Anno 2002

La crisi nucleare nordcoreana

Andrea Tani, 28 ottobre 2002

Le settimane scorse hanno regalato, ad un'umanità non certo priva di stimoli ed emozioni, una inaspettata crisi nella penisola coreana, scaturita da una stravagante confessione delle autorità di Pyonyang ad uno sbigottito Sottosegretario di Stato americano per l'Est asiatico in visita nel Paese, James Kelly. Alle usuali accuse di quest'ultimo circa un programma di produzione di armi nucleari ad uranio arricchito che il governo nordcoreano starebbe portando avanti, e che fa seguito ad un equivalente a plutonio dei primi anni '90, sospeso nel 1994 in seguito ad un ricatto ben riuscito nei confronti dell'Amministrazione Clinton - ricatto che ha dato luogo al cosidetto "Framework Agreement" fra i due Paesi, con il quale gli USA si impegnavano a fornire alla Corea del Nord mezzo milione di tonnellate di olio combustibile all'anno e, tramite Giappone e Corea del Sud, due centrali nucleari "sicure" - è stato risposto con una completa e un po' sfrontata ammissione di colpa. Talmente inusuale da parte di regimi totalitari e chiusi (come quello nordcoreano in particolare) da riuscire del tutto incomprensibile, quasi provocatoria. Il Financial Times del 18 ottobre si chiede se sia un atto di contrizione, di belligeranza o un nuovo ricatto.

La ricerca dei motivi della mossa e delle sue possibili conseguenze stanno impegnando da allora il Governo americano e quelli delle principali Potenze asiatiche con una intensità che rischia di mettere temporaneamente in sottotono la crisi irachena e la più generale vicenda del terrorismo islamico fondamentalista (anche se le prodezze dei ceceni a Mosca hanno fatto di tutto per riaffermare le consuete priorità).

La crisi nucleare coreana può sembrare una sovraesposizione di eventi che riguardano una lontana e montuosa penisola all'altro capo del mondo, i quali non interessano il grande tema caldo di questi anni, e cioè il citato fondamentalismo musulmano militante. In realtà non è così, sia perché la globalizzazione annulla le distanze e esalta le valenze e le interdipendenze delle crisi, sia perché gli argomenti in discussione nella penisola coreana sono veramente "pesanti", come i metalli che l'hanno determinata, plutonio e uranio 235 - al di là del fatto che a muoverli sia un residuo stalinista e laico del secolo XX e non una pulsione trascendente del XXI.

Trattandosi della Corea del Nord, la Sparta dei giorni nostri, il Paese più armato del pianeta e quello che dedica più risorse di qualsiasi altro alla preparazione della guerra, in relazione al PIL e alla disponibilità di forza lavoro, è dall'argomento strategico-militare che dobbiamo partire. Esso costituisce la principale causa del problema coreano, e non la sua conseguenza, come succede normalmente. Nessuno minaccia sul serio la Corea del Nord, salvo la sua dirigenza politica. Le condizioni generali della Penisola e dell'Asia, il contenzioso in atto fra le due Coree - oggettivamente irrilevante, a dispetto degli occasionali raptus dei commando suicidi di Pyongyang - la stessa presenza ormai simbolica delle forze americane non giustificano affatto le dimensioni dello strumento militare nordista. In assenza di uno scopo e una motivazione, esso è diventato un fattore autoreferente di destabilizzazione, del tutto incontrollabile.

A parte le due o tre armi nucleari che gli vengono attribuite, l'esercito nordcoreano è il secondo del mondo come consistenza numerica, dopo quello cinese. Quasi un milione di uomini, che fanno cinque anni di leva, più seicentomila riservisti. Schiera venti corpi d'armata, 7 divisioni corazzate, 20 reggimenti d'artiglieria, due divisioni di missili antiaerei, 27 divisioni di fanteria, 80.000 commandos (più dei componenti delle Special Forces USA), 3600 carri, cinquemila fra pezzi di artiglieria e lanciarazzi. Un migliaio di batterie missilistiche e circa diecimila cannoni e mitragliere equipaggiano la difesa contraerea. (Tanto per fornire un termine di paragone, l'esercito italiano, dopo la ristrutturazione in corso, avrà otto brigate in tutto. Professionali e tecnologiche quanto si vuole, ma "otto". E anche gli altri europei si attesteranno su cifre similari).

