Anno 2003

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Kennedy, la scelta tra nucleare e forze convenzionali

Franco Apicella, 22 novembre 2003

Il 22 novembre 1963 veniva assassinato a Dallas il presidente USA John F. Kennedy. Solo un anno prima il mondo aveva sfiorato la catastrofe nucleare con la crisi dei missili che Kruschev aveva schierato a Cuba, cercando di spostare verso l'America quel confronto USA - URSS materializzato in Europa con la costruzione del muro di Berlino.

L'URSS pensava di tenere in pugno gli occidentali con il ricatto nucleare, ma aveva dovuto rinunciare all'idea di impadronirsi di Berlino Ovest causando una prima crepa al momento quasi impercettibile nel sistema sovietico. A determinarla furono le decisioni di Kennedy, che aveva disposto un sensibile incremento delle forze convenzionali e manifestato chiaramente la sua determinazione a usare ogni mezzo per difendere la parte di città in mano agli alleati.

Kennedy e i suoi strateghi, tra cui va ricordato Mc Namara come il più autorevole, compresero che l'arma nucleare per quanto devastante negli effetti non poteva da sola assicurare la credibilità della deterrenza. Era necessario disporre di una serie completa di opzioni che potessero fronteggiare in maniera proporzionata e dunque credibile la minaccia rappresentata da qualsiasi iniziativa avversaria, percorrendo - a iniziare dal basso - i gradini dell'escalation.

Ancora più pregevole appare questa transizione se si pensa che negli USA fino ad allora l'approccio all'eventuale confronto armato con l'URSS, fortemente influenzato dalla lobby dell'USAF, considerava come inevitabile lo scenario nucleare ed era basato di fatto sulle possibilità di sopravvivenza e risposta residue dopo il primo attacco o primo scambio. In questa ottica la parte delle forze convenzionali era marginale.

Introducendo invece nell'equazione anche le forze convenzionali si elevava la soglia oltre la quale la deterrenza passava alla minaccia nucleare e si aprivano nuove possibilità alla gestione della crisi. Perché potesse accadere tutto questo era forse necessario attraversare come fosse una sorta di verifica la crisi di Cuba, in cui l'escalation della minaccia varcò dichiaratamente e in modo credibile la soglia del nucleare. Ma intanto si era compiuto il passaggio dalla "massive retaliation" alla "flexible response".

Questa svolta nel pensiero strategico USA ebbe due conseguenze, distanti tra loro nel tempo e diverse per i risultati che conseguirono.

La prima, quasi immediata, fu una maggiore disponibilità di forze convenzionali che indirettamente faciliterà l'impegno diretto e massiccio degli USA in Viet Nam. A dire il vero all'epoca la strategia dell'amministrazione Kennedy in quello scacchiere non fu tra le più brillanti. Pur avendo intuito l'esigenza di adottare un nuovo approccio rispetto al mix di aiuti, consiglieri militari e CIA, alla fine si scelse una via di mezzo tra il ritiro completo e lo schieramento di un vero e proprio contingente militare a sostegno del sud Viet Nam.

Si decise infatti di incrementare il numero dei consiglieri militari e l'ingerenza politica arrivando all'invio di ben 16.000 consiglieri, premessa di quello che diventerà l'enorme e disastroso impegno delle forze armate USA sotto le successive amministrazioni.

La seconda conseguenza dell'incremento delle forze convenzionali deciso da Kennedy si farà invece sentire alla distanza, quando il gap tecnologico, industriale ed economico tra USA e URSS contribuirà, tra gli altri fattori, a determinare il crollo dell'impero sovietico non più in grado di competere con l'occidente.

Il mantenere consistenti forze, la cui credibilità può essere fondata solo sulla loro efficienza e sulla efficacia dei mezzi disponibili, implica il sostegno dell'apparato economico industriale che, a sua volta, ne riceve impulso decisivo. La decisione di Kennedy evitò in sostanza che i settori della ricerca e della produzione degli armamenti convenzionali venissero abbandonati o quanto meno trascurati, come invece avrebbe potuto accadere se ci si fosse concentrati solo sul nucleare.

In questo modo, nel bene e nel male, l'industria degli armamenti ha operato e prosperato in tutti i suoi settori, spesso condizionando anche le scelte politiche, quasi sempre quelle militari. Anche questo forse era un prezzo da pagare per la fine del bipolarismo.

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