Anno 2003

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ONU, NATO, UE: come uscire dalla crisi

Franco Apicella, 5 giugno 2003

Le tre maggiori istituzioni internazionali stanno cercando, ciascuna a modo suo, di uscire dalla crisi in cui sono precipitate in occasione della campagna condotta da USA e Regno Unito contro il regime di Saddam.

L'ONU lo ha fatto con la recente risoluzione grazie alla quale viene tolto l'embargo all'Iraq. La realtà dei fatti (avere consegnato il paese alla coalizione vincitrice senza precisi vincolo di tempo) non ha turbato più di tanto le coscienze storicamente anti-americaniste, dalle quali la risoluzione è stata invece presentata come un ritorno alla centralità delle Nazioni Unite.

La più affollata delle istituzioni internazionali continua così ad assolvere il compito di ammortizzatore virtuale di pressioni e tensioni che si scaricano in altri luoghi. Quando poi tutto nella sostanza è stato risolto, gli esiti confluiscono per la ratifica nel Consiglio di Sicurezza.

Diverso è il percorso seguito dalla NATO, che sarebbe stata comunque ignorata dalla coalizione USA-UK nella campagna contro l'Iraq anche senza i penosi tentennamenti sul supporto preventivo da fornire alla Turchia con Patriot e AWACS. Il modo in cui sono state condotte le operazioni - lo si è visto ancor meglio a posteriori - richiedeva concezione e strumenti che non sono ancora alla portata della struttura di comando e controllo dell'Alleanza.

Con prudenza e pragmatismo, forse anche un po' di sana umiltà, Lord Robertson sta ora cercando di ritagliare per la NATO un ruolo in Afghanistan e in Iraq: il presidente Putin si è detto favorevole a cooperare con l'Alleanza nel caso questa assuma la responsabilità di ISAF ed "Enduring Freedom" in una loro possibile futura convergenza; il Segretario Generale, dal canto suo, ha offerto alla Polonia l'appoggio dell'Alleanza nel compito di gestione di uno dei settori in cui è stato diviso l'Iraq.

Non è molto per una istituzione che in altri momenti si era assunta davanti al mondo l'onere e la responsabilità di affrontare Milosevich nel Balcani. Ma evidentemente Lord Robertson, dopo avere con accortezza rifiutato un secondo mandato, vuole lasciare al suo successore un testimone non del tutto privo di peso.

In questo contesto si inserisce un altro rifiuto, quello del Ministro Martino. La sua nomina ottenuta con il consistente supporto degli USA avrebbe avuto un effetto di marginalizzazione della vecchia Europa, quanto meno sul piano psicologico. Il suo compito si sarebbe reso quindi ancor più arduo in uno scenario in cui, nonostante le strette di mano di S. Pietroburgo e di Evian, molto resta ancora da ricostruire.

Nell'economia generale, la scelta del Ministro Martino appare quindi condivisibile, anche se resta il rammarico per una possibilità mancata per l'Italia e il dubbio che questo gesto possa essere interpretato come tendenza atavica della nostra politica estera al compromesso, che vuole così evitare di indispettire alcuni alleati europei, in primis la Francia.

Certamente a questo punto la scelta di un nuovo candidato alla successione di Lord Robertson sarà molto indicativa sul futuro dell'Alleanza; una decisione coraggiosa potrebbe essere quella di affidare il mandato a uno dei nuovi paesi membri, ma forse questo non si addice al clima di pragmatismo e di prudenza che sembra oggi regnare nella NATO.

Nell'Unione Europea invece si continua a respirare la solita aria di velleitarismo. Ci sono volute settimane, se non mesi, per rilevare dalla NATO la condotta delle operazioni, poco più che marginali, in Macedonia e ora viene annunciata l'assunzione di responsabilità della missione ONU nella Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire), uno degli scenari più difficili e sanguinosi, in cui finora si sono registrati praticamente solo fallimenti in ogni tipo di ingerenza militare e forse anche umanitaria.

E' pur vero che se si vuole acquistare credibilità prima o poi bisogna mettersi alla prova, ma forse non era necessario iniziare dalla prova del fuoco, come potrebbe rivelarsi quella del Congo. La Francia probabilmente - e per ovvii motivi - investirà molto in questa missione, non va però dimenticato che al momento il posto di Vice Comandante delle forze ONU in Congo è assegnato all'Italia.

Se questa posizione dovesse essere confermata anche nella nuova struttura a guida UE, l'Italia dovrà prepararsi a fare la sua parte e attingere ulteriori risorse dall'apparato di difesa, già pesantemente impegnato nelle molte altre missioni all'estero.

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