![]() |
| Anno 2002 | |
|
Il summit della settimana scorsa (21-22 novembre) dei Capi di Stato e di Governo della NATO a Praga, città simbolo della sopraffazione perpetrata dall'ultimo totalitarismo europeo, merita l'aggettivo "storico" che il Segretario dell'Alleanza, Lord Robertson, e il Presidente americano Bush gli hanno attribuito; il primo con più convinzione (e meriti, sullo specifico) del secondo. Soprattutto se prevarranno gli aspetti sostanziali e ufficiali dell'incontro - la riaffermazione di una Alleanza che comprenda tutte le componenti storiche e nazionali della civiltà atlantica, nonché la profonda trasformazione del suo motivo ispiratore e modo d'essere - su certi gossip giornalistici legati a questa e quella discrasia caratteriale fra i leader e le Nazioni che rappresentano. Per non parlare dell'eterna polemica euroamericana sull'Irak. Rispetto al significato di questo rinnovato sodalizio fra America ed Europa, di nuovo tutta intera, si tratta tutto sommato di dettagli, anche se coinvolgenti e di elevata risonanza politico-mediatica.
Con l'invito di sette paesi est europei - Bulgaria, Romania, Slovenia, Repubblica Slovacca e le tre Repubbliche Baltiche: Lettonia, Estonia, Lituania - a far parte della NATO per il 2004, è stato completato in un solo colpo il trasferimento a ovest di tutto il defunto Patto di Varsavia, avviato nel 1999 con l'adesione di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, proseguito con i collegamenti Partnership for Peace con Russia (che si sono interrotti nel '99), Ucraina e Moldavia, e continuato quest'anno con l'accordo di Pratica di Mare. Ma non si è trattato del solo risultato del vertice né del più importante. Se le conclusioni del summit saranno seguite da fatti concreti nei tempi previsti, siamo in presenza di una vera e propria rifondazione dell'Alleanza, paragonabile all'atto istitutivo del 4 aprile 1949 a Washington. Come è stato scritto, l'"Enlargement Summit" si è mutato in un "Transformation Summit". Ne uscirà rafforzata innanzitutto la partnership fra le due sponde dell'Atlantico, basata su una comune percezione sui pericoli che il mondo (e non più solo l'Europa) corre e su una base di valori condivisi: democrazia, pluralismo politico, rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione, tutela e rispetto delle minoranze, laicità dello stato, subordinazione del potere militare a quello politico, liberalismo economico. Per trasformarsi, la NATO dovrà compiere una vera e propria metamorfosi. Da bastione difensivo regionale, ancorato rigidamente al teatro euromediterraneo, ad una agile agenzia di sicurezza in grado di operare d'iniziativa su scala mondiale, nei confronti di tutte le insidie che minacciano la convivenza internazionale e l'esistenza della società umana e degli Stati. Come ha dichiarato il Segretario Robertson, tali minacce provengono oggi soprattutto da tre fonti: terrorismo nichilista a base confessionale, armi di distruzione di massa e stati fuorilegge e "falliti", considerati separatamente e in combinazioni sinergiche variamente modulate. Si tratta di ciò che altri hanno definito, con una certa vivida efficacia, "the toxic mix" fra armi illegali NBC, estremismi fondamentalisti e le dozzine di terre di nessuno incapsulate in formalismi statuari del tutto inadatti a rappresentare le condizioni reali della loro esistenza. Per affrontare queste nuove sfide la struttura decisionale e operativa della NATO dovrà cambiare, e con essa le procedure di adozione dei vari stati di prontezza, le regole di ingaggio e soprattutto il raggio d'azione delle iniziative dell'Alleanza, in un mondo del tutto globalizzato anche in senso strategico e della sicurezza. Quello stesso mondo nel quale il principale pilastro della stessa NATO, gli Stati Uniti d'America, ha dimostrato di potere combattere guerre senza i suoi alleati atlantici, e di essere tentato a farlo sempre di più, proprio per evitare gli impacci unanimisti di Bruxelles, le difficili colleganze con gli antiquati europei e quel processo iterativo di sanzione delle operazioni sul campo che si è espresso in tutto il suo ingombro nella campagna del Cossovo nel '99. Questo nuovo approccio ha trovato la sua più recente espressione nella campagna afgana, nella quale un'esplicita offerta di aiuto della NATO sul terreno è stata seccamente declinata a favore di una collaborazione mirata di pochi eletti, in un contesto determinato esclusivamente da regole e procedure