemaah Islamiyah, Abu Bakar Baasyir, è stato messo il 18 ottobre sotto torchio dalla polizia. Per ora è in stato di arresto in ospedale, dove si è fatto prudentemente ricoverare. Si tratta di uno studioso di fama che gode di grande rispetto e considerazione anche ai livelli più alti della compagine di governo.E' difficile credere che sia direttamente coinvolto nella strage. Il problema è che egli sostiene che ad organizzare l'attentato di Bali siano stati i Servizi americani, e la maggioranza dell'opinione pubblica indonesiana gli dà ragione.

E questo introduce un altro argomento dal quale trarre una morale, o almeno alcuni insegnamenti. Comunque vadano le cose in Indonesia, è sempre più evidente che la vittoria contro il terrorismo fondamentalista internazionale è tutt'altro che scontata, data la facilità con la quale attentati come quello di Bali e dello Yemen possono essere effettuati. In Occidente esistono decine, forse centinaia di migliaia di luoghi pubblici indifesi e indifendibili dove la gente si riunisce - teatri, cinema, discoteche, ristoranti, grandi magazzini, stadi, stazioni - nonché migliaia di petroliere che attraversano ogni giorno strettoie, canali, passaggi obbligati. Il nitrato d'ammonio che è stato usato a Bali è venduto liberamente e gli inneschi di C4 quasi altrettanto. Per venire a capo di una fenomenologia di tale complessità e pericolosità nessuno potrà prescindere dal supporto attivo dei governi più responsabili, compresi quelli della galassia islamica. E quindi dal sostegno delle relative opinioni pubbliche le quali, anche se non sono molto rappresentate nelle stanze del potere, hanno una notevole influenza sulle scelte delle rispettive leadership.

Le stesse opinioni pubbliche sono formate in gran parte da moderati, come accade dovunque, almeno nei Paesi meno avventuristi e più aperti. Per vincere il terrorismo, l'America e l'Occidente devono conquistare la solidarietà operante di questi moderati, i quali oggi sono assolutamente convinti che l'atteggiamento punitivo degli Stati Uniti verso l'Iraq sia dominato da questioni strategiche inerenti al petrolio e al controllo del Medio Oriente, senza alcun punto di contatto con la lotta ad Al Qaeda e compagni. Il motivo antiterrorista di fondo della strategia americana che, secondo autorevoli esperti, sarebbe quello di sostituire, come massima riserva petrolifera mondiale, l'Arabia Saudita con un Irak filoamericano (più una Russia allineata) - in modo da poter punire ed emendare il responsabile primo della vicenda terroristica, la suddetta Arabia Saudita - appare troppo specioso e dietrologico. Può avere un suo fondamento presso gli addetti ai lavori, ma non persuade masse semplici e digiune delle nuances della geopolitica. L'altro argomento delle armi di distruzione di massa stride contro la realtà delle decine di Paesi in condizioni analoghe che non sono oggetto di alcun anatema, ed ha una presa identica alla precedente.

E' da considerare che la convinzione dei moderati islamici di cui sopra è largamente condivisa in Europa e anche, in parte, negli stessi Stati Uniti. Un attacco all'Irak non supportato dalla Comunità Internazionale - cioè dall'ONU, in attesa di qualcosa di meglio - potrebbe alienare definitivamente l'opinione pubblica islamica e tutti i relativi governi, e trasformare centinaia di milioni di agnostici in ferventi militanti antiamericani (oltre a disperdere risorse militari indispensabili a neutralizzare le varie Al Qaeda equivalenti).

Sul fatto che tale alienazione abbia una effettiva probabilità di verificarsi, un'opinione vale l'altra: non si tratta di questioni che possono essere simulate nei supercomputer Cray del Pentagono o della Rand Corporation. Bisognerebbe provare, e i rischi sono quelli che sono. Sarebbe poco saggio negare che l'argomento abbia un suo fondamento. Non è inverosimile ritenere che la relativa marcia indietro di questi ultimi giorni del presidente Bush sull'unilateralismo del suo Paese nei confronti del problema Irak (e anche la moderazione verso le rivelazioni nucleari della Corea del Nord) sia frutto anche di riflessioni in tal senso. Una conseguenza indiretta e transcontinentale dell'attentato di Bali, forse non casuale. La globalizzazione vuol dire anche questo.