Anno 2002

Simposio LoI a Parigi. Epilogo, o rilancio di un'iniziativa cruciale?

Andrea Tani, 18 novembre 2002

Il 13 e 14 novembre ha avuto luogo a Parigi il Simposio conclusivo della LoI, la cosiddetta "Letter of Intent", con la quale si denomina un progetto scaturito nel dicembre del '97 per armonizzare i rapporti fra le industrie europee della difesa, nel loro ambito e con i vari governi, e incrementare le relative capacità produttive e concorrenziali. Si tratta di un'iniziativa multilaterale, del tutto indipendente dalle altre attività europee nell'area, come la struttura militare della UE, e l'OCCAR, "Organizzazione per la Cooperazione Congiunta nell'Armamento" costituita nel '96 da Germania, Francia, Regno Unito e Italia.

L'iniziativa è nata anglo-franco-tedesca con un obiettivo molto limitato, quello di creare un contesto di cooperazione agile, non burocratico, in grado di facilitare la ristrutturazione del settore e il potenziamento della sua base tecnologica. Con l'adesione, nell'aprile 98, di Spagna, Italia e Svezia - che insieme arrivano alla dimensione industriale militare di una Francia o una Gran Bretagna (quella tedesca è un po' più piccola di entrambe) - essa si è trasformata in una intesa a sei, formalizzata nel luglio dello stesso anno con l'approvazione da parte dei ministri della Difesa di una "Lettera di Intenti" (appunto) per "Facilitare la Ristrutturazione dell'Industria Europea della Difesa". E' stato così incluso nel progetto l'80% del settore a livello continentale, e in particolare la parte di esso più consapevole della propria funzione. Ossia quella per la quale i rispettivi governi hanno elaborato nel tempo una politica di attenzione e di sostegno attivo.

Al di là della oscurità etimologica dell'acronimo, la LoI riguarda soprattutto il tentativo di razionalizzare le procedure di interscambio dei prodotti militari, che ogni Nazione definisce tradizionalmente in modo autonomo anche quando riguardano progetti comuni di cooperazione, la stragrande maggioranza, ormai. Tale difformità di regole e procedure impone attriti a volte insostenibili e impedisce qualsiasi iniziativa seria verso la costituzione di un pilastro industriale per la PESC, la Politica Europea per la Sicurezza e la Cooperazione.

Tanto per fare un esempio, la movimentazione dei componenti prodotti nei vari Paesi per il programma Eurofighter viene trattato nei Paesi più restrittivi (fra i quali il nostro) alla stessa stregua di un interscambio per l'export diretto a Paesi extraeuropei, mentre la costituzione di Società transnazionali per la difesa è reso difficoltoso da farraginose e complicate procedure nazionali, nate per difendere il patrimonio strategico di ciascun Paese dalle incursioni dei raider economici stranieri, ma ormai totalmente superate dal processo di integrazione in atto. Nonché dalla necessità di espandere le dimensioni dei gruppi industriali per fronteggiare la concorrenza internazionale e disporre delle ingenti basi finanziarie e tecnologiche per i nuovi sviluppi. Tutto questo in un contesto che vede dall'altra parte dell'Atlantico una integrazione del procurement continentale che pone le industrie americane e canadesi sullo stesso piano, con regole condivise e procedure comuni. L'intercambio militare fra USA e Canada non è considerato un export ma un flusso interno alla stessa area commerciale e merceologica. Questa situazione è in vigore da mezzo secolo, ben prima del NAFTA, l'accordo del libero scambio in vigore da qualche anno su tutto il Nord America.

Un'altra carenza che la LoI cerca di colmare riguarda la difformità dei metodi per determinare i requisiti operativi delle varie Forze Armate nazionali. Essa permane tuttora, come tutte le altre su indicate, salvo aggiustamenti minori nelle Nazioni più lungimiranti (fra le quali non c'è l'Italia). Una standardizzazione delle procedure permetterebbe di normalizzare anche le specifiche tecniche di armi e sistemi, consentendo di assicurare la sostenibilità dello sforzo bellico nel tempo, e sopratutto l'interoperabilità di mezzi e procedure con le più avanzate forze armate americane. Senza di questa, l'Europa non è in condizioni di partecipare ad operazioni belliche a fianco del suo maggiore alleato proprio quando questi sta ridefinendo i nuovi assetti internazionali. Come è stato fatto presente al Simposio LoI, con i soli "peace keeping" e Carabinieri - esplicitamente citati - si può soddisfare l'amor proprio e la coscienza umanitaria delle frange più sensibili dell'opinione pubblica, ma si rischia di scadere rapidamente di rango strategico e di essere estromessi dalla determinazione del proprio futuro.