L'Aeronautica e la Marina hanno numeri e importanza molto minori, ma comunque dispongono di 70 basi aeree, 690 velivoli da combattimento, in gran parte antiquati ma efficienti, 26 sommergibili ex sovietici, circa sessanta sommergibili tascabili, 43 motomissilistiche, 103 motosiluranti, trenta posamine con uno stock di migliaia di mine moderne, venti batterie costiere missilistiche e artiglieresche.

Le forze missilistiche superficie-superficie, una specialità nella quale i nordocoreani hanno conseguito un'eccellenza internazionale, diventando i principali fornitori di tutti i perturbatori dell'ordine internazionale, consistono in circa 160 missili di portata da 200 a 400 km, più un numero imprecisato (circa 50) di missili a lungo raggio (1000 km) Nodong-1 e un piccolo nucleo di Taeopodong-1 da 2000 km, lo stesso che attraversò il cielo del Giappone nel '98 determinando una crisi esistenziale per i nipponici e una vasta preoccupazione a livello regionale. In sviluppo il Taepodeong-2 intercontinentale da 6000 km di portata, che potrebbe colpire gli Stati Uniti, a quel punto con un'ogiva nucleare. La quale ufficialmente non è ancora alla portata dei volenterosi fisici di Kanggye, Taechon, Yongbyon, Pyongsong, tutti laboratori atomici dove i nordcoreani (scambiando missili con tecnologia dell'uranio arricchito con il Pakistan) architettano impossibili parità strategiche. O più verosimilmente promettenti "ricatti strategici", come forse sta avvenendo anche adesso.

L'ogiva di cui sopra potrebbe essere invece chimica e biologica, come è sicuramente per i missili a portata inferiore e i proiettili d'artiglieria di maggior calibro. E' assodato che il Paese dispone di uno dei maggiori arsenali biochimici dell'Asia e forse del mondo.

Tutto quanto sopradetto è di costruzione interamente nazionale, o fornito a suo tempo dall'USS con piena visibilità costruttiva e logistica, e quindi acquisito interamente come know how. Il supporto dall'estero è minimo. L'intero l'apparato industriale del Paese - che prima della caduta del Muro di Berlino e della scomparsa dell'URSS come grande protettore (e ancora maggiore committente), era considerevole e lo è tuttora per la sua componente militare - supporta le Forze Armate e consente una piena operatività di mezzi antiquati ma per certi versi ancora pienamente validi. Si pensi all'impressionante parco di artiglierie pesanti. Questo fatto aumenta grandemente la credibilità dello strumento bellico nel suo complesso, come anche l'elevata valenza combattiva dei reparti, che vivono in un'altra era e in un altro mondo. Per loro, l'armistizio del 1953 che concluse la guerra è cosa di ieri. Se mai uno Stato è riuscito a ibernare in una condizione paranoica i propri cittadini e soldati, anzi cittadini-soldati, questo è il regime di Pyongyang. La guerra a zero morti o post eroica che attanaglia e condizione i militari dell'Occidente, qui è completamente sconosciuta. Sono sempre le valanghe umane di Pusan, Suchon, Okkye, Inchon, Wonson, Tanchon, e simili ameni località di battaglie feroci del '50-'53 (nonché la mistica del sacrificio eroico antimperialista che sottintendevano) ad ispirare le Scuole di Guerra e i corsi d'addestramento tattico.

Cosa che invece non è per i loro avversari, sia americani, l'8a armata dislocata nel Paese, che comprende la Seconda Divisione di fanteria e qualche brigata Airmobile e di Air Cavalry, che sudcoreani. Anche se appartenenti alla stessa etnia e cultura ancestrale, questi ultimi sono ormai parte integrante del mondo occidentale, con tutte le sue strabilianze tecnologiche e labilità caratteriali alle durezze della guerra. Nonostante sia molto più moderno e meglio equipaggiato - soprattutto come Aeronautica e Marina - il dispositivo militare di Seul, che totalizza la metà di effettivi e di mezzi di quello nordista, non si può considerare equivalente a quello della Corea del Nord, per la molto minore combattività dei reparti e dei combattenti, e per alcuni svantaggi operativi che lo penalizzano. Come la vicinanza al confine della medesima Seul, il centro nevralgico del Paese, che la pone all'interno della portata dell'artiglieria pesante avversaria e a contatto con la rete ramificata di gallerie clandestine che passano sotto la frontiera da nord a sud. In un possibile conflitto la capitale verrebbe rasa al suolo e occupata nel giro pochi di giorni. Oppure la rusticità dei mezzi nordcoreani, che li rendono abbastanza impermeabili alle forme di offesa ipertecnolgiche caratteristiche delle forze armate più moderne: InfoWar, Cyberwarfare, lotta psicologica, guerra elettronica, netwrkcentric warfare, e simili neologismi postmoderni. Nei confronti dei quali sono invece i sudcoreani ad essere vulnerabili, e i loro avversarti nordisti lo sanno bene. Si sono aggiornati quel tanto che consente loro di approfittarne.

