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| Anno 2003 | |
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Il primo ministro giapponese Junichiro Koizumi è intenzionato a presentare entro il 2005 una proposta di revisione della costituzione promulgata nel 1947 all'epoca dell'occupazione alleata e in base alla quale il Giappone rinunciava a costituire proprie forze armate. In realtà il Giappone dispone già di una Self Defence Force (SDF) forte di circa 250.000 uomini, articolata nelle tre componenti tradizionali - terrestre, marittima e aerea - e istituita nel 1954 per trasformazione della preesistente National Police Reserve.
Il problema maggiore sta nei vincoli di impiego di queste forze, che attualmente non sarebbero legittimate neppure alla partecipazione a operazioni di peace-keeping sotto l'egida dell'ONU. Tuttavia, già dalla fine del 2001 il Giappone ha fornito supporto navale non bellico (rifornimento e trasporto) alle forze anglo-americane che operavano nel Mar Arabico e lo scorso mese di ottobre altre tre navi della Maritime Self Defense Force con 600 marinai a bordo sono state inviate nell'area prolungando la missione di ulteriori sei mesi. A conferma delle sue intenzioni, proprio alla vigilia delle recenti elezioni, il premier Koizumi ha deciso, oltre allo stanziamento di 5 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iraq, l'invio entro la fine dell'anno di un primo contingente di 150 uomini cui seguiranno agli inizi del 2004 altri 550, tutti da impiegare in compiti umanitari. A giudicare dai risultati della consultazione elettorale, la mossa del premier non ha turbato più di tanto l'opinione pubblica. La rigorosa neutralità giapponese è stata per decenni una certezza negli equilibri geopolitici in estremo oriente. Lo sviluppo industriale e commerciale ha fatto del Giappone un gigante dell'economia, ma la sua dimensione politica e ancor più quella militare sono rimaste pressoché irrilevanti. La cosa non turbava più di tanto nei decenni del confronto bipolare, ma oggi anche in estremo oriente si avvertono le conseguenze di un diverso ordine - o disordine - mondiale. La Cina, dopo essersi avviata all'economia di mercato, pensa di ammodernare le sue forze armate; l'India stringe forti legami con l'industria militare israeliana con il tacito assenso degli USA; la Corea del Nord insiste con la minacciosa altalena del suo programma di riarmo nucleare. L'ombrello militare degli USA è sempre presente, ma non è detto che possa chiudersi come forse accadrà nell'Europa occidentale, soprattutto in Germania. La risposta di Koizumi a questi nuovi scenari appare quindi motivata. Stanno venendo a mancare quei presupposti che permettevano al Giappone di pensare solo in termini economici, ritenendo sufficiente presentarsi sulla scena mondiale attraverso la borsa di Tokio. Anche la crisi dell'economia ha forse indotto al ripensamento, evidenziando come il ruolo di un paese, soprattutto il suo potere contrattuale rispetto alla comunità internazionale, risulta inefficace se non viene sostenuto da una adeguata politica estera nella quale ovviamente è compresa anche una capacità di presenza militare significativa. Tecnicamente la trasformazione della Self Defence Force in un tradizionale strumento di difesa non dovrebbe essere un problema. Uno degli obiettivi certamente sarà la partecipazione alle missioni internazionali - ONU e non solo - visto quanto sta per accadere con l'Iraq. E' ipotizzabile anche che il nuovo strumento di difesa giapponese venga calibrato anche in funzione della minaccia nordcoreana ma forse, prima di questo passaggio, si dovrà tenere conto delle reazioni internazionali al nuovo corso della politica militare giapponese. A dire il vero le prime reazioni sono già arrivate dagli USA e sembrano improntate a una certa diffidenza. E' indicativo a tal proposito il titolo di un articolo di Alexandra Starr per il Christian Science Monitor: "Beware a more muscular Japan". Si teme che un Giappone più forte possa entrare nel novero di quei partner degli USA che, proprio in virtù della loro forza, in alcune occasioni sono portati a dire di no al grande fratello americano. L'allusione alla Germania è abbastanza esplicita. Non vengono risparmiate critiche anche alle decisioni di Koizumi in campo monetario: lo yen mantenuto debole è una manna per gli esportatori giapponesi e si traduce in perdite di posti di lavoro negli USA i cui prodotti sono penalizzati. Ma contro queste ragioni dell'economia la politica può metterne in campo altre. Il Giappone rappresenta pur sempre la più solida certezza su cui gli USA possono contare in uno scacchiere stretto tra la minaccia nucleare nordcoreana, l'incognita Cinese e il contagio del terrorismo di matrice islamica nelle Filippine e in Indonesia. Tutto sommato quindi agli USA non può dispiacere un Giappone comunque alleato e militarmente rilevante, soprattutto al tavolo delle trattative con la Corea del Nord. Una Self Defense Force senza un credibile potere di deterrenza continuerebbe a relegare Tokio a un ruolo marginale. |