Anno 2002

Gli straordinari risultati delle elezioni turche

Andrea Tani, 4 novembre 2002

I risultati delle elezioni turche, svoltesi domenica 3 novembre, in base alle proiezioni fornite su metà delle schede, sembrano andare al di là delle previsioni della vigilia, le quali davano in testa già da parecchio tempo il partito moderato (e mimetizzato) islamico Giustizia e Sviluppo (AKP) di Recep Tayyip Erdogan, il carismatico e lungimirante sindaco di Istanbul degli anni '90. Risorto dalle ceneri del Movimento Fazilet (Virtù), già Refah (Benessere), disciolto dai militari nel'95, l'AKF avrebbe raggiunto il 35% dei consensi, un risultato straordinario, che potrebbe costituire uno degli eventi politici dell'anno e gli consentirebbe di conquistare 361 seggi su 550.

Secondo, a quindici punti di distacco, è il Partito Repubblicano del Popolo, l'antico movimento di Kemal Ataturk, richiamato in vita dall'epica storica per il senso di pericolo supremo che aleggia in Turchia presso l'attuale nomenclatura militare e tecnocratica che ha governato il Paese - male, ultimamente - sin dagli anni '20. Messo nelle mani di un altro Kemal, Kemal Dervis, l'ex vicedirettore della Banca Mondiale che rappresenta la faccia presentabile della Turchia verso la comunità occidentale e la garanzia che gli enormi prestiti che l'FMI ha concesso al Paese, i maggiori che siano mai stati erogati, saranno in qualche modo onorati. Se non in termini finanziari, in un più ampio contesto geopolitico.

Tutti gli altri partiti sono per ora sotto la soglia del dieci per cento dei consensi potenziali posta a suo tempo per prevenire l'accesso in parlamento degli islamici e dei filocurdi, dei "barbuti", come si disse allora. La soglia si sta rivelando un boomerang poiché rischia di escludere dal Parlamento quasi tutti fuorché gli islamici e i Kemalisti, conferendo ad entrambi - ai primi più che ai secondi - un premio di maggioranza di immensa valenza politica e parlamentare.

Le elezioni sono state relativamente libere e corrette, considerata anche la presenza nel Paese di osservatori internazionali dell'OSCE, per la prima volta ammessi a sorvegliare una consultazione elettorale turca. E' probabile quindi che gli esiti che ne verranno fuori, per quanto clamorosi, non saranno messi in discussione. D'altra parte essi derivano dalla debolezza e dalle divisioni fra i partiti tradizionali (che non sono neanche riusciti ad apparentarsi per superare il quorum), più che dalla forza degli islamici, che è comunque notevole.

Tutto ciò sta avvenendo in un contesto di smarrimento ma anche di fortissima ostilità da parte dell'establishment attuale - che ha fatto di tutto per delegittimare Erdogan, il quale infatti non potrà guidare un nuovo governo né fare il parlamentare o il ministro per guai giudiziari piuttosto sospetti- nonché di ostentato tintinnio di sciabole da parte della classe militare, custode costituzionale della laicità dello Stato. Senza contare la situazione internazionale, la lotta al terrorismo islamico, e soprattutto la possibile imminente offensiva americana (o ONU) verso l'Irak, nella quale le basi e le FFAA turche giocheranno un ruolo essenziale, garantendo innanzitutto che l'eventuale dopo Saddam non dia corpo ad una Nazione curda, che destabilizzerebbe il Paese.

Raramente delle elezioni sono state così cruciali e significative, in qualsiasi parte del mondo. Dalle loro conseguenze potrebbe scaturire per la Turchia un periodo di forte instabilità, peggiorato dal contesto economico pre-fallimentare e dalla necessità assoluta di continuare ad ottenere prestiti dalla finanza internazionale, ovvero occidentale. La consueta sospensione dei metodi democratici operata dai generali, che tutti si attendono se le cose dovessero mettersi veramente male, questa volta non è garantita. Il mondo militare non è più il tradizionale monolito di sempre ed è influenzato dalla deriva islamica, specialmente nei gradi bassi. Anch'esso è espressione della società civile nel suo complesso, la quale comincia ad essere insofferente alla cappa di conformismo, inefficienza e corruzione che il potere tradizionale ha imposto al Paese da quando la Repubblica laica ha sostituito l'Impero ottomano, ottanta anni or sono.

La tradizionale stabilità di valori e di condizioni che in cambio veniva assicurata non è più sufficiente per una società che si sta modernizzando, pur se con mille contraddizioni. Anche la Turchia soffre delle conseguenze della globalizzazione, oltre che usufruirne, con la particolarità di essere un Paese arretrato e oscurantista per gli standard occidentali, ma all'avanguardia culturale, politica, economica, tecnologica, e naturalmente militare, nel contesto del mondo musulmano.

Il "Malato d'Europa"è allo stesso tempo il faro dell'Islam più moderno. L'unico che con tutti i suoi problemi ha saputo comunque cogliere le opportunità della modernità senza farsene travolgere. L'altra faccia della Mezzaluna, oltre ai fanatismi legittimi e illegittimi del puritanesimo wahabita imperante.

Il richiamo a riassumere l'antica leadership della Sublime Porta, aggiornata alle molte sfaccettature del mondo musulmano di oggi, è forte, e non solo presso le masse fanatizzate. Anche una parte della classe dirigente è sensibile alle invocazioni moralizzatrici ed efficientiste che vengono dagli islamici più illuminati, e alla possibilità per la Turchia di tornare ad essere il massimo riferimento per un mondo di cultura e di storia che supera sul piano numerico lo stesso Occidente. Riuscendo a costituire un ponte fra le due civiltà e ricoprendo così un ruolo storico del tutto consono ai destini fatali della tribù ottomana e dell'antica Seconda Roma, Bisanzio.

Questo è l'aspetto più interessante e promettente della rivoluzione turca, se ci sarà e non verrà stroncata ancora prima di nascere: fornire alla galassia islamica, così in difficoltà nel tempo presente, un esempio efficiente - e percorribile per via elettorale - di modernizzazione, nonché di coesistenza, al suo interno, fra l' anima religiosa e quella laica, fra Allah e il Sultano (o il Fondo Monetario Internazionale). Alla quale coesistenza corrisponde, all'esterno, una corrispondenza fra la specificità confessionale e culturale in senso lato e la modernità di matrice occidentale. Con tutto il retroterra di tolleranza e di laicità razionalistica che un simile approccio comporta.

In tutto questo processo un ruolo importante potrebbe essere svolto dall'Europa, se decidesse di volare alto e accettare nel suo ambito, da pari a pari, la madrepatria delle moltitudini turcofone che già la abitano con diritto di cittadinanza. Forse è compito al di là delle sue possibilità. L'Europa non riesce a coagulare le proprie specificità su un efficiente progetto comune con la necessaria rapidità. Rimarrà presumibilmente bloccata dall'integrazione di una dozzina di piccoli Paesi dell'est appartenenti alla stessa matrice dei suoi attuali membri, con essi in taluni casi profondamente apparentati da vicende storiche comuni.

Fino a due secoli fa l'Impero ottomano era il nemico acerrimo della Cristianità europea, con la quale si era battuto aspramente per trecento anni. Il franco ma esplicito Non Possumus pronunciato dal cancelliere Kohl cinque o sei anni fa nel corso di un Consiglio Europeo ha la stessa validità di allora. Anzi, forse è ancor più appropriato oggi, considerato l'interpretazione huntingtoniana delle vicende successive all'11 Settembre, e tutti i problemi che promanano all'Europa dal Bosforo e dintorni, dall'invasione di clandestini, ai vari Ochalan, al traffico di droga, alle minacce su Cipro, ai bastoni nelle ruote dell'Eurocorpo, al contenzioso sempre aperto con quello che è sempre un Paese dell'Unione, la Grecia, etc.

Nonostante le pressioni degli Stati Uniti, che vedrebbero con molto favore un ancoramento europeo della Turchia nel nuovo Millennio, non si tratta di un'ipotesi ad alto grado di verosimiglianza, anche se nessun uomo politico europeo si può permettere di questi tempi la franchezza di Kohl. Il vecchio e prestigioso uomo politico turco Demirel ha dichiarato in un'intervista al Corriere della Sera del 3 novembre che prevede la Turchia in Europa nel 2010. Tutto può essere, ma queste elezioni non aumentano la probabilità che la previsione possa avverarsi.

Comunque vada il rapporto con l'Europa, l'America e l'Occidente in genere, è indubbio che nel Medio Oriente si sia aperto un nuovo e intrigante capitolo, che avrà profonda influenza ben oltre i confini della creatura di Kemal Ataturk. Si può anzi preconizzare che da oggi la Repubblica Turca non è più tale, e si sta riappropriando di un passato che nel 1918 doveva sembrare un fardello inutile e ingombrante, ma che oggi costituisce un patrimonio di valenza politica inestimabile.