Anno 2002

Ispezioni ONU in Irak: una inevitabile sceneggiata?

Andrea Tani, 2 dicembre 2002

Da martedì 26 novembre sono iniziate le tanto attese e discusse ispezioni dell'ONU sul potenziale di armi di distruzioni di massa dell'Irak. Sono presenti da qualche giorno a Baghdad diciassette ispettori appartenenti all'UNMOVIC, l'agenzia ONU basata a New York che sovrintende alla ricerca delle armi biologiche e chimiche, e all'IAEA, l'International Atomic Energy Agency basata a Vienna. Dopo la prima decade di dicembre gli ispettori raddoppieranno, e verso Natale arriveranno al centinaio previsto per assicurare all'iniziativa la piena operatività. Il 21 febbraio le ispezioni si concluderanno e sarà stilato un rapporto al Consiglio di Sicurezza che deciderà della sorte dell'Iraq (e forse non solo di quello), se nel frattempo la situazione non sarà già precipitata verso il suo più che plausibile epilogo, un'offensiva angloamericana appoggiata direttamente da uno sparuto gruppo di strettissimi alleati ma indirettamente un po' da tutti, al di là dei distinguo di facciata.

Le ricognizioni iniziali degli ispettori a Baghdad e dintorni sono state seguite da un'attenzione spasmodica dei media internazionali, che hanno creato non pochi disservizi alle autorità irachene e agli stessi specialisti ONU. Il primo giorno si è verificato un ingorgo stradale di un'ora provocato dalle centinaia di giornalisti che seguivano gli ispettori. Nei giorni successivi molti di loro sono stati ammessi dagli iracheni a visitare alcuni degli impianti incriminati, ribaltando completamente le procedure di massima riservatezza che avevano avvolto le precedenti ispezioni. Almeno fino al '98, anno nel quale tutta l'attività di UNMOVIC fu sospesa per gli ostacoli frapposti dalla dirigenza di Baghdad. Evidentemente oggi essa considera i media come suoi potenziali alleati, perché li percepisce al servizio di quella opinione pubblica occidentale (non americana) che è visceralmente ostile a qualsiasi guerra e non riesce a convincersi dei motivi che renderebbero questa così impellente.

Si ricorderà che l'8 dicembre, domenica prossima, l'Irak deve presentare un elenco dettagliato delle armi in suo possesso al Consiglio di Sicurezza. Molti osservatori concordano nel ritenere che a meno di un'improvvisa conversione dell'entourage di Saddam Hussein alla trasparenza più impeccabile, l'elenco sarà fallace, in tutto o in parte. O addirittura completamente mendace, nel caso più che verosimile che gli irakeni insistano nella posizione negazionista ad oltranza che hanno assunto recentemente. A quel punto, se le loro risposte dovessero discordare in modo inaccettabile da quello che l'intelligence angloamericana sa oltre ogni dubbio - e che ha messo presumibilmente a disposizione dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza - sarebbe difficile evitare un intervento immediato, che potrebbe scattare, per ragioni tecniche e di opportunità, dopo Natale.

Sulle spalle degli ispettori grava quindi una enorme responsabilità. Essi sono rappresentativi dei rapporti di forze del suddetto Consiglio e quindi non risultano in maggioranza angloamericani o fiancheggiatori. I francesi più i russi superano anzi gli anglosassoni, e vi sono svariati arabi in posizioni importanti. Non è quindi presumibile un loro atteggiamento pregiudizialmente colpevolista. Cercheranno veramente di fare del loro meglio, utilizzando le esperienze passate, le informazioni intelligence più recenti e la moderna strumentazione in loro possesso per raggiungere conclusioni che si avvicinino il più possibile allo stato dei fatti. D'altra parte le conseguenze del loro operare rischiano di essere esiziali, sia se il Consiglio di Sicurezza o gli USA da soli sono decisi a finirla con l'Iraq una volta per tutte, sia se i più non accettano gli argomenti americani e vogliono utilizzare il pretesto delle ispezioni per fermare la catena degli eventi che si è messa in movimento.

Proprio l'importanza delle ispezioni porta a evidenziare l'inanità dello sforzo che verrà fatto e della buona volontà che verrà profusa. Nonostante l'intelligence, l'avanzata strumentazione di cui sopra, l'atteggiamento cooperativo degli irakeni e la professionalità degli ispettori, infatti, il compito risulta, al di là di ogni dubbio, del tutto superiore alla possibilità delle due Agenzie ONU, sia come uomini che possono mettere in campo che come difficoltà obiettive del loro procedere nelle poche settimane che mancano alla scadenza di febbraio. I siti fissi e noti da controllare sono 900, quelli mobili o che si evidenzieranno man mano col procedere delle ispezioni potrebbero superare alcune migliaia, secondo gli addetti ai lavori. Dopo Natale saranno in attività da ottanta a cento di ispettori. Lavorando sei giorni alla settimana (il venerdì gli stabilimenti da visitare sono chiusi) essi potranno visitare al massimo la metà dei siti da verificare, e solo superficialmente, per poche ore.

Tutti gli ingegneri interpellati da chi scrive sull'argomento - personaggi con esperienza decennale nel settore dell'industria della difesa - hanno concordato sul fatto che per capire veramente il lavoro di un'industria militare che voglia celarsi, al di là dello specifico campo di attività, non basta una settimana di analisi continue, accurate e competenti. Poche ore sono un tempo risibile. L'unica analisi certa che può essere fatta in fretta è la rilevazione di campioni chimici di sostanze proibite, cosa che gli ispettori ONU sono ben preparati a fare con la loro strumentazione mobile. Essa è indispensabile per svelare le applicazioni "deviate", nucleari o biochimiche, di un impianto. Sfortunatamente i campioni rilevati di uranio arricchito, metalli speciali, grafite, antrace o sarin non hanno un'etichetta con la data alla quale si riferiscono. Poiché in gran parte dovrebbero essere presi in stabilimenti già smascherati in passato, fino al '98, per un loro "utilizzo improprio" (tale dal punto di vista dell'ONU, naturalmente; gli iracheni la pensano in tutt'altro modo, e non solo Saddam Hussein), dove cioè sono state trovate armi proibite o macchinari per la loro produzione, l'obiezione irachena è fin troppo facile e difficilmente confutabile.

Neanche molto diverso è il caso di nuovi siti, dato che l'obiezione può essere ripetuta: "Allora non li avevate scoperti, ma oggi non sono più attivi. Li abbiamo chiusi ottemperando proprio alle ingiunzioni dell'ONU". L'unica prova certa sarebbe che gli inquisiti fossero così platealmente sprovveduti da farsi cogliere con le mani nel sacco, atomico e biochimico. Non è un'ipotesi verosimile, considerato che l'apparato militare industriale dell'Iraq è uno dei più avanzati dei Paesi del Terzo Mondo, comparabile con quello di una media potenza occidentale, e dispone di un'esperienza pluridecennale nei più svariati campi, compreso quello della disinformazione.

Un importante ingegnere elettronico italiano che opera nel campo dei sistemi militari disse una volta che il cliente militare più preparato e tecnicamente agguerrito che avesse mai incontrato, in una carriera che lo aveva portato a contatto con un'infinità di validissime competenze, fu un colonnello iracheno esperto in radar e sistemi di Electronic warfare, responsabile del procurement del Ministero della Difesa di Baghdad nel settore specifico. Si parla degli anni '80, quando tutte le aziende militari occidentali erano di casa a Baghdad e non si trovava un posto negli pochi alberghi di livello. Quel colonnello, che magari oggi è un pezzo grossissimo, era forse il vertice di competenze, ma anche quelle medie non erano così distanti. Anche se da allora c'è stato un certo decadimento, dovuto all'isolamento e all'embargo internazionale, rimane il fatto che la necessità aguzza l'ingegno, soprattutto dove questo c'è. Non si tiene testa per un decennio all'Iperpotenza mondiale, dopo aver battuto anche se di misura un vicino quattro volte più grosso, senza possedere le necessarie qualità. L'Iraq non è certamente una terra di sprovveduti. 900 siti critici da ispezionare sono un numero imponente, che la dice lunga sulla complessità del tessuto industriale e produttivo del Paese.

Alla grande complessità della missione che l'ONU ha di fronte non sembra corrispondere un adeguato livello delle risorse allocate. Il personale UNAMOVIC e IAEA destinato a Baghdad è stato recentemente criticato dalla stampa angloamericana (es.Susan Goldenberg, The Guardian, 29 novembre) per scarso professionalismo, soprattutto per quanto riguarda una metà degli ispettori previsti, che non hanno precedenti esperienze importanti e sono stati assunti con criteri opinabili dallo svedese Blix, il 74enne direttore dell'UNMOVIC. Uno di essi, Jack Mc George, americano, ex marine, sarebbe addirittura il fondatore di un gruppo Sado Masochistico virginiano attivo su Internet. (Dopo questo scoop, ha offerto le sue dimissioni dall' ONU). Anche se lo specifico argomento non è pertinente, è comunque indicativo dei criteri di selezione adottati.

Certamente Blix non è simpatico agli angloamericani, che gli rinfacciano di mostrare un eccessivo garbo con le autorità irachene (alle quali ha attribuito nella circostanza presente un certo "buon senso" che risulta quanto mai fuori luogo) e soprattutto di essere stato il Direttore di una IAEA del tutto inconsapevole quando Saddam cercava di farsi la Bomba sul serio, alla fine degli anni '80. E quindi la campagna di stampa che si è avviata si spiega anche con la molteplicità degli interessi e dei punti di vista coinvolti e l'importanza della posta in gioco. D'altra parte il solo particolare dell'età - che può essere accettabile per un professore universitario e un giudice al culmine di riflessive e stanziali carriere intellettuali, ma risulta sconcertante per un capo missione così impegnato, anche sul campo - lascia interdetti sull'efficienza ed efficacia di un'operazione come quella che sta tentando l'ONU nel Golfo Persico.

Per tutte le ragioni che abbiamo visto, è quindi più che legittimo il sospetto che tutto l'esercizio delle ispezioni non potrà risultare esauriente, completo, profondo e accurato, in grado quindi di confermare o escludere che l'Iraq possieda ancora armi di distruzione di massa e di far decidere per la pace o la guerra.

Gli interrogativi che sorgono a questo punto sono molteplici. Mrs Flemming, portavoce di UNMOVIC a Baghdad, ha dichiarato che "it could take up a year to reach a conclusion about Irak". Perché allora la data del 21 febbraio? Cosa significa tutta questa operazione, dai limiti così evidenti, ma che si è caricata di un significato così pregnante? Nei desideri dei più potrebbe essere propedeutica ad una tipologia di operazioni preventive che dovrebbero impedire le guerre del futuro, almeno quelle che riguardano gli Stati. Ma allora perché organizzarla in modo così superficiale e criticabile?

Di cosa si tratta veramente? Una sceneggiata per vestire di legalismo multilaterale una decisione americana già finalizzata? Una campagna di prospezione intelligence che comunque vadano le cose completerà il quadro già esistente sull'Iraq? Un monito per altri, per dimostrare che la Comunità internazionale è coesa e fa sul serio, e lo fa attraverso passaggi formali simili a quelli di una raccolta di prove inoppugnabili per un procedimento giuridico super partes su scala planetaria, prodromico a qualcosa che piano piano diventerà prassi consolidata?

Tutto questo, o nulla di tutto questo, ma solo fumo negli occhi?

E' evidente che fuori dei veri giochi e delle autentiche strategie è impossibile avere , oggi come ieri, una visibilità completa dei grandi fatti strategici internazionali e dei loro veri significati, in barba alla trasparenza dei processi politici e alla globalizzazione delle informazioni che forse non fa altro che rendere la verità più nebulosa che mai, sommergendola in una cacofonia di informazioni di difficilissima interpretazione.

E' da presumere che in questo caso il significato complessivo della manovra ispettiva sia noto a chi deve sapere. Sorge il sospetto che, come spesso accade in questi defaticanti processi decisionali - e quindi compromissori - delle istituzioni internazionali, le conclusioni dei processi di mediazione abbiano come significato soprattutto quello di essere stati comunque raggiunti, al di là delle conseguenze che comportano. E' quasi la norma di queste operazioni, dalle sanzioni societarie all'Italia aggressiva in Abissinia, a Yalta, a Norimberga, alle innumerevoli disposizioni ONU per la questione israelo-palestinese, alla decisione di procedere contro la Serbia per la NATO, a questa vicenda, infine, delle ispezioni irachene.

Con molto realismo, l'International Herald Tribune del 29 novembre scrive: "Se c'è ancora una chance vera di disarmare pacificamente l'Iraq e evitare l'azione militare, due cruciali condizioni sono indispensabili: le ispezioni ONU devono essere abbastanza intrusive per scoprire i dettagli nascosti dei programmi non convenzionali di Saddam Hussein, e Baghdad deve essere abbastanza cooperativa da disvelare tutti gli elementi dei suddetti programmi…. Se il rapporto iracheno dell'8 dicembre non sarà più onesto di quanto appare dalle dichiarazioni di queste settimane, l'azione militare diventerà inevitabile".

Le tre assunzioni che renderebbero evitabile l'azione militare hanno un tale grado di implausibilità - per le prime due è già acquisito, di fatto; per l'ultima, come abbiamo visto, è difficile ipotizzare altro esito che non sia una indignata dichiarazione di innocenza da parte di Saddam - da far dubitare che tutta questa "operazione" fosse veramente necessaria, almeno nella misura in cui molti l'hanno richiesta. Ma tant'è. Anche i formalismi processuali appaiono spesso assimilabili a sceneggiate. Ma guai non ci fossero.