Anno 2003

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Terrorismo, democrazia e la saggezza di Benedetto Croce

Franco Apicella, 26 novembre 2003

Il 21 novembre scorso molte televisioni hanno proposto l'immagine quanto meno curiosa di quell'asinello che si aggirava per la strada di Nasiryiah, spaventato dal fragore dei razzi che aveva trascinato col suo carretto vicino all'albergo obiettivo dei terroristi.

Tutt'altri strumenti sono stati usati per gli attentati in Turchia del 15 e 20 novembre, rivendicati dalle Brigate Shehit Abu Hafz Al Masri e che si presume siano una cellula della rete Al Qaeda di Osama bin Laden. Tuttavia, anche un piccolo gruppo di turchi islamici - conosciuto come il Fronte islamico degli incursori del grande oriente - ha rivendicato gli stessi attentati.

Si potrebbe dunque ipotizzare che Al Qaeda si stia organizzando come una rete di terrorismo in franchising, rendendo disponibile il suo marchio e le sue risorse strategiche a elementi locali che, oltre ad avere convergenza di finalità con l'organizzazione di Osama, possano contribuire con quanto è inevitabile reperire in loco, come … l'asinello. Ma questa potrebbe trasformarsi in una vera e propria vulnerabilità per il terrorismo.

Gli elementi locali rappresentano l'anello debole della catena, perché più facilmente individuabili, a patto di disporre di una intelligence capillarmente presente sul territorio e in possesso di adeguato background. In altre parole, le amministrazioni locali della polizia, della giustizia e anche delle forze armate potrebbero avere in questo contesto un ruolo determinante. Questo ovviamente in Iraq è ancora un sogno, ma non è un caso forse che si siano intensificati gli attentati contro le installazioni della polizia irachena in fase di ricostituzione.

Sulla effettiva volontà di giocare un ruolo attivo, prima ancora che sulle risorse operative di cui dispongono, si potrà misurare la reale intenzione dei paesi islamici di concorrere dall'interno alla sconfitta del terrorismo, uscendo così da quella specie di limbo che viene ancora definito Islam moderato. E' proprio in questa direzione che si sta focalizzando la strategia di Al Qaeda, con lo scopo di fare terra bruciata e dimostrare l'impossibilità di una qualsiasi convivenza tra Islam e occidente e l'incompatibilità tra Islam e democrazia laica.

Una delle risposte a questa strategia è la creazione di aree di stabilità, come hanno provato a fare USA e Gran Bretagna in Iraq, finora purtroppo raccogliendo delusioni. Ma non è detto che alla lunga l'operazione non possa riuscire, a dispetto dell'opposizione iniziale della vecchia Europa e degli errori commessi sul campo dopo il 9 aprile 2003.

Molti profeti di sventura ammonivano che la democrazia non si può esportare con le armi e ora si compiacciono di ripetere la litania del "noi l'avevamo detto". In realtà si erano solo richiamati, forse senza neppure ricordarsene, all'inciso di una frase scritta da Benedetto Croce sul New York Times il 28 novembre 1943 "…l'ideale della libertà non si può impiantare con la sola vittoria delle armi…".

Ma la frase di Croce è ben più profonda e presuppone per la conquista della libertà, premessa indispensabile di ogni democrazia, un cammino culturale e sociale durato secoli per i popoli d'Europa e costato sanguinose guerre e rivoluzioni. Di tutto questo non c'è traccia in molte di quelle società che, oltre all'assetto tribale, hanno conosciuto solo dittature o tirannidi. Ciò non significa che il processo di stabilizzazione e di conquista della libertà non possa essere aiutato dall'esterno mediante la rimozione degli ostacoli più vistosi che a esso si frappongono, come il regime di Saddam nel caso dell'Iraq.

La recrudescenza degli attentati non indica necessariamente che