statunitensi. La nuova struttura militare Mentre le modifiche delle strutture decisionali richiederanno tempo e una attenta negoziazione, quelle delle strutture militari avranno decorrenza immediata, o quasi. Scompariranno per primi i tradizionali Comandi Supremi territoriali - SHAPE, che "regnava" sul teatro europeo e SACLANT, che dominava il linkage transoceanico. Verranno costituiti due Comandi funzionali, uno operativo denominato "Strategic Commander Operations", con base a Mons, nel Belgio, e uno di supporto, responsabile della dottrina, la pianificazione e l'addestramento, denominato "Transformation Command" e situato negli USA nell'ex sito di SACLANT, ben provvisto dei più aggiornati mezzi di simulazione. Analogamente, i Comandi subordinati, MSC, PSC, etc., perderanno la connotazione geografica per caratterizzarsi in senso specialistico. Diventeranno tutti mobili e proiettabili. Ne sopravvivevano otto, a fronte delle decine del passato. Si darà avvio ad una certa divisione del lavoro all'interno dell'alleanza, con le Nazioni più preparate che assumeranno la leadership in certe aree fondamentali, sia dal punto operativo che tecnologico. La più importante delle prime riguarda il comando britannico della famosa Forza di Reazione Rapida di ventunomila uomini, una unità scelta pronta a muovere in una settimana per missioni worldwide di alto profilo, da costituire entro il 2006 a Rehindalen, vicino Colonia, e basi di rischieramento a Valencia, Milano e Istambul. Sarà prevalentemente equipaggiata, oltre che dai britannici, spagnoli, italiani e turchi che si deducono dalle basi citate, soprattutto da francesi, che dispongono dei dispositivi militari tradizionalmente più agguerriti nella proiezione oltremare. Altre Nazioni rivestiranno un ruolo direttivo e di coordinamento nel potenziamento delle capacità "force multiplier" dell'Alleanza in cruciali aree funzionali interforze. Ne sono state individuate otto, alle quali corrisponderà la costituzione di altrettante agenzie interalleate: area NBC; intelligence; sorveglianza aeroterrestre; C3I; "combat effectiveness", che comprende guerra elettronica, soppressione delle difesa aeree e armamenti di precisione; trasporto strategico aereo e navale; rifornimento in volo; e supporto mobile al combattimento. Le Nazioni che hanno già avanzato candidature per la leadership nelle varie aree sono in genere quelle meno impegnate sul piano operativo. Se ne conosce già qualcuna. La Germania coordinerà il trasporto aereo strategico dell'Alleanza, cercando di dipanare una situazione complessa: gli USA hanno presentato la proposta di un leasing NATO di una ventina dei loro velivoli da trasporto pesante C 17 Globemaster, mentre gli stessi tedeschi preferirebbero i giganteschi Antonov russi e ucraini, che hanno un fascino politico irresistibile sia per le ambizioni nach Osten di Berlino che nach Est di Mosca e Kiev. Cosa succederà dei fantomatici A 400 quando e se verranno prodotti, non è chiaro. D'altra parte la Germania dovrebbe diventare la proprietaria della maggior flotta di A 400M del Continente, e quindi è la più qualificata Nazione a gestire anche questo aspetto. Gli scandinavi (Danimarca e Norvegia) coordineranno il trasporto marittimo, che dispone in Europa di un ampio potenziale inutilizzato, nelle flotte delle riserva mobilitabili ma non mobilitate sino ad ora per la difficoltà di armonizzare le varie legislazioni nazionali. Ungheresi e cechi aiuteranno i tedeschi nella lobbying e eventuale gestione degli Antonov, e assumeranno la preminenza nelle importantissime iniziative di difesa biologica e chimica, nella quale, soprattutto i secondi, si sono fatti una reputazione di eccellenza, derivata da una precedente specializzazione nell'ambito del Patto di Varsavia. Si tratta di un esempio ampiamente citato di ruolo importante per un piccolo Paese e un ex membro del vecchio schieramento avverso. Esso dimostra che il suddetto Patto prendeva la minaccia delle armi "speciali" molto più seriamente della sua controparte, e anche che il travaso est-ovest delle competenze può funzionare egregiamente, a patto che siano reali. La Spagna guiderà l'area dei cruciali velivoli per il rifornimento in volo, con l'obiettivo di mettere a fattor comune le risorse comuni e costituire un pool di un centinaio di tanker che consenta alle forze aeree NATO di condurre quelle operazioni a grande distanza dalle basi che sono diventate la norma nella guerra moderna. Si ricorderà