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| Anno 2003 | |
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La conferenza dei paesi donatori a favore della ricostruzione in Iraq svoltasi a Madrid il 23-24 ottobre ha ottenuto risultati soddisfacenti, forse anche insperati. Sono stati raccolti circa 33 miliardi di dollari, di cui 20 offerti dagli USA, a fronte di una esigenza globale stimata dagli stessi USA e dalla Banca Mondiale in 56 miliardi di dollari.
Il risultato è stato propiziato tra l'altro dal voto unanime sulla recente risoluzione 1511 dell'ONU che, senza troppo forzare la mano agli USA sul passaggio dei poteri alle autorità irachene neo-costituite e di prossima costituzione, lascia sostanzialmente al Pentagono il comando delle operazioni militari. La concessione tuttavia potrebbe rivelarsi alla lunga un'arma a doppio taglio, stante l'indissolubile rapporto tra comando e responsabilità e la tendenza a invocare quest'ultima quando le cose si mettono male. Sul piano militare Saddam Hussein o chi per lui sta realizzando una vera e propria operazione del tipo "stay behind". La tipologia degli attentati, i sistemi d'arma e le tecniche usate indicano chiaramente che nella palude irachena si muovono molti professionisti militari oltre ai terroristi. Anche alcuni obiettivi, come l'elicottero Black Hawk, l'hotel Rashid dove alloggiava il sottosegretario alla difesa Wolfowitz e la sede della Croce rossa internazionale, fanno pensare a una logica di contrasto diretto alle forze armate USA e a tutto ciò che riguarda la ricostruzione di una qualsiasi autorità. Il problema militare dunque non è affatto vicino alla soluzione e la strada al momento più redditizia sembrerebbe quella di far cadere la resistenza armata dei fedelissimi di Saddam in maniera indiretta attraverso manovre politiche. Gli USA si sono accorti che il loro obiettivo di cambiare gli equilibri politici nel medio oriente allargato attraverso un drastico cambiamento di regime in Iraq non è più perseguibile. Si tratta ora di uscire se non a testa alta almeno in maniera non disonorevole da una situazione di stallo che non fa comodo a nessuno, neppure a chi fin dall'inizio ha contrastato la guerra voluta dal Pentagono. Per stabilire a Bagdad un governo iracheno credibile in primo luogo per gli iracheni stessi sarà necessario fare molte concessioni, soprattutto alla maggioranza sciita fortemente legata al vicino regime iraniano. Indirettamente quindi non si potrà essere inflessibili con l'Iran e questo è stato forse il senso del viaggio dei tre ministri degli esteri europei - Francia, Germania e Regno Unito - che il 21 ottobre sono riusciti a mediare con Teheran una soluzione accettabile all'ultimatum posto dall'agenzia per l'energia atomica delle nazioni Unite (AIEA) per la fine del mese. L'Iran si è dichiarato disponibile a sospendere la produzione di uranio arricchito e a presentare entro il 20 novembre la documentazione sul suo programma nucleare chiesta dall'AIEA. E' interessante notare come il ministro russo Ivanov abbia dichiarato che la Russia continuerà a cooperare con l'Iran nel settore nucleare in stretta osservanza dei vincoli internazionali. Gli USA dal canto loro per bocca del portavoce del Dipartimento di Stato Adam Ereli negano che ci sia stata una qualsiasi concessione all'Iran da parte dei ministri europei. Come spesso accade nel linguaggio politico, questo potrebbe significare che è avvenuto esattamente il contrario. Il risultato che gli USA potranno incassare sarà un Iran non più incalzato sul nucleare e quindi disponibile a usare i suoi buoni uffici con gli sciiti iracheni e a convincerli a collaborare con l'amministrazione provvisoria di Bremer per raggiungere la tanto sospirata normalizzazione. Sarà tuttavia una normalizzazione diversa da quella immaginata dagli USA, più simile forse a quella di cui si parla ne Il Gattopardo: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Il ritorno allo statu quo non sarà il vero End State, ma molto probabilmente rappresenta la speranza segreta di alcuni paesi arabi. Le certezze affannosamente inseguite dalla politica occidentale non fanno parte della cultura del mondo arabo, che predilige invece il funambolismo delle promesse date e non mantenute o le opportunità da cogliere nelle situazioni più impensate come quella attuale in Iraq. Così, Arabia Saudita, Siria, Giordania, solo per citare alcuni casi oltre all'Iran, mantengono un atteggiamento apparentemente attendista ma nella sostanza mirato a ogni possibile tornaconto. Perfino la Turchia raffredda i suoi entusiasmi e per bocca del primo ministro Erdogan si dice non più "insistente" nella sua offerta di inviare truppe in Iraq. Anche questo potrebbe giovare agli USA che, pur alla ricerca affannosa di rinforzi, sanno benissimo che le unità turche sarebbero un problema più che una soluzione. Le alchimie della politica, a questo punto indispensabili per uscire dalla palude irachena, hanno in ogni caso tempi diversi da quelli della guerriglia e del controllo del territorio. Lo stesso Rumsfeld in un articolo sul Washington Post di domenica 26 ottobre parla della necessità, in precedenza sottovalutata, di vincere la guerra delle idee mentre le forze armate fronteggiano la minaccia terroristica. Sarà inevitabile per l'amministrazione USA continuare a giocare in contemporanea la partita politica e il confronto militare con i fedelissimi di Saddam; il tutto sullo scenario sempre più vicino e condizionante delle prossime elezioni presidenziali. |