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| Anno 2002 | |
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A parte la conferenza UE Copenaghen, la settimana internazionale che si è conclusa è stata caratterizzata da un argomento fondamentale, suddiviso geograficamente e funzionalmente in svariati sottocapitoli: si tratta della proliferazione delle armi di distruzione di massa che ha governato i più recenti avvenimenti della vicenda nordcoreana, yemenita, iraniana e irachena, con importanti riflessi negli Stati Uniti, all'ONU e in Russia. La particolarità della settimana è costituita dal crescente grado di interrelazione fra vicende differenti distanti fisicamente migliaia di miglia e appartenenti a matrici politico-culturali del tutto eterogenee, segno che la globalizzazione è diventata un fenomeno permanente anche nella tecnologia e strategia militare.
Iniziamo dalla questione nordcoreana, che si sta manifestando chiaramente come la "madre di tutte le proliferazioni" e supera ogni altra per il grado di pericolosità oggettiva - ad eccezione forse di quello che potrebbe rappresentare il Pakistan nucleare, megademografico, filo-fondamentalista e furiosamente indofobo se l'esperimento modernizzatore di Musharraf dovesse fallire - e l'assenza di prospettive realistiche per una risoluzione positiva. Il governo di Pyongyang ha deciso giovedì 12 dicembre di riattivare il reattore nucleare ad acqua pesante di Yongbyong, che produce come sottoprodotto cinque chili di plutonio all'anno (due-tre bombe A), spento nel '94 in seguito all'accordo con USA, Corea del Sud e Giappone che garantiva due innocui impianti ad acqua leggera e mezzo milione di tonnellate di olio combustibile alla vigilia di ogni inverno. Gli ispettori dell'ONU che monitorizzano da allora l'impianto e le ottomila barre di vecchio combustibile processato che vi sono stivate (dalle quali si possono ricavare decine di bombe a fissione) sono stati invitati a lasciare il Paese, portandosi via i loro impianti di sorveglianza, come riferisce l'International Herald Tribune del 14 dicembre. La ragione ufficiale della mossa risiede nella necessità di ovviare alle conseguenze dell'interruzione delle forniture energetiche americane avvenuta in seguito all'ammissione, un paio di mesi fa, da parte dei dirigenti nordcoreani, di aver arricchito clandestinamente per anni qualche decina di chili di uranio 235 a scopo "preventivo". Per equipaggiarsi cioè di qualche bomba difensiva contro quello stesso egemonismo americano che ogni stagione salvava dal gelo tre o quattro milioni di sudditi di Kim. Ne abbiamo parlato esaurientemente da queste pagine il 27 ottobre. La ragione ufficiosa è di continuare lo spregiudicato ricatto di sempre su Washington, Tokio e Seul per ottenere il ripristino delle forniture e forse un cadeau aggiuntivo in grado di salvare il Paese dalla bancarotta che si profila inesorabile, di dimensioni adeguate ai kilotoni che sono sospesi sulla regione. Utilizzando in questa manovra tre elementi a favore di Pyonyang: - la potenza militare nordcoreana, che rende improponibile qualunque ipotesi di ritorsione seria, cioè un'invasione da sud che determini un rovesciamento del regime; sarebbe possibile solo un attacco aereo chirurgico contro gli impianti, sul tipo di quello evitato all'ultimo momento nel '94, che però è tutt'altro che risolutivo, dato che gli stessi impianti sono dispersi e in gran parte sotterranei; senza contare che non si elimina con le bombe intelligenti l'intelligenza e il know how di centinaia, o forse migliaia di scienziati e ingegneri che sanno come maneggiare il nucleare e non lo disimpareranno di certo; - la distrazione americana su bin Laden, il terrorismo e l'Irak, che impedisce di ipotizzare qualsiasi rafforzamento del dispositivo statunitense nella penisola coreana oltre quel velo simbolico di oggi; esso serve solo a garantire il coinvolgimento dei GI nel caso di un non così inverosimile attacco nordocoreano, e quindi l'intervento massiccio degli Stati Uniti se ciò dovesse verificarsi; il Presidente Bush è stato richiamato a un atteggiamento più fermo da parte della stampa del suo Paese (per esempio, dal Washington Post del 14 dicembre), ma è noto a tutti che il Pentagono non è in condizioni di condurre due guerre simultanee "pesanti" come sarebbero quella contro Saddam Hussein e il regime di Pyongyang; una guerra contro la Corea del Nord impegnerebbe un dispositivo maggiore di quello di Desert Storm nel 91, e non rimarrebbe gran ché per una sua riedizione 2002 o 2003; - la circostanza contingente delle elezioni sudcoreane; queste ultime si terranno il 19 dicembre prossimo in un clima di