Le forze americane, circa 38.000 uomini, sono insufficienti per fare la differenza. Anche se la loro enorme superiorità aerea si farebbe sentire, è dubbio che potrebbe risultare decisiva in un teatro operativo come quello coreano, montagnoso, pieno di anfratti e di cavità naturali, caratterizzato da condizioni meteo non molto favorevoli all'impiego dell'aviazione. Oggi non siamo più al '53, e la maggioranza dei cacciabombardieri ha capacità ognitempo, ma le nuvole basse danno sempre molto fastidio e impongono cautele ed attriti che i cieli splendenti del Medio Oriente ignorano. Potrebbe succedere come in Cossovo, dove due mesi di bombardamenti NATO hanno distrutto solo una ventina di carri serbi - come è risultato dalle analisi post conflittuali - oltre a un numero molto più elevato di trattori e di dummies (simulacri in legno, plastica e motori a scoppio incorporati). Si ricorderà che il conflitto è stato deciso dai bombardamenti su obiettivi strategici, i quali ad un certo punto sono diventati insopportabili e hanno messo in pericolo la sopravvivenza della Serbia come entità organizzata. Lo stesso potrebbe succedere per la Corea del Nord. Ma il suo esercito di un milione di uomini, cinquemila pezzi e quattromila carri, nel frattempo, chi lo fermerebbe?

Non è escluso che, volendo rimanere nel conflitto convenzionale, dovrebbe intervenire il grosso dell'esercito americano e anche di quello australiano, come nel '50 (se non impegnati altrove), e forse anche quello giapponese, ammesso che le condizioni politiche generali lo consentano. Oppure, ipotesi più probabile, l' 8a Armata sarebbe obbligata a varcare il Rubicone nucleare con armi tattiche di basso kilotonaggio, sfruttando magari qualche iniziativa chimica e biologica dei nordcoreani, o inventandosene una. Tutti scenari alquanto terrificanti e del tutto incompatibili con l'attuale sbilanciamento centroasiatico e mediorientale del dispositivo militare statunitense.

Ed è su tale fattore che gioca la dirigenza nordcoreana, sul fatto che né l'Asia né il mondo si possono permettere in questo momento un nuovo conflitto coreano, per il quale non sussistono peraltro le ragioni e le condizioni al contorno, per non parlare dell'escalation atomica che potrebbe comportare. Non c'è alcun motivo che giustifichi un attacco nordista al sud, salvo per dar corpo alla "Sindrome Sansonica" che attanaglia a volte i regimi dittatoriali che molto hanno promesso ai propri adepti in cambio di sottomissioni e sofferenze terribili: essendo fallita la palingenesi purificatrice e riparatrice di torti veri o presunti, che crolli tutto!.. L'ultima strategia del Fuhrer nel bunker della cancelleria del Reich millenario, o anche più semplicemente, le motivazioni autentiche del più insensato terrore suicida dei nostri giorni.

