Anno 2002

La proliferazione terroristica

Andrea Tani, 28 ottobre 2002

Si sta concludendo questo tremendo ottobre, che si è rivelato un mensis horribilis per il terrorismo, forse il più nefasto dopo il settembre 2001. Anche peggiore, da un certo punto di vista, perché sembra indicare che la temuta metastasi è in corso. L'effetto imitativo o proliferativo (o entrambe le cose) dell'attacco alle Torri Gemelle di Manhattan si è avviato e si sta sviluppando secondo faglie di massima vulnerabilità per il mondo avanzato.

L'attacco alla petroliera francese del 6 ottobre al largo dello Yemen rappresenta un esempio di come sia facile e redditizio colpire i flussi energetici dai quali dipende la prosperità delle economie industrializzate dell'Occidente, ma anche ormai dei quattro quinti del pianeta. Non solo petroliere, ma metaniere - che non si incendiano, se colpite con esplosivi in quantità rilevante, ma detonano, con l'effetto che si può immaginare - nonché oleodotti, gasdotti, pozzi di prospezione, raffinerie, stazioni di distribuzione, etc., gran parte dei quali situati in aree remote e indifendibili. Il ripetersi di eventi come quello dello Yemen potrebbe portare alla crisi del principale meccanismo propulsivo del sistema internazionale, lo stesso che a dire di molti determina le vere ragioni dei Great Game di sempre, Irak compreso. Il prezzo delle assicurazioni schizzerebbe alle stelle e quello delle commodities energetiche seguirebbe a ruota. Sarebbe necessario sviluppare una complessa infrastruttura di sicurezza per proteggere decine di migliaia di siti fissi e mobili, con costi e attriti iperbolici.

Di fatto sarebbe necessario militarizzare un intero comparto economico, forse il più grosso e articolato che esista, secondo modalità che sono state attuate solo in tempo di guerra, su scala molto minore - nel '40-'45 la produzione, raffinazione e distribuzione degli idrocarburi era una frazione di quelle attuali - e in modo meno pervasivo. Oggi la minaccia è potenzialmente globale e omnicomprensiva, mentre allora gran parte delle infrastrutture alleate erano al sicuro dalle offese dell'Asse (mentre quelle di quest'ultima non lo erano affatto, e infatti la guerra è finita dopo pochissimo tempo da quando hanno cominciato ad essere distrutte sul serio). E' antipatico fare gli uccelli del malaugurio, ma se bin Laden o chi per lui riuscisse a montare una seria offensiva terroristica wordlwide contro il mondo dell'energia, reiterando a cadenze ravvicinate attacchi a petroliere sul modello di quello del 6 ottobre, le conseguenze potrebbero essere ancora peggiori di quelle dell'11 settembre.

Su Bali abbiamo già riflettuto su queste pagine la settimana scorsa. L'ipotesi che si tratti di un attacco attribuibile ad una filiazione del terrorismo integralista islamico scaturito dalla strategie del noto miliardario saudita non è la sola, e c'è da augurarsi che non risulti alla fine quella più verosimile. Alcuni sostengono che potrebbe essere una mossa di schegge impazzite o deviate dei servizi indonesiani contro l'Australia, rea di aver determinato e guidato l'enucleazione di Timor est dal controllo indonesiano, o un capitolo tutto interno della lotta tra fazioni nell'Arcipelago. O persino una provocazione contro il governo, per spingerlo a prendere una posizione risoluta contro il fondamentalismo musulmano. Per quanto orrende, queste cause indicherebbero una delimitazione di obiettivi e di tempi e non sarebbero sintomatiche di collegamenti a disegni planetari farneticanti. La gravità dell'attentato verte sulle sue modalità più che sulle sue cause, che sono ancora incerte (si ricorderà che non è stato ancora rivendicato). Come aggressione a una delle mille manifestazioni della socialità dell'uomo non poteva essere più esplicito e devastante.

O meglio, poteva, come ha dimostrato l'ultimo recentissimo fatto di Mosca, che lascia sgomenti proprio per l'enormità ormai quasi ordinaria del suo articolarsi e per la prossimità, probabilmente casuale, con il citato episodio di Bali. Questa prossimità sembra ormai dimostrare che è la vita stessa dell'uomo dell'Occidente, la sua privata e banale "ricerca delle felicità" che è messa in discussione. Non si attaccano - almeno dopo l'11 settembre - i luoghi collettivi del dovere e del lavoro, parlamenti, ministeri, fabbriche, anche perché sono relativamente controllabili e difendibili, ma quelli ricreativi e ludici in senso lato. Sarà certamente per la facilità di colpirli, ma la scelta finisce per simboleggiare - probabilmente al di là delle intenzioni - la messa in discussione di un intero sistema di valori, che privilegia la visione laica dell'esistenza, la ricerca di un relativo e accessibile paradiso in terra, piuttosto che le grandi promesse riparatrici del trascendente. Forse non è proprio così, ma certamente il contrasto fra le nere e lugubri figure delle vedove suicide di Mosca, avvolte di morte e ad essa idealmente congiunte (anche fisicamente, alla fine) e l'ordinaria spensierata banalità di una folla di spettatori di un musical non potrebbe essere più emblematico.

In occasione di Bali abbiamo scritto che vi sono nel mondo centinaia di migliaia di spazi collettivi per l'enterteinment, o anche l'infotainment, che risultano obbiettivi indifendibili e molto attraenti per il terrorismo internazionale. Non ci aspettavamo di avere conferma della facile profezia così presto. C'è da temere che la cronaca comincerà a ripetere con una certa frequenza le terribili emozioni della scorsa settimana. L'imitazione è fin troppo facile e attraente, per chi ha nel proprio campo abbastanza disperati disposti a morire per una Causa teletrasmessa. Sono troppi i fattori che concorrono: un motivo di ribellione o di vendetta sufficientemente lacerante, la facilità di procurarsi le armi e il know how terroristico, la vulnerabilità degli obiettivi, la gratificazione di salire sulla ribalta planetaria per dei signor Sottonessuno, l'assenza di remore morali, anzi, per certe culture, la convinzione di compiere un atto sacrale propedeutico alla felicità eterna. Se uno dei migliori apparati antiterrorismo del mondo non è riuscito a fare di meglio della discussa prestazione della Gruppo Alfa a Mosca - non perché si poteva fare qualcosa di più o di diverso, in quelle condizioni poteva andare solo peggio - si può immaginare cosa succederà nel fatidico momento allo stadio della città di provincia X e al cinema multisala del sobborgo Y delle qualsiasi Nazione Z. Non si può chiudere il mondo in una barriera elettrificata, né sottoporlo di continuo a dosi forzatamente imprecise e variamente concentrate di gas nervino.

E allora? E allora armiamoci di pazienza e conviviamo col fenomeno. Cercando di diminuire l'intensità e il numero dei motivi di ribellione/vendetta di cui sopra (ce ne saranno sempre? Si, ma ridurre si può, si può…), riducendo al minimo l'esposizione mediatica di tali vicende - se necessario imponendo una censura obbligatoria internazionale sul loro sviluppo - e facendo venire qualche dubbio, nella testa dei molti che non ne sono convinti, che è meglio una vita passabile qui e subito che una felicità sempiterna che nessuno ha ancora visto. Si urteranno diverse e non sospette suscettibilità, ma forse ne vale la pena.