crescente anti-americanismo, nonostante il candidato conservatore Lee Hoi Chang sia portatore di una linea di maggior fermezza verso il turbolento fratello settentrionale; o forse proprio per questo; un irrigidimento americano, per non parlare di un attacco preventivo, farebbe il gioco di quei nazionalisti sudcoreani - e non sono pochi - che desiderano il completo disimpegno statunitense dalla Penisola, in vista di una sua "finlandizzazione" postdatata mirata ad una riunificazione a condizioni molto favorevoli alle richieste del Nord; riunificazione che creerebbe un colosso asiatico di quasi ottanta milioni di abitanti, dotato di armi nucleari, missili allo stato dell'arte e avanzata tecnologia occidentale, costringendo il Giappone a un riarmo serio e destabilizzando tutta l'Asia settentrionale. Lo stesso argomento delle elezioni è stato usato dai dirigenti di Pyongyang in modo strumentale verso gli stessi Stati Uniti, a proposito dell'incidente del loro cargo intercettato da fregate spagnole al largo dello Yemen, un altro grave episodio di proliferazione. Dopo essere stata seguita dalla ricognizione satellitare americana da quando aveva lasciato il Mare della Cina, la nave è stata abbordata e ispezionata da cima a fondo da incursori del "Tercio" imbarcati su unità navali dell'Armada integrate nel dispositivo antiterrorismo dell'Oceano Indiano. Sono stati trovati 15 missili Scud nuovi di zecca nascosti sotto un carico di sacchi di cemento. Tutta la vicenda è stata sbandierata dal governo nordcoreano come una provocazione americana volta ad influenzare l'esito elettorale sudcoreano e rafforzare Lee Hoi Chang. Al di là dell'inconsapevole umorismo dei dirigenti di Pyangyong - rafforzato da una vibrata protesta ufficiale della Corea del Nord contro la Spagna, con tanto di richiesta di scuse e indennizzi per le violenze psicologiche esercitate nei confronti dell'equipaggio - è stato dimostrato in modo plateale come, nonostante tutti i divieti, le interdizioni, le "moral suasion" della comunità internazionale, il nuovo clima fraterno fra le Grandi Potenze e quant'altro, non si riesca sostanzialmente ad impedire continui e incessanti episodi di contrabbando (o trasferimento lecito, come nel caso considerato) di armi letali, nei quali, molto spesso, la Corea del Nord si trova implicata, per un verso o per l'altro. Se sulle ogive di tutti questi Scud o Nodong, che vengono scambiati da un punto all'altro del pianeta, venissero montati i risultati degli sforzi tecnologici dei fecondi ingegneri nucleari, biologici e chimici pakistani, nordcoreani, irakeni, iraniani, siriani, libici, ex sovietici di varia etnia e occidentali prezzolati, e il tutto arrivasse nelle mani sbagliate, il rogo delle Torri Gemelle potrebbe sembrare un innocuo falò. Non è difficile che ciò si verifichi, come si è visto. Basta mettere insieme le parti dei vari puzzle. Per ogni cargo intercettato c'è da chiedersi quante decine di navi transitano con qualche contrabbando NBC a bordo, insieme a TIR, pescherecci, yachts, vagoni ferroviari, sgangherati aerei di quarta mano e quant'altro, senza correre rischio e con lauti ritorni per i trafficanti e gli armatori. Accade sovente che un natante fermato in acque internazionali venga rilasciato con molte scuse e imbarazzi, come è successo agli spagnoli, che si sono sentiti "usati" dagli americani, e forse non a torto, dato che non si capisce perché questi ultimi non si siano cavati le castagne dal fuoco da soli essendo a conoscenza da giorni della rotta probabile del cargo. La legislazione internazionale non consente di requisire carichi di armi convenzionali in alto mare diretti verso Paesi non sospetti se la nave e le sue carte sono in ordine. L'unica ragione che lo renderebbe possibile è se essa esercitasse il traffico di schiavi o effettuasse disturbo di trasmissioni radioelettriche. La normativa ha bisogno urgente di un adeguamento alle condizioni del mondo di oggi ma gli interessi contrastanti lo impediscono. Non parliamo poi se la stessa nave appartiene a Paesi amici e alleati, come nel caso specifico. Si tratta degli stessi Paesi che talvolta consentono che i loro armamenti prendano le vie più impensate, per complicità ideologica, propensione alla corruttela dei loro funzionari o semplice incapacità di una sorveglianza efficace. E' successo proprio agli yemeniti a proposito dei missili portatili SA-7 che sono stati usati nell'attentato di Mombasa contro un aereo della El Al, dopo essere stati rubati dai permeabili magazzini di San'a, come riferisce l'International Herald Tribune del 13 dicembre. Le parti dei puzzle di cui sopra hanno le più svariate matrici, come stanno verificando