Riassumendo, gli obiettivi del processo LoI - che riguardano unicamente le sei Nazioni firmatarie ma sono presumibilmente estendibili ad una più vasta platea di utilizzatori - possono essere così sintetizzati:

- Creare un quadro di riferimento normativo per facilitare la ristrutturazione dell'industria per la difesa e una consultazione tempestiva ed efficace sulle problematiche conseguenti alla specifica ristrutturazione della base industriale;

- Contribuire a raggiungere la sicurezza di approvvigionamento di prodotti e servizi per le FFAA dei sei Paesi, armonizzando e razionalizzando le procedure nazionali di controllo per i trasferimenti e le esportazioni di prodotti e tecnologie militari;

- Facilitare gli scambi di informazioni classificate fra le Nazioni o le rispettive industrie, senza metterne a repentaglio la sicurezza;

- Promuovere l'armonizzazione dei requisiti militari delle varie Forze Armate;

- Promuovere il coordinamento di attività congiunte di ricerca e sviluppo (R&D) al fine di migliorare le basi conoscitive avanzate ed incoraggiare l'innovazione tecnologica. Stabilire principi per il rilascio, il trasferimento, l'utilizzazione e la proprietà del know how tecnologico

All'atto dell'approvazione del progetto fu stabilito che dovessero essere formati sei gruppi di lavoro plurinazionali e integrati Difesa-Industria che avrebbero dovuto redigere altrettante raccomandazioni in altrettante aree chiave derivanti dagli obiettivi summenzionati. A ciascuna delle Nazioni è stata affidata la responsabilità di un gruppo; all'Italia è stato assegnato il primo, quello sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Tutto il processo sarebbe stato governato da un Comitato Esecutivo costituito da alti rappresentanti delle varie Agenzie di Procurement nazionali. E così è stato. I lavori dei vari team si sono sviluppati in modo del tutto soddisfacente, e hanno portato a risultati importanti e concreti, presentati nel Simposio dal quale siamo partiti, che si è surrettiziamente trasformato in una specie di convocazione degli Stati Generali dell'industria della difesa europea, senza potestà deliberante ma con alto potere consultivo. Erano presenti più di centocinquanta alti esponenti delle Forze Armate e delle maggiori aziende del settore delle sei Nazioni.

L'assemblea ha cercato di valutare il lavoro fatto finora e decidere per il futuro, anche alla luce di tutto quello che è successo dal '97-'98 ad oggi. Che, in sostanza, si può esemplificare in una notizia buona e una cattiva: la prima riguarda la fine della contrapposizione frontale fra Superpotenze, USA, Russia e Cina che siano, e lo stabilirsi di un clima di collaborazione internazionale - fra entità statuali - del quale non c'è esperienza nel recente passato o nella storia tout court. La seconda si riferisce al sorgere della cosiddetta conflittualità "Rogue" e "asimmetrica", che riguarda Stati convenzionali minacciati e messi in pericolo sia da loro omologhi impazziti o fuorilegge, che da forme diffuse di illegalità transnazionali e di aggressione armata. Anche "molto" armata. Entrambi potenzialmente o effettivamente dotati di ordigni di distruzione di massa.

Una terza realtà a latere, che poi non è una novità ma è molto importante per il nostro discorso, è che i rapporti di forza conseguenti alla fine della Guerra Fredda e lo scatenarsi della battaglia asimmetrica di cui sopra hanno portato ad un ulteriore incremento del divario militare, in mezzi e volontà di usarli, fra gli Stati Uniti - colpiti dai noti eventi ma assai determinati a reagire ad essi con la massima energia - e il resto del mondo, Europa, in primo luogo.

Le Forze Armate USA sono entrate nell'era cibernetica, "network-centric" e robotica, e quelle europee cercano di raggiungere faticosamente almeno quella configurazione "AirLand Battle 2000", che il Pentagono aveva elaborato nel corso degli anni '80 e applicato durante Desert Storm nel '91. Da qui il tentativo - perseguito soprattutto dai francesi, che sentono molto dolorosamente questo distacco - di utilizzare la LoI come piattaforma di lancio per una fase risolutiva dell'integrazione militare-industriale europea. Fornendo un concreto braccio tecnologico alla costituenda Europa militare, la quale difetta proprio di cruciali strumenti moltiplicatori delle proprie capacità ed è costretta, per l'Eurocorpo, a chiederli in prestito alla NATO, cioè agli Stati Uniti.