che in questo settore l'Aviazione americana, con i suoi 550 rifornitori pesanti, dispone di una superiorità schiacciante rispetto a quello delle omologhe forze aeree alleate, che coincide con analoga superiorità nel settore degli aerei da trasporto strategico. L'Olanda curerà le armi intelligenti, con particolare attenzione per quanto riguarda la loro integrazione sui velivoli da combattimento F 16 "europei", circa 200, che costituiscono uno dei maggiori patrimoni delle Aviazioni NATO della sponda orientale dell'Atlantico, e per i quali l'Aviazione Olandese è primus inter pares sotto il profilo tecnico-operativo. Non è stato ancora deciso quali saranno i leader delle altre aree. E' possibile (o meglio è difficile non) ipotizzare una leadership statunitense nel comando, controllo e comunicazioni, e nell'intelligence, data l'assoluta supremazia in materia del Pentagono, e la difficoltà di coordinare la costellazione di antiquati sistemi nazionali europei, solo vagamente armonizzati dai protocolli NATO. Senza considerare i problemi di interoperabilità con l'avanzata tecnologia Usa. Francesi o Britannici sono i candidati più qualificati nella sorveglianza aeroterrestre del campo di battaglia, nella quale entrambi i Paesi hanno importanti competenze, non troppo distanti dal leader statunitense. Per Canada e Italia dovrebbe essere possibile un ruolo di rilievo, a meno di puntare tutto sulla componente operativa nella quale il nostro Paese in particolare sarà certamente impegnato seriamente, per vocazione e prossimità geografica dalle aree di crisi. Come dimostrano anche le dichiarazioni del Presidente del Consiglio a Praga, che parlano di un'offerta di tre brigate entro il 2007-2008, e di aree funzionali nelle quali dare un contributo significativo. Secondo il Sole 24 Ore del 22 novembre, esse riguarderebbero"lo sminamento, per mare e per terra, e l'NBC". D'altra parte l'Italia ha la quarta industria europea della Difesa ed è presumibile che non voglia rimanere fuori o eternamente gregaria nelle aree tecnologiche di maggiore valore aggiunto. L'Italia potrebbe guidare o rivestire un ruolo importante nella "combat effectiveness", guerra elettronica e SEAD soprattutto, che sono aree di eccellenza per le sue industrie e forze armate, nonché in tutti gli argomenti navali e delle forze speciali. Costi budgetari e politici generali Tutto questo avrà costi non indifferenti. A Praga i Paesi NATO si sono impegnati a portare le proprie spese della difesa al di sopra del 2% entro 3-4 anni, in modo da riequilibrare il burden sharing con il leader americano, che spende l'85 % in più dei suoi 18 partner combinati, e cinque volte quello che essi totalizzano insieme per la Ricerca e Sviluppo militare. Il livello del 2% diventerà obbligatorio per poter continuare a sedere ai tavoli importanti dell'Alleanza, soprattutto per i Paesi che aspirano ad un ruolo di primo piano. Il governo italiano ha aspirazioni in tal senso e ha promesso che farà la sua parte anche negli stanziamenti. Considerati anche gli analoghi impegni e ambizioni nell'Eurocorpo, occorrerà far seguire alle promesse i fatti, e ciò risulta difficile alla luce dell'enorme debito pubblico del Paese e dei gravami del Patto di stabilità. Dato che si tratta di un problema che riguarda quasi tutti i Paesi europei, potrebbe non esservi altra soluzione che lasciar fuori dai criteri di convergenza di Maastricht le spese per la difesa, come ha proposto il Presidente Chirac. In aggiunta ad aumentarle, le stesse spese andranno razionalizzate, in modo da produrre veramente quei "150 miliardi di Euro di sicurezza" dei quali ha parlato Lord Robertson a Praga. Anche i prezzi "politici"che i 26 dovranno pagare non saranno indifferenti, dovendo accettare impieghi fuori area delle proprie unità assegnate alla NATO come prassi ordinaria, e modificare fatalmente l'unanimismo del processo decisionale che a Bruxelles presiede alle decisioni di intervento nelle aree di crisi. Per entrambi gli argomenti si tratta di un vero e proprio riduzione dell'autonomia decisionale, e in ultima analisi di sovranità, dei vari Stati. Non è inverosimile immaginare situazioni molto imbarazzanti e delicate, appena si presenterà un caso concreto, come il possibile prossimo Irak, ad esempio. Anche se la cosa varrà in una certa misura per gli stessi Stati Uniti, per le due sponde dell'Atlantico si tratterà sempre di un percorso diseguale. Alla fine gli USA si muoveranno, con o senza gli alleati NATO, ma sicuramente in coerenza con i loro interessi nazionali. Se ciò dovesse diventare una prassi consueta, la nuova Alleanza evaporerà, o meglio perderà il suo carattere militare e resterà come consesso politico di incontro e coordinamento delle due anime principali della civiltà occidentali. Potrebbe non essere necessariamente un disastro, dato che tutto sommato la NATO ha dato una buona prova di sé soprattutto come strumento di stabilità e pacificazione, mentre il suo ruolo bellico effettivo si è visto alla prova solo nel Cossovo, e non è stata una grande prestazione. Le esercitazioni della Guerra Fredda erano simulazioni e astrazioni simboliche. Nessuno sa veramente come sarebbero andate le cose nel momento di massimo splendore dell'Armata Rossa. Anche oggi, al di là dell'abbattimento del tabù del fuori area, e delle nuove missioni di interdizione del terrorismo e della proliferazione delle armi di distruzione di massa, la funzione politica che l'Alleanza assolve è cruciale, in un mondo sempre più complesso e quindi "politico"in senso lato. Tale funzione riguarda la stabilizzazione dell'est europeo e dei Balcani, l'istituzionalizzazione del dialogo con la Russia e le repubbliche ex sovietiche, e più recentemente quello con la Cina che si comincia ad intravedere al di là dei deserti centroasiatici. Nonché - last but not least - il mantenimento della stessa partnership transatlantica, attraverso l'armonizzazione della sua anima oceanica, atlantica in senso stretto, rappresentata dalla famiglia anglosassone, con quella continentale esemplificata dal sodalizio franco-tedesco. Senza questa armonizzazione il progresso di unificazione europea verrebbe con tutta probabilità visto dagli americani come una minaccia alla loro supremazia globale e trattato di conseguenza. La spina del dissidio tedesco- americano Questo argomento introduce una delle questioni più spinose che si delineano nel presente e forse nel futuro dell'Alleanza. Si tratta del dissidio fra i vertici dei suoi due maggiori protagonisti, gli Stati Uniti e la Germania, che sta appannando un cinquantennio di esemplare collaborazione. Ne abbiamo già accennato su queste pagine, ipotizzando che non si trattava di una meteora episodica. Facile profezia. Si sta verificando un allontanamento fondamentale, filosofico, non certo episodico e semplicemente elettorale, fra i due establishment sulle concezioni essenziali che regolano i modi e gli strumenti per assicurare la stabilità del mondo. Gli USA sono realpolitici quanto lo impone il turbolento mondo di oggi. Hanno provato sulla loro carne la plausibilità di certi pericoli, sono seriamente spaventati e più che mai decisi a venire a capo del male che gli stessi pericoli sottintendono. I tedeschi, invece, stanno sublimando la loro passata aggressività nell'esaltazione acritica dell'idealismo, altro carattere storico della germanicità, fino a sconfinare in un utopismo quasi messianico. Condito peraltro con rigurgiti di yankeefobia provenienti dalle oscurità del secolo passato. Non avendo fatto vera politica internazionale per mezzo secolo, si sono dimenticati delle sue ovvietà. Non capiscono l'atteggiamento americano, confondendo la decisione con la truculenza. Oltretutto "temono la paura americana", come ha detto un loro diplomatico. Entrambi posseggono la giusta dose di pregiudizi e cominciano a credere alla disinformazione che essi stessi hanno creato. Se dovesse proseguire ed esaltarsi, questo processo segnerebbe la fine dell'Alleanza Atlantica. Una NATO senza la Germania o con la Germania defilata è impensabile, e si aprirebbero scenari veramente inquietanti. Tutti coloro che hanno avuto a che fare con l'Alleanza ricordano che essa si basa da svariati decenni fondamentalmente su due pilastri, quello statunitense e quello germanico. La Francia è stata fuori dell'organizzazione militare integrata e quindi poco influente nel lavoro ordinario, mentre il Regno Unito, al di là delle sua eccellente autopromozione, è sempre stato appiattito sulle posizioni USA, pigro e routinario nel lavoro di staff nel quale i cugini teutoni eccellono, e comunque sempre distratto da questioni extraeuropee, il suo ruolo nel mondo, le ex colonie, il Commonwealth, etc.. Senza la base tedesca - anche letterale, considerata la densità di apprestamenti militari nella Repubblica Federale - la sua eccellenza tecnologica, e la sua funzione di ponte fra est e ovest, la NATO non sopravviverebbe, e per gestire le crisi si ricorrerebbe sempre più a quella perpetua ricerca delle "coalizioni dei volenterosi", a geometria variabile, che Rumsfeld auspica e preconizza. A dispetto delle sue apparenti convinzioni e di quelle dei tanti come lui negli Stati Uniti, sarebbe un pessimo affare soprattutto per questi ultimi, i quali alla lunga non potrebbero sostenere il peso di un mondo così difficile e recalcitrante. Tutte le Potenze imperiali hanno giocato sugli equilibri e le rivalità di questo e di quello, assicurandosi un retroterra di fedelissimi incoercibili, senza i quali alla lunga nessuno riesce a dominare. Per quanto riguarda l'altro angolo del tavolo, c'è invece da augurarsi che la storica propensione della Germania a creare problemi a coloro che condividono il suo spazio geopolitico, e attraversano i suoi fatali destini, non prevalga ancora una volta. Si è trattato sempre di buone intenzioni - ieri per il successo di una cultura e poi di una razza presunte superiori, oggi per il miglioramento delle condizioni di un'umanità compassionevole. La NATO e l'Europa Discorso analogo al precedente vale per i rapporti fra la NATO e l'Europa della difesa, anche se paradossalmente meno preoccupante. Praga rappresenta certamente un trave posto di traverso alle ambizioni di autonomia e di crescita della PESC, ma allo stesso tempo può contribuire a farla crescere. Sia perché può stimolarne l'emulazione, sia perché i militari europei, sempre i medesimi, possono crescere tramite i nuovi progetti della NATO e ridurre il divario con i loro colleghi americani attingendo allo stato dell'arte che questi inevitabilmente forniranno loro. Diciamo che se la nuova NATO funzionerà, ci sarà meno bisogno di un'Europa militare a breve, e tutto sommato in questi tempi di vacche magre potrebbe non essere un male. Il pericolo è un altro, come messo in luce da Laurent Zecchini su Le Monde del 22 novembre. La nuova riorganizzazione potrebbe comportare per gli eserciti del Vecchio Continente un ruolo da Legione Straniera che combatta sul terreno, nel fango e nel sangue, le guerre americane, riservando al Pentagono la battaglia cibernetica e robotica networkcentric. Staremo a vedere, anche se le resistenze germaniche a tali guerre sono talmente forti da considerare remota una simile ipotesi. Semmai è più probabile l'opposto, i cyberwarrior statunitensi chiamati in soccorso degli estenuati europei che non hanno più la forza e la volontà di tutelare i loro interessi in giro per il mondo. La nuova NATO e gli "altri" Vi sono altre importanti questioni al contorno, sui quali lo spazio ci tiranneggia: e i rapporti con la Russia, recentemente associata ma recalcitrante e ogni tanto decisamente irritata, come nella riunione di Praga del 22 che sarebbe dovuta essere fra i Capi di Stato e di Governo, ma che Putin ha disertato polemicamente (per dare soddisfazione ai propri conservatori) inviando il proprio ministro degli Esteri, in platonico segno di protesta per l'ammissione alla NATO delle Repubbliche Baltiche. Oppure quelli con la Cina, che ha preso molto più saggiamente atto della realtà e nel mese di ottobre ha chiesto di rendere consueto un dialogo bilaterale con la NATO a Bruxelles recentemente avviato per discutere questioni strategiche, minacce alla sicurezza comune e iniziative dell'Alleanza in prossimità del territorio cinese. Non c' è da sorprendersi. Con l'inclusione de facto della Russia nella NATO, simboleggiata anche dalla premura con la quale il Presidente Bush è corso a San Pietroburgo per rassicurare il collega e amico Putin, la NATO raggiunge i bordi dell'Impero di Mezzo. Due anni fa sarebbe iniziata una nuova guerra fredda asiatica; la più che garbata preoccupazione della nuova dirigenza di Pechino è del tutto comprensibile e persino rassicurante nella sua moderazione. D'altra parte la Cina, rovesciando un atteggiamento cinquantennale, oggi vede la NATO come uno strumento per ridurre le aspirazioni egemoniche degli USA; un po' come fa la Francia, che con tutto il suo Neogollismo dominante si guarda bene dall'autoescludersi dalla prossima organizzazione militare integrata. Per quanto riguarda i rapporti fra la NATO e il mondo islamico, un amico-nemico che costituisce uno dei principali interessi dei pianificatori atlantici, con i sottoargomenti iracheno e turco e il delicato rapporto con la questione israelo-palestinese, sarà il caso di rimandare l'analisi ad un'altra volta. Le occasioni non dovrebbero far difetto. |