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| Anno 2002 | |
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Il settore delle PMI della difesa rappresenta la componente militare del più vasto mondo delle PMI nazionali, che forma il tessuto connettivo e forse anche il trave portante dell'economia italiana. Nell'area specifica, le PMI non hanno avuto tradizionalmente lo stesso ruolo e importanza delle omologhe civili, dato che la costituzione e lo sviluppo del comparto ha seguito negli anni un andamento top-down imposto dalla natura centralizzata e statalista dell'attività produttiva militare. L'Amministrazione Difesa ha sempre preferito avere a che fare con interlocutori industriali ben strutturati e di dimensioni adeguate agli impegnativi programmi che dovevano gestire, mentre la grande industria tende a non lasciare mai grandi spazi a chicchessia e cerca sempre, fin quando ci riesce, a minimizzare e a schiacciare il ruolo dei piccoli.
Fino a qualche anno fa, la maggior parte delle attività più importanti di progetto e di produzione veniva svolta "in house", lasciando all'outsourcing le loro fasi meno pregiate - imballaggi, carpenteria, moduli elementari, manovalanza, mattoni, bulloni e viti. Anche le operatrici ecologiche degli stabilimenti erano lavoratori del settore difesa. Si aggiungano le ragioni di sicurezza/segretezza tipiche del comparto e la maggiore facilità a monitorare assunzioni e comportamenti delle maestranze (anche dal punto di vista politico) nel caso di strutture articolate e dotate di tutti gli strumenti necessari alla bisogna. Da qualche anno, in seguito alla metamorfosi epocale seguita al crollo del Muro e alla fine della Guerra Fredda (le Torri Gemelle questa volta non c'entrano), la situazione è completamente mutata. I bilanci militari sono calati drasticamente, la liberalizzazione produttiva si sta facendo strada anche nel campo degli armamenti, gli Stati non sostengono più la propria industria come una volta, e la concorrenza internazionale costringe i vari protagonisti a cambiare la loro natura, mettersi in discussione, dimagrire drasticamente e integrarsi internazionalmente, perdendo rendite, monopoli e privilegi. La grande industria della difesa, anche in Italia, è in crisi e lotta per sopravvivere. I piccoli invece sono stati parzialmente sollevati nel corso del processo descritto da vincoli, tutele e schiacciamenti vari. Riescono ad approfittare con grande flessibilità della globalizzazione di informazioni e tecnologie che si è affermata nel mondo, non hanno posizioni di potere da difendere né masse di occupati da mantenere sul libro paga ad ogni costo. E continuano ad essere sospinti dalla consueta esplosione "bottom up" delle ambizioni prorompenti dei più intraprendenti. Hanno riempito rapidamente le aree abbandonate dalla grande industria in anoressia, e si sono impadronite delle tecnologie più innovative e eterodosse sulle quali la stessa non è stata abbastanza lesta a balzare. In altre parole, le PMI sono diventate importanti, visibili e strategiche. Il mondo si è accorto di loro. Un primo segnale in tal senso è rappresentato, nel contesto nazionale, da un convegno organizzato dall'AIAD, l'Associazione Italiana per l'Aerospazio e la Difesa, che ha avuto luogo a Roma, a Palazzo Salviati, il 4 dicembre. Esso segue un risveglio di interesse che data ormai da qualche anno. Scopo dell'incontro era quello di esaminare le problematiche del settore al fine di elaborare un punto di situazione da sottoporre all'Amministrazione Difesa, al Parlamento e al Governo. E così è stato, nel modo schietto e abbastanza esaustivo che corrisponde all'essenzialità operativa della piccola imprenditoria. In qualche momento, il tono della riunione ha superato il tema specifico per investire tutta la tematica del procurement militare italiano e delle sue prospettive, con accenti di grande interesse. Hanno partecipato all'incontro numerosi rappresentanti industriali e militari di alto livello, e anche, part time, il Sottosegretario alla Difesa, On. Berselli, che ha delega del Ministro Martino sul settore industriale specifico. Egli ha fatto un lungo ed elaborato intervento nel quale è stata affrontata la questione più generale della nuova consapevolezza governativa verso i problemi della difesa e le sue implicazioni di spesa. Se ne accennerà più avanti. Una sintesi degli argomenti trattati scaturisce innanzitutto dagli elementi positivi che si presentano immediatamente. Nonostante la scarsa esposizione e le dimensioni relativamente ridotte del comparto - più o meno quattrocento aziende con circa ottomila addetti, forse più (la stessa indeterminazione dei dati aggregati in possesso delle organizzazione di categoria è un indice eloquente del disinteresse di cui sopra) - le PMI "militari" rappresentano per il complesso militare-industriale del Paese un significativo patrimonio tecnologico e commerciale. E ciò anche per l'avanzato processo di internazionalizzazione che ne caratterizza l'attività, il quale impone standard molto elevati ed esige competenze e integrazioni una volta sconosciute. Senza contare che la