in queste settimane gli ispettori dell'ONU e dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica in Irak. I 900 siti e più che dovrebbero ispezionare dimostrano quanto sia esteso il tessuto connettivo di stabilimenti e fabbriche delle armi di distruzione di massa in un Paese che tutto sommato è del Terzo Mondo, anche se fra i più avanzati. C'è da chiedersi quanti potrebbero essere dove lo sviluppo industriale è più corposo. Se Baghdad è in grado di riempire casse di schemi e documenti tecnici (per 12000 pagine, pare) da mandare all'Onu, cosa potrebbe fare la capitale di un grande stato a maggiore industrializzazione? Come l'India, un tempo emblema di laicità e della tolleranza, che continua nel suo specifico percorso di radicalizzazione ideologica, verso un fondamentalismo speculare a quello islamico (e ancora più nucleare) dimostrato anche dal risultato di questa settimana delle cruciali elezioni nel Gujarat, vinte alla grande dai partiti integralisti indù. O l'Iran, nei confronti del quale il Le Monde del 13 dicembre parla di nuove accuse americane nell'allestimento di piani per una seconda centrale nucleare da 1000 megawatt, dopo quella in costruzione a Buchehr, oltre che di nuove istallazioni atomiche a Natanz e Arak. Il ministro della difesa israeliano Ben Eliezer sostiene che Teheran avrà la Bomba entro il 2005. Stupisce che qualcuno si stupisca, ammesso che ci sia. Si può pensare che uno dei più importanti quattro o cinque imperi storici dell'umanità stia a guardare pasticciati e recenti vicini che si dotano di ordigni spaventosi senza far niente? Non godendo delle protezioni delle quali altri usufruiscono (che peraltro rifugge per orgoglio nazionale), ma anzi essendo in rotta con il più importante dispensatore di esse? Il problema non è il "se", ma è il "quando", in questo ed altri casi analoghi di Paesi importanti e fieri che si sentono respinti ai margini della comunità internazionale, a torto o ragione. Brasile, Argentina e Sudafrica hanno rinunciato all'armamento nucleare ma solo quando si sono sentiti di nuovo nel novero degli accettati, oltre a non avere più autentici motivi per armarsi in tal modo. E comunque si trattava sempre di "Occidente", di rami un po' minori della stessa famiglia arborea. Si può anche essere certi che i limiti dell'"intrusionismo" internazionale che si sta manifestando nella vicenda irachena, con le sue ipocrisie, i suoi costi, e la sua dubbia efficacia (limitata forse al solo nucleare, che lascia tracce corpose) renderanno assai arduo per il futuro la ripetizione di un'esperienza simile a quella delle ispezioni irakene. Esse stanno provocando una quantità di imbarazzi e di scivoloni, non ultimo l'episodio del "ratto" americano della prima copia del rapporto di Baghdad pervenuto lunedì 9 a New York, dovuto alla premura del Pentagono nell'evitare oneri eccessivi al Palazzo di Vetro nel leasing di fotocopiatrici. Imbarazzo, quest'ultimo, che si somma con quello determinato dalla pubblicazione di indiscrezioni giornalistiche sulla determinazione della Superpotenza ad usare l'arma nucleare contro chi l'attacchi o solo la minacci seriamente con armi biologiche e chimiche. Anche qui si stupisce chi si vuole stupire, e magari non ha mai prestato attenzione alla dottrina del Pentagono sulla deterrenza, che recita le stesse cose da almeno cinquant'anni. Compresa quella equipollenza fra nucleare e bio-chimico che tanto ha sdegnato Liberazione. Non è chiaro a chi possono servire veramente tutti questi strani balletti confusi e un po' ipocriti. A Saddam Hussein, sicuramente, che tutto sommato gioca le sue carte come l'esperto pokerista che ha dimostrato di essere. Forse anche all'Amministrazione americana, per ritardare una guerra che essa per prima non vuole troppo presto e lontana dalle cruciali elezioni del 2004, come scrive Julian Borger sul Guardian dell'11 dicembre: "Il fato di Bush padre dimostra che non paga vincere una guerra molto in anticipo rispetto ad un'elezione. La gloria della vittoria impallidisce rapidamente". L'argomento viene ripreso da Tony Caron su Time, che titola: "Perché gli USA sono costretti ad aspettare sull'Irak", sottotitolando "Finchè Saddam coopera e gli ispettori non trovano il famoso "smoking gun" o la prova di una menzogna macroscopica sarà difficile guadagnare l'appoggio ONU per una guerra". E ancora. "L'Amministrazione può permettersi di aspettare, perché non ha ancora completato i preparativi per l'invasione. Ma il periodo ottimale per l'operazione sarà non più tardi dei primissimi mesi del 2003, ed è tutt'altro che probabile che il Team ONU abbia un'opinione consolidata sui programmi iracheni prima della data ultimativa