Questo tentativo ha preso corpo nella discussione molto vivace e fattiva che ha seguito la fase ufficiale del Simposio, ossia l'abbastanza scontata presentazione dei risultati dei sei Gruppi di Lavoro, tutti onestamente professionali ma non rivoluzionari. Sono emerse due posizioni principali di tipo politico: quella francese, che vorrebbe caratterizzare l'industria della difesa europea soprattutto in funzione competitiva nei confronti dell'alleato-rivale statunitense, creando uno strumento tecnologico che possa realizzare la "Revolution of Military Affairs (RMA)" nel Vecchio Continente e competere con i giganti industriali americani a livello mondiale. E quella britannica, che pone l'accento sulla concreta validità dei risultati raggiunti dall'iniziativa LoI, e invita tutti a non inseguire chimere impossibili ma concentrarsi sul superamento delle numerose carenze individuate dal lavoro dei GdL come premessa di sviluppi successivi. L'idea di sfidare gli americani non è stata neanche commentata.

Gli altri non hanno preso posizione nettamente, anche se tutti hanno concordato sul fatto che il lavoro svolto in questi cinque anni costituisce un ottimo inizio per proseguire verso obiettivi più ambiziosi. I gruppi si sono affiatati, molti equivoci e pregiudizi sono stati superati, l'armonizzazione di sei mondi tecnico-militari tradizionalmente distinti - a differenza di quelli operativi, che hanno beneficiato di una pluridecennale militanza nella NATO, a meno della componente svedese - ha fatto notevoli progressi.. D'altra parte, non si può desiderare l'impossibile. Pretendere che sei gloriose e orgogliose amministrazioni tecniche europee, che hanno armato l'una contro l'altra i rispettivi eserciti per svariati secoli, si fondano in pochi mesi o anni e sfidino il gigante americano è, oltre che velleitario, del tutto impraticabile. E forse non è neanche utile, per quanto riguarda la sfida, dato che il futuro che si prospetta impone a tutto il mondo occidentale avanzato - al quale hanno ormai aderito anche le massime potenze responsabili del pianeta che l'hanno a lungo avversato, Cina, Russia, India, etc. - di fare quadrato contro le tentazioni dell'irrazionalismo dissolutore e fideistico, che non ha bandiera ma alberga in vasti e oscuri giacimenti di rancore.

Non si può seguire la DGA (Direzione Generale dell'Armamento francese) nel suo inseguimento al pivot americano solo perché la Francia non si rassegna alla sua superiorità, soprattutto quando è più che evidente che i motivi strategici generali che determinano tale inseguimento sono insostenibili, mentre quelli commerciali-economici riguardano interessi che non sono quelli della maggioranza dei convenuti. Questi si sono invece concordemente trovati d'accordo nell'augurarsi che l'iniziativa LoI venga estesa nel tempo e negli obiettivi, facendo in modo che resti a sei, agile e operativa, e si eviti la tentazione di aprire agli altri nove dell'attuale UE, o addirittura ai diciannove della futura allargata a est.

Una raccomandazione complessiva in tal senso sarà avanzata ai Direttori Generali degli Armamenti dei Paesi Membri quando si riuniranno per un consuntivo finale e ufficiale. E' presumibile che verrà accettata, e che la prossima fase riguarderà la traduzione delle conclusioni dei Gruppi di Lavoro in norme applicative che modifichino in modo coerente le varie legislazioni e normative nazionali. In alcuni Paesi basterà ritoccare la seconda tipologia; in altri, fra i quali il nostro, occorrerà investire della questione i Parlamenti. Con il pericolo che succeda di nuovo quello che è avvenuto nei due rami dell'attuale Parlamento, che non sono riusciti ad approvare il "Framework Agreement" intergovernativo che rendeva operativa la LoI prima del Simposio di chiusura di Parigi. L'opposizione ha ritenuto che la LoI introducesse surrettiziamente modifiche alla legge 185 per l'export militare, e ha fatto un larvato e incomprensibile ostruzionismo che si è concluso solo da poco, e non ha consentito di arrivare a Parigi avendo risolto questa antipatica inadempienza, rilevata naturalmente da non pochi.