diffusione di nuove tecnologie che la globalizzazione comporta introduce economie di scala nei processi di acquisto, favorisce la ricerca continua di nuovi mercati e valorizza le professionalità, tutti fattori intrinseci alle PMI. Esse vantano altri specifici punti di forza, come la flessibilità insita nelle loro dimensioni e nella brevità delle rispettive catene gerarchiche, l'energia e gli "animal spirits" di un management molto coinvolto e spesso protagonista della nascita dell'impresa, il sostegno di consapevoli realtà associative locali, e la capacità di approfittare di margini di manovra esigui. Rappresentata, ad esempio, dall'indipendenza di molti di loro dagli intoppi dell'articolo 18, o dalla possibilità di celare nei bilanci, alla voce "costi", spese di ammodernamento e R&D, in modo che non generino prelievi fiscali (cosa che anche i grandi fanno ma in modo meno sistematico e attento, anche perché sono soggetti ad obblighi di certificazione societaria che molti piccoli non hanno). Ne consegue che anche nel settore difesa e aerospazio viene giudicato sempre valido l'aforisma che "le grandi aziende di domani sono le più competenti, dinamiche e aggressive PMI di oggi". Lo spietato processo di selezione al quale tali realtà vengono sottoposte dal mercato, e anche dalle inefficienze del sistema Italia, favorisce l'emergere darwiniano di soggetti industriali particolarmente agguerriti. Si aggiunga il fatto che tali qualità sono particolarmente congeniali alle caratteristiche professionali dell'imprenditoria italiana di provincia e alla cultura dei distretti locali. Mentre per le grandi Aziende il nostro Paese è molto indietro rispetto alle sue dimensioni ed importanza economica, annoverandone (dalla classifica di "Fortune" del Financial Times) lo stesso numero di Svezia e Svizzera (l'Olanda ne ha molte di più, con meno di un quarto della popolazione italiana), per quanto riguarda i distretti industriali, invece, siamo al primo posto nel mondo, come diffusione, modernità, importanza, fatturato relativo al PIL e incidenza rispetto al complesso delle attività produttive del Paese. Questo fenomeno si verifica anche nelle città "industrial-militari" come quelle rappresentate al convegno - La Spezia, Livorno, Napoli e Roma, in rappresentanza delle undici esistenti - che non brillano tutte per piccola imprenditoria locale ma hanno una indiscussa competenza storica sugli sviluppi dell'industria degli armamenti. Per quanto riguarda gli elementi di debolezza delle PMI militari, essi sono comuni alla categoria e specifici per il settore: · parcellizzazione del comparto e dimensioni ridottissime del 90% di esso (meno di dieci dipendenti, a fronte dei venti in Francia e dei trenta in Germania); · incertezza dei programmi militari e scarsa informazione sugli stessi che perviene alle PMI; · insufficienza degli investimenti, soprattutto in R&D, (derivante anche dal successivo punto); · "apnea finanziaria", dovuta a gravi e sistematici ritardi nei pagamenti (dello Stato, perché le grandi imprese devono pagare i fornitori entro 60 giorni) che rischiano di sopprimere sul nascere molte promettenti realtà imprenditoriali; · tagli indiscriminati che ogni Finanziaria si porta appresso, qualunque sia il colore del Governo in carica (l'ultimo, quello "Salvadeficit" del 2 dicembre, taglia il 15 % di tutti i programmi della PA); · il cosiddetto "credit crunch" che sta interessando le PMI a livello nazionale, cioè la difficoltà nell'ottenere crediti a tassi di interesse confrontabili con il resto del sistema; · modesto gradiente di rigenerazione tecnologica, quando si esaurisce il capitale di innovazione iniziale e le specifiche competenze high-tech acquisite sulle commesse; · mancanza di coordinamento all'interno dei distretti locali fra realtà che insistono sulla stessa composizione merceologica dei prodotti, con un conseguente alto livello di litigiosità nel contesto dei consorzi che vengono formati per far fronte ai grandi programmi di equipaggiamento; · come sintesi di tutto ciò, difficoltà a crescere e a sviluppare le potenzialità, e soprattutto pericolo sempre più incombente che il settore venga fagocitato da realtà estere assai consapevoli del suo valore e determinate al conseguimento di egemonie transnazionali; in tal modo il Paese finanzia le eccellenze che migrano altrove. Molte ombre, quindi, ma anche molte luci, e soprattutto una grande vitalità nonostante le erratiche vicende dei grandi programmi di armamento. Per evitare che le difficoltà riescano a travolgere questo presidio dell'imprenditoria del Paese, soffocando contemporaneamente una delle sue sorgenti di ricchezza ad elevato potenziale strategico, occorrerebbe prendere consapevolezza dei problemi di cui sopra e cercare di progettare alcune iniziative fattibili, e a basso costo, che cerchino di risolverle. Come quelle che sono state avviate a livello locale e nazionale, illustrate al convegno di Palazzo Salviati: · un'attività sistematica di rappresentanza e lobbying presso gli organi nazionali (Governo, Parlamento, A.D.), sul tipo di questa prima iniziativa AIAD; · la costituzione