Dal punto di vista geopolitica, la Corea del Nord è un reperto archeologico, l'unico esemplare sopravvissuto di una specie estinta da almeno trenta anni, un fallito morale ed economico senza uno scopo e un ruolo. Un'utopia incancrenita, la Fortezza Bastiani che si erge su un mondo che non c'è più. Dopo il crollo dell'URSS e l'apertura della Cina all'Occidente - che sono costati a Pyongyang un milione di morti per carestia, negli anni '90, per l'interruzione delle forniture alimentari dai due ex alleati - la sua valenza strategica si è esaurita. Vive della carità, ovviamente pelosa, dei suoi nemici sudcoreani, giapponesi e americani, i quali hanno fatto qualcosa di impensabile ed inedito - tenere in vita un irriducibile avversario, cedendo ad un esplicito ed odioso ricatto - per evitare gli scenari che potrebbero scaturire dalla Sindrome Sansonica di cui sopra. O anche più semplicemente da un'implosione del Paese, che porterebbe ad un'emergenza economica senza precedenti. L'inevitabile unificazione "alla tedesca" che ne scaturirebbe costerebbe alla sola Corea del Sud 3000 miliardi di dollari, secondo il Financial Times del 21 ottobre. L'intera penisola, che non ha le spalle larghe della Germania, ne sarebbe travolta, e con essa se ne andrebbe la ripresa asiatica, già messa a dura prova dalla crisi indonesiana. La convalescenza post 9/11 dell'Occidente non ne trarrebbe certo giovamento.

Si spiega quindi il tollerante atteggiamento dell'Amministrazione Bush di fronte all'ennesimo ricatto nucleare di Pyongyang, dovuto anche alla cautela che è bene mostrare verso i comportamenti patologici, quale è quello rivelato dalla monarchia di Kim Jong Il, che domina il Paese in modo assoluto e ne determina queste e altre stranezze. La differenza con l'energico atteggiamento della stessa Amministrazione con Saddam Hussein non potrebbe essere più netta, e desta non pochi interrogativi fra gli addetti ai lavori e le opinioni pubbliche. Si tratta molto semplicemente della differenza di approccio che si deve avere con un problema insolubile ma surreale, che ha forti componenti di irrazionalità - la Corea del Nord, almeno finché dura la dirigenza attuale - e un altro molto più concreto e preoccupante che può essere risolto senza eccessivo affanno, almeno a quanto sostengono i pianificatori del Pentagono. Al di là di tante dietrologie, la vera differenza la fa il poderoso bastione militare dei nordcoreani, comparato con i brandelli di una capacità bellica a suo tempo già molto sopravvalutata rimasti in mano a Saddam.

Cosa succederà ora è difficile saperlo, come sempre in questi complessi e volubili scenari. E' improbabile che l'Amministrazione Bush ceda al secondo ricatto, ma è altrettanto improbabile che scelga di ignorare il problema. Sembrerebbe che voglia affrontarlo in stretta collaborazione con i suoi nuovi alleati globali, Russia e Cina, gli unici rimasti ad aver conservato il senso politico degli avvenimenti e la volontà di influenzarli. Essendo anche già sul posto. Il nuovo Pakistan di Musharraf pare disposto a collaborare, e a garantire l'interruzione del suo micidiale baratto proliferatorio. Il generale-presidente si è impegnato formalmente in tal senso, e c'è da augurarsi che sia in grado di tener fede alla parola data e di controllare i suoi scienziati.Il Giappone e la Corea del Sud sono da sempre favorevoli ad un approccio morbido che consenta di tenere sotto controllo le demenze del loro vicino e parente, favorendone l'apertura verso il mondo esterno e, sperabilmente, la guarigione.

La chiave del futuro è in mano agli stessi nordocoreani. L'entourage monarchico del Paese si dovrebbe essere convinto del fatto che il futuro del Paese risiede più nell'integrazione graduale con il "diavolo capitalista" che nel mantenimento dell'assurdo ridotto alpino al plutonio (o Uranio 235, non fa differenza). E' successo a tutti gli altri ex Compagni di Utopie, dalla Cina, al Vietnam, al Laos, alla Santa Russia, e nel complesso sta andando bene, con qualche sofferenza in via di risoluzione. La libertà scioglie le catene dei lavoratori molto più rapidamente delle nomenklature dittatoriali che opprimono in loro nome. E d'altra parte non si può ricattare in eterno. Prima o poi si finisce male.

Qualcosa si sta movendo, almeno a giudicare dai recenti esodi di quadri del Partito Comunista nordcoreano riparati in Cina, riferiti dal Financial Times del 22 ottobre, un'inedita novità. Perché il processo possa avviarsi realmente forse è necessario compiere il sacrilegio supremo, e liberarsi del despota figlio, che non ha il carisma del grande Kim padre ma ne ha accresciuto l'umorale spregiudicatezza. Si tratterebbe per i nordcoreani di un autentico deicidio, ma ci sarà pure un Bruto a Pyongyang.