di febbraio". Se marzo scapola, le operazioni nel deserto iracheno, a 50°, diventano impossibili, soprattutto per chi indossa mute NBC in neoprene. Se ne riparlerebbe in autunno, con una visibilità ottimale per le elezioni presidenziali americane, ma a qual punto… Vi sarebbe lo stesso consenso interno per la guerra inevitabile? Sarebbe possibile tenere la tensione dell'opinione pubblica americana sufficientemente alta da giustificare Desert Storm II? Quanti (e quali) alleati terrebbero fede ai loro esili impegni? Se l'economia peggiorasse, o si verificassero altri attentati terroristici di massa, come preconizzato con un alto grado di probabilità dalle autorità federali, non potrebbero subentrare altre priorità? Come la mettiamo con l'etica e la moralità? Che messaggio verrebbe trasmesso al mondo? Quello delle fotocopiatrici di cui sopra? In attesa di responsi, gli Stati Uniti stanno predisponendo le misure per una vaccinazione di massa antivaiolosa della loro popolazione annunciata giovedì 12. Fino a dieci milioni di persone, cominciando da cinquecentomila militari e altrettanti addetti alla sanità; a seguire tutti gli impiegati pubblici. La misura ha una valenza preventiva sia nei confronti di offensive batteriologiche esterne che di attentati interni, rispettivamente fondamentalisti e suprematisti. Un attacco col virus del vaiolo avrebbe effetti devastanti, perché la gran parte degli americani, quelli con meno di cinquant'anni, non è più vaccinata. Occorre precisare che fino ad ora la sola esperienza americana pregressa in materia è relativa alla nota vicenda dell'antrace spedita per posta, che era stata prelevata dai laboratori dell'US Army. Essa si somma alla curiosa fornitura di antidoti di gas nervini che case farmaceutiche americane hanno venduto all'Irak negli ultimi anni. Insomma, la vaccinazione parrebbe aver niente a che fare con la vicenda irakena, o solo indirettamente, se si da credito al Guardian del 13 dicembre che parla di possibili forniture di gas VX irakeno ad Al Qaeda attraverso quel confine con la Turchia che dovrebbe essere presidiato come il Muro di Berlino o quasi. Per quanto riguarda i dispositivi militari, una delle notizie della settimana è che la portaerei "Lincoln" ha lasciato il Mare Arabico e se ne sta tornando a casa, a Norfolk, Virginia. Proprio perché allo scoppio di ogni crisi i Presidenti americani tradizionalmente chiedono con ansia "ma dove sono le portaerei?" Secondo la più desueta memorialistica washingtoniana, sembra inverosimile che si rinunci, alla vigilia di una guerra, a un Carrier Battle Group, un terzo delle risorse aeronavali presenti nella periferia dell'Irak. Più che uno scetticismo recente della US Navy sulla possibile prossima campagna, si potrebbe trattare dell'effetto di un noto decreto legislativo del Congresso che limita a 180 giorni la dislocazione di una unità navale oversea, salvo guerre in corso o gravissime emergenze. Evidentemente nessuna delle due è in vista per le prossime settimane. A dispetto di tutto il dispiegamento di mezzi, generali a quattro stelle e Segretari alla Difesa, che ha preso il via lunedì scorso ad As Sayliyah, nel Qatar, nelle grandi manovre con le quali il CENTCOM vuole dimostrare a Saddam di essere pronto a chiudere il conto con lui, ai sauditi di poter fare a meno delle loro basi, ai 65000 militari angloamericani presenti in zona che l'ora fatale sta per scoccare e agli esitanti arabi - e forse anche al citato Iran - che l'America fa sul serio. Fra gli esitanti arabi non sembra compreso quel Presidente (e promettente) Assad figlio che ha aspramente rampognato Bush per la sua politica mediorientale in una intervista del 13 dicembre sul Times, concessa in occasione della sua imminente visita di stato nel Regno Unito, la prima di un leader siriano. Anche se la critica ha toni giustificatori per i terroristi suicidi palestinesi, definiti "martiri", e potrebbe scaturire soprattutto dal desiderio di farsi perdonare dai suoi confratelli il voto favorevole alle ispezioni irakene dato in Consiglio di Sicurezza (spiegazione cerchiobottista), la profondità delle sue argomentazioni appare notevole e tutto sommato costruttiva, soprattutto se messa in relazione con il citato voto all'ONU. Si potrebbe trattare del segnale di una nuova consapevolezza da parte delle correnti più laiche e aperturiste dell'Islam. E' importante che sia stato il leader siriano a farsi avanti e a rientrare nel gioco diplomatico internazionale dal quale il suo sdegnoso genitore aveva finito per estromettere il suo Paese. Il mondo arabo è troppo in crisi perché la laica e relativamente civile Siria si possa permettere l'isolazionismo. |