Anno 2002

Irak: via libera all'epilogo?

Andrea Tani, 11 novembre 2002

Il conto alla rovescia per la defenestrazione di Saddam Husein e il cambio di regime in Irak è iniziato venerdì scorso, con buona pace di Russia, Cina e Francia, le Grandi Potenze Riluttanti (quando non si tratta di fatti loro, Cecenia, Xiinjang, Ciad, Algeria o Nuova Caledonia, ad esempio). La loro puntualizzazione - nessun intervento automatico senza riconvocazione del Consiglio di Sicurezza - appartiene a quel genere di sterile esercitazione letteraria che non vale la carta (o i bytes) con la quale è vergata. Ricorda in tutt'altro contesto la famosa lettera del Presidente Scalfaro al Premier Berlusconi fresco di nomina nel '94. Non ha alcun valore mandatorio o giuridico, né può avanzare pretese di suasione morale, avendo a che fare con una questione nella quale l'eticità è da una parte sola. La necessità di salvare la faccia a tutti i costi a volte è una pessima consigliera.

E' stato molto più coraggioso, valido e fattivo il voto favorevole della Siria alla risoluzione del Consiglio di sicurezza, talmente inaspettato da essere stato comunicato all'Ambasciatore americano Negroponte al momento di rientrare in aula per la votazione. Assad figlio si è preso sulle spalle una responsabilità gravosa e storica, quella di essere il primo Paese arabo che decreta il disarmo di un suo fratello di sangue e di fede, resistendo al consueto riflesso condizionato dell'appoggio sempre e comunque. Vedremo se la Lega Araba seguirà.

Lo ha potuto fare anche perché il suo Paese è un'autocrazia militare e laica il cui antico Padre padrone, Assad senior, risolse una volta per tutte il problema dell'ala militare del fondamentalismo islamico bombardando con l'artiglieria pesante la città di Hama dove i Talebani siriani si erano asserragliati in rivolta contro il governo centrale. Con svariate migliaia di "danni collaterali", anche se nessuno se ne ricorda, a Firenze come altrove.

Torniamo alla defenestrazione di Saddam Hussein. Non è esplicita nella risoluzione ma è del tutto implicita nelle sue modalità e nel duro linguaggio con la quale si articola. Come scrive David Ignatius sull'International Herald Tribune del week-end 9 - 10 novembre, "Sadam Hussein è di fronte ad una scelta netta: disarmare o morire. In realtà, le due cose coincidono. Saddam è finito. (…) Se consegnerà le armi che ha segretamente accumulato per così tanti anni, andrà incontro ad una disastrosa perdita di faccia. L'autorità del regime crollerà in pezzi e Saddam, la sua famiglia e il suo cerchio di seguaci più stretti diventeranno più vulnerabili che mai agli attacchi dei loro numerosi nemici interni ed esterni. Questa è la ragione per la quale Saddam cercherà con tutta probabilità la sfida e alla fine il suicidio come ultima linea di condotta. Ha poche altre scelte praticabili. E' dannato, sia se non capitolerà agli ispettori dell'ONU, sia se lo farà"

E' difficile non concordare. Solo il futuro dirà se sarà veramente così, ma non occorrerà aspettare molto. Il 15 novembre è attesa la risposta all'ultimatum di Bagdad, che ha già fatto sapere tramite l'Arabia Saudita che accondiscende, anche se giudica ingiusto lo stesso ultimatum. Entro l'8 dicembre il regime dovrà rendere noti tutti i suoi programmi di costruzione di armi di distruzione di massa, e i relativi stoccaggi di ordigni pronti. Il 18 cominceranno ad arrivare in Irak gli ispettori, che inizieranno formalmente a lavorare en masse il 23 dicembre. I controlli "spot" saranno già stati avviati un mese prima. Il 21 febbraio riferiranno al Consiglio di Sicurezza. La loro libertà di investigazione è totale: dovranno avere accesso dovunque (compresi i 132 edifici presidenziali di Saddam, incredibilmente risparmiati dalle precedenti ispezioni), parlare con chiunque, imporre divieti attorno ai siti sospetti, in sostanza trattare l'Irak come un vetrino da laboratorio d'analisi sotto il microscopio. I dati di partenza saranno forniti dai precedenti risultati delle ispezioni ONU aggiornati dall'intelligence americana.

Se il Governo irakeno non collaborerà e frapporrà ostacoli, affronterà le "serie conseguenze" delle quali parla la risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

In pratica, se ad un certo punto si evidenzieranno pesanti interferenze e ostacoli del tipo di quelle che i pretoriani di Saddam hanno sempre frapposto agli ispettori ONU nel passato, appena questi si avvicinavano a porzioni della verità, i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza potranno concretizzare quelle serie conseguenze di cui sopra. Nel modo subitaneo e immediato che la natura militare delle relative misure di concretizzazione, e la necessità di proteggere la segretezza dei preparativi imporranno. Chi saranno e come agiranno i suddetti Membri non è specificato. Non è previsto, comunque , che vi sia bisogno di un'altra riconvocazione del Consiglio o di ulteriori autorizzazioni, con buona pace di francesi e russi. I cinesi hanno seguito per onor di firma, ma non condividono più di tanto i sottili distinguo dei loro colleghi del fronte antiamericano (anche perché il decisionismo di Washington potrebbe fornire un precedente a loro utile, in futuro, per risolvere manu militari la questione di Taiwan, anche se si tratterebbe di una interpretazione molto forzata del possibile precedente irakeno).

Le forze armate anglo-americane, in ogni caso il nocciolo duro di una possibile azione militare, si stanno approntando. Il Central Command statunitense sta movimentando quattro portaerei, più una quinta in stand by nelle acque giapponesi, e non si muovono trentamila marinai dell'Aeronavale dell'US Navy solo per bluffare, con tutto il gigantesco supporto logistico e di scorta che si portano dietro. Lo stesso dicasi per le basi dei bombarderi B 2 che l'US Air Foce sta approntando in Gran Bretagna e nell'isola di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, le prime fuori del territorio metropolitano degli USA. Con grande spesa, peraltro, perché sono dotate di hangar speciali completamente pressurizzati e isolati dall'atmosfera esterna.

Stanno arrivando alla spicciolata in Kuwait, dalle più diverse provenienze, circa diecimila uomini dell'US Army, dell'US Marine Corps e delle Special Forces. La base di al Udai, nel Qatar, sarà il perno del dispositivo, e la piattaforma di lancio dei velivoli da penetrazione che sono stati ammassati da tempo nell'area. Sua Maestà Britannica sta mobilitando venticinque mila uomini, e non a caso il 21 novembre prossimo avrà luogo a Praga una cruciale riunione della NATO, che dovrà decidere su un possibile ruolo dell'alleanza nella fase militare delle guerra al terrorismo, dopo la latitanza afghana. Si ipotizza la costituzione di una Forza di Reazione Rapida di 21000 uomini. In tempo forse per un suo impiego nelle pianure irakene, che formalizzerebbe definitivamente il ruolo out of area della NATO e la rilancerebbe come operante strumento di stabilizzazione delle crisi a livello planetario.

Mettendo insieme tutti questi numeri, e gli altri che certamente scaturiranno da ulteriori trasferimenti di reparti terrestri da combattimento americani e dall'entrata in linea delle prime unità di oppositori irakeni addestrati dalle Special Forces di Fort Bragg, si arriva alle cifre che si leggono sui giornali, 200-250.000 uomini.

Il gigante americano ha quindi pronto il suo nodoso bastone dietro la schiena ma continua a parlare "softly", oggi più che mai. L'Amministrazione Bush ha ottenuto un'investitura trionfale dal Congresso e dal Paese sulla sua politica di sicurezza. Ora è impegnata ad aprire i vari dossier economici sui quali si può giocare la rielezione del 2004. Secondo molti autorevoli esperti, una campagna in Irak non aggiungerebbe molto alla popolarità del Presidente, e potrebbe invece nuocergli assai se dovesse andar male o creare problemi oggi occultati, perdite eccessive, danni bio-chimici, occupazione permanente del territorio iracheno, destabilizzazione regionale del Medio Oriente. Quindi l'America non è in preda a quella frenesia bellicista che i socialdemocratici tedeschi e i No Global gli attribuiscono. Farà la sua parte se sarà necessario, ma con sobrietà e senza unilateralismi eccessivi. Ma la farà, su questo è bene non avere dubbi. Powell ha vinto, se si dà credito alle semplificazioni eccessive dei media, ma si tratta sempre di un generale che ha fatto tutte le guerre americane dell'ultimo quarantennio. E' bene tenerlo a mente.

E' stato messo in evidenza da tutti i commentatori il valore politico della decisione del Consiglio di Sicurezza, e dell'unanimità raggiunta, che rappresentano il culmine dell'opera portata avanti con molta determinazione dal segretario di Stato, in momenti anche difficili. Se, come è plausibile, Bagdad si piegherà, per la prima volta nella storia l'avventuriero internazionale di turno sarà stato messo in condizioni di non nuocere dalla Comunità Internazionale nel suo complesso senza bisogno, forse, di utilizzare la forza militare sul campo di battaglia. Non era mai successo in passato. L'unico esempio lontanamente assimilabile è l'intervento delle Nazioni Unite in Corea, nel '50 - 53, che fu votato in Consiglio di Sicurezza per una svista della diplomazia sovietica, ma che ebbe sempre contro, per tutta la sua durata, il blocco comunista internazionale, un buon terzo dell'umanità. E comunque la battaglia ci fu, e molto sanguinosa. Lo stesso per gli inani tentativi di mettere ordine nel Congo - Katanga degli anni '60.

Potrebbe essere l'inizio di una fase meno turbolenta e rischiosa delle relazioni internazionali, un rilancio delle Nazioni Unite veramente super partes e attivamente impegnate per ridurre la pericolosità dei contenziosi e mettere i violenti irriducibili in condizione di non nuocere. Sembra un quadro troppo idilliaco per essere vero, ma d'altronde l'umanità è alle prese con problemi di crescita, di degenerazione e di incompatibilità di vario genere così giganteschi da non potersi permetter più la guerra, cioè la violenza razionale fra entità sociali responsabili. La collaborazione tra Stati è troppo necessaria per risolvere grandi sfide del mostro tempo - sia detto senza retorica. Di fronte a un AIDS che ha infettato il dieci per cento della popolazione africana e secondo Foreign Affairs passerà in tempi brevi ad infettare il continente eurasiatico cominciando da India, Cina e Russia, o alla malattia irrazionalista del terrorismo alimentato dalla mostruosa proliferazione delle armi leggere, e altri disastri del genere - inquinamento, sottosviluppo, accentuazione delle differenze, degenerazione delle ideologie e delle morali, invecchiamento di una parte della popolazione e deperimento dell'altra, etc - la guerra fra Stati è veramente un lusso non più sostenibile.

Questo potrebbe essere, fra le righe, il vero significato dei nuovi segnali che promanano dalle Nazioni Unite. Senza farsi troppe illusioni, forse qualcosa si sta muovendo.