di un tavolo permanente e congiunto di raccordo fra le PMI, le grandi aziende, l'Amministrazione militare, il Governo e il mondo della ricerca tecnologica, università e centri specializzati, in uno spirito di cooperazione che faccia superare l'antico riflesso antipatizzante della classe dirigente del Paese nei confronti di tutto ciò che attiene alla sfera del militare; · l'accelerazione e l'irrobustimento budgetario del Piano di Ricerca Militare Nazionale che Segredifesa ha avviato da un paio di anni e che mira a favorire l'innovazione tecnologica attraverso piccoli sviluppi R&D mirati, a beneficio anche di realtà aziendali non grandi, con una ripartizione paritetica dei costi fra Difesa e industrie; · l'avvio a risoluzione del problema dei ritardi nei pagamenti e dell'anemia finanziaria, costringendo la PA agli stessi comportamenti virtuosi che essa pretende dalle imprese e dai cittadini e prevedendo strumenti di finanziamento particolarmente idonei alle PMI, sul tipo di quelli operanti i quasi tutti gli altri Paesi dell'Unione Europea; strumenti che a volte inducono le PMI italiane ad aprire filiali in tali Paesi solo per poterne usufruire; tali meccanismi evitano ovviamente di coinvolgere, oltre il fisiologico, il sistema delle garanzie personali vigente in Italia, che appartiene ad un epoca paleo-capitalistica e pare fatto apposta per scoraggiare qualsiasi assunzione di rischio; · il miglioramento delle tecniche imprenditoriali e consortili locali, insegnando agli addetti ai lavori i trucchi del mestiere del settore difesa; · l'apertura alle sollecitazioni che provengono dal mondo militare, relativamente alla necessità di essere competitivi e di assicurare il ritorno di quel "best value for money" che è diventata la parola d'ordine dello stesso mondo, approfittando anche delle interessanti e vaste opportunità che si stanno aprendo nel crescente ricorso della stessa Amministrazione all'outsourcing globale. E' stato fatto presente dagli Alti ufficiali presenti che la fine della leva provocherà un ricorso generalizzato alle competenze esterne da parte delle FFAA, anche in settori una volta impensabili, come la sorveglianza delle installazioni militari - basi, aeroporti, caserme - la formazione, l'addestramento, la simulazione, la gestione poligoni, il rimorchio bersagli, le relazioni esterne, gran parte delle funzioni amministrative, etc. Ossia tutte le funzioni di supporto non direttamente connesse con l'attività operativa sul campo. Esse hanno un valore aggiunto molto più elevato del consueto appalto esterno della logistica di base (manutenzioni, leasing, ristorazione, pulizie, fornitori, etc) e presuppongono competenze sofisticate, analogamente a quanto avviene nelle Nazioni che hanno percorso per primi la strada delle FFAA professionali. Si tratta di un mercato ragguardevole, che rappresenta la nuova frontiera del procurement militare ma non presuppone il raggiungimento dei limiti nei vari stati dell'arte. Infine la parola del Governo, con l'intervento del Sottosegretario Berselli che ha chiuso il convegno. Dopo i complimenti di rito e il "continuate così, siete sulla buona strada", è stato affrontato il tema cruciale dei finanziamenti per la Difesa. In questi ultimi mesi il Governo avrebbe preso piena consapevolezza dell'importanza dello strumento militare, impegnandosi in sede interalleata - atlantica (summit di Praga) ed europea - a far sì che al termine della legislatura l'Italia raggiunga quell' 1,5 % del PIL di budget Difesa che è obbligatorio per tutti i Paesi delle due Alleanze che vogliano avere una qualche voce in capitolo in materia strategica. Una "conditio sine qua non" per sedersi ai tavoli giusti. Lo stesso Governo non ha potuto ancora dare seguito alle intenzioni in tal senso espresse già in campagna elettorale per il peso dei debiti accumulati dalla finanza pubblica in passato e - con tutta franchezza - perché non aveva ancora acquisito piena coscienza dell'importanza delle spese militari nel contesto internazionale. L'impegno assunto - è stato affermato - non sarebbe più del solo dicastero di via XX settembre, ma del Governo nella sua totalità e del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in particolare. Rispondendo a una espressa richiesta di autorevoli rappresentanti industriali di confermare, quindi, che il Governo intende aumentare del 50% il bilancio della difesa nei prossimi tre anni - è questo il significato del passaggio all'1,5% - l'Onorevole Berselli ha risposto affermativamente e senza esitazioni. L'uditorio ha preso atto con circospetta soddisfazione della sua dichiarazione. La cautela nasce dall'esperienza pregressa e dalla consapevolezza della difficoltà che un dicastero possa aumentare in un triennio le sue assegnazioni di un valore relativamente così cospicuo, senza scatenare da parte delle altre amministrazioni una emulazione difficilmente sostenibile dalle finanze del Paese. D'altra parte la sede nella quale questa autorevole dichiarazione è stata confermata era pubblica (anche se i media non erano rappresentati) e altamente qualificata, con tutte le implicazioni connesse. |