Anno 2003

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Iraq, militari italiani vittime di un disegno criminale

Franco Apicella, 13 novembre 2003

Sembrano esserci ormai pochi dubbi sul fatto che dietro gli attentati e gli attacchi di queste ultime settimane ci sia una cabina di regia unica, altrimenti troppe strane coincidenze risulterebbero di difficile lettura. Basti citarne una: il generale Sanchez, comandante USA delle forze della coalizione, afferma in una conferenza stampa dell'11 novembre: ""The most important message is that we're going to get pretty tough" (Il messaggio più importante è che saremo inflessibili). Il giorno dopo, quasi una sfida per tutta risposta, avviene il più devastante attentato che finora abbia colpito l'infrastruttura di un contingente della coalizione.

Probabilmente la scelta dell'obiettivo (la base dei carabinieri italiani che costituiscono l'elemento portante della Multinational Specialized Unit) è derivata da valutazioni meramente opportunistiche, come ad esempio la relativa vulnerabilità del compound insita nella sua stessa collocazione nel centro della città di Nasiriyah. Resta il fatto - altra coincidenza - che si è colpito un contingente simbolo di quella azione di ricostruzione intorno alla quale ruota tutto il problema del dopoguerra iracheno.

La cabina di regia unica dispone di strumenti sufficientemente articolati con i quali può permettersi di dosare le sue azioni, che rimangono comunque atti esclusivamente criminali e questo va ben tenuto a mente in ogni momento. Si è così consolidato un intreccio sempre più stretto tra quanto è rimasto delle forze regolari e non dell'ex regime di Saddam e quegli elementi della galassia terroristica che trovano oggi nell'Iraq un terreno d'azione ideale.

A Saddam non mancano le armi né gli uomini, quelli che si sono dileguati con l'avanzata della coalizione; soprattutto non mancano i dollari con cui è in grado di attirare disperati e incerti offrendo molto di più, in termini di denaro e speranza di un ritorno ai privilegi del passato, dell'umiliante sussidio elargito dalla coalizione. Le cellule terroristiche trovano facile accesso all'Iraq in cui possono contare sul supporto di una struttura dell'ex regime sempre meglio organizzata e probabilmente di alcune enclave di fiancheggiatori già esistenti in passato.

Gli scopi possono essere diversi ma concorrenti verso un solo risultato finale: il ritorno a quella cronica instabilità che consentiva ai terroristi di continuare nella loro guerra santa e ai regimi ufficialmente in carica di spadroneggiare all'interno e tenere testa agli USA e in generale al mondo occidentale, cosa quest'ultima molto facilitata dalla fiducia di volta in volta imprudentemente accordata a questo o a quel governo.

Su questo scenario l'azione degli USA incontra grosse difficoltà. La prima è sicuramente quella di ordine interno connessa con le prossime elezioni presidenziali che condizionano la libertà di manovra dell'amministrazione. Si è alla ricerca di un compromesso valido tra l'evidente esigenza militare di un controllo più serrato del territorio, quindi più forze, e l'opportunità di accelerare i tempi del passaggio dei poteri agli iracheni con il conseguente disimpegno delle unità oggi schierate.

Il problema militare, che tale si conferma inesorabilmente dopo ogni attentato, viene posto in secondo piano dai disegni della politica. Non è di poco conto il fatto che nonostante la risoluzione 1511 dell'ONU la coalizione di fatto è rimasta quella che era senza che si siano registrati contributi significativi; anche le più recenti promesse del Giappone sembrano essere venute meno.

Poco aiuta in questa situazione il rumore di fondo dell'ONU, molto flebile, e dell'Europa, vivace e dissonante. Il rischio di un passaggio prematuro dei poteri è forte e riconosciuto da tutti a parole: con buona probabilità si finirebbe per affidare consistenti fette di potere e pubblica amministrazione a personaggi del vecchio regime.

Ci sono poi le strade più ampie della politica sommersa, con cui gli USA cercano equilibri e contrappesi in tutto il Medio Oriente allargato, forse delegando alla Russia la tutela del programma nucleare dell'Iran, il quale a sua volta ricambierebbe con positivi influssi di stabilizzazione sugli sciiti iracheni. Questo sarebbe lo scenario verso cui si rivolge l'attenzione - e con essa gli attentati - dei terroristi che vedono in un Medio Oriente stabilizzato una minaccia alla loro stessa sopravvivenza.

Probabilmente il fedelissimi di Saddam si accontenterebbero di una ritirata strategica delle forze della coalizione, anche se non clamorosa come quelle del Libano e della Somalia. I terroristi no; il loro campo di azione va ben oltre l'Iraq.

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