Anno 2003

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Forze Armate italiane tra banalità e nuovi compiti

Franco Apicella, 17 novembre 2003

Dispiace profondamente dire certe cose nei momenti in cui l'unico pensiero dovrebbe essere quello reverente verso i Caduti. Tuttavia, nella generale ubriacatura mediatica di sentimenti non sentiti, anche mantenere un minimo di lucidità forse può essere un indiretto omaggio a chi faceva senza inutile retorica il mestiere delle armi.

E' poi scontato che accanto ai buoni sentimenti non siano mancati episodi di squallore, come il sondaggio promosso dal sito di La Repubblica su quale bandiera la gente preferisca esporre in questi giorni - quella arcobaleno della pace o il Tricolore - o di irriverenza, come il lancio della pubblicità televisiva durante il minuto di silenzio prima della partita di calcio della nazionale.

Potrebbe rivelarsi purtroppo deleteria un'altra conseguenza indiretta del proditorio attentato di Nasiriyah: nell'immaginario collettivo, incoraggiato dagli equivoci della politica, le Forze Armate italiane sono diventate Forze di pace. Così, quella legittimazione sociale di cui ha parlato il presidente Ciampi il 4 novembre scorso è stata compiutamente acquisita. Anche i sondaggi con cui ormai ufficialmente si misura il gradimento delle Forze Armate forniranno riscontri sempre più incoraggianti.

Tra le tante banalità di circostanza si è levata autorevole la voce del generale Alberto Ficuciello che ha rifiutato con fermezza l'abusato appellativo di "ragazzi" e ha sottolineato il carattere militare della missione. Che poi questo suo intervento possa rimanere voce nel deserto, non c'è da meravigliarsi.

E' significativo anche che taluni rappresentanti della pubblica informazione militare abbiano insistito sulle parole soldati di pace e missioni di pace, forse pensando di presentare una immagine della Istituzione che potesse riscuotere maggiori consensi. Ma se veramente questa fosse stata una nota di linguaggio cui fare riferimento, occorrerebbe riflettere su quanto ci sia da guadagnare da un consenso emozionale e quindi effimero a fronte della importanza di far comprendere le ragioni fondanti delle Forze Armate.

Non è solo una questione di lessico; in fin dei conti si sono già usate denominazioni che rappresentano qualcosa di diverso dal tradizionale strumento militare. In Bosnia c'è una forza di stabilizzazione (SFOR), in Afganistan una forza di sicurezza e assistenza (ISAF) e, per citarne una che fu promossa e guidata proprio dall'Italia, in Albania la Forza Multinazionale di Protezione (FMP) condusse l'operazione "Alba".

Bisognerebbe chiedersi però come mai gli operatori di pace istituzionali (ONU, ONG, Croce Rossa Internazionale), che in quelle missioni sono intervenuti beneficiando anche della protezione militare, in Iraq si sono dileguati o non si sono neppure presentati. Così si è artificiosamente creato per il contingente italiano un surrogato che rischia di diventare la missione istituzionale non solo per l'operazione Antica Babilonia ma anche per tutti gli altri interventi cui sono chiamate le nostre Forze Armate.

Se questo è il nuovo scenario, se opinione pubblica e istituzioni ne sono veramente convinte e soprattutto coscienti, allora si dovrebbe avere la coerenza di cambiare non tanto il nome, quanto la sostanza delle Forze Armate: compiti e mezzi. Continuare nell'equivoco sarebbe profondamente disonesto, prima di tutto nei confronti di chi pone la propria vita al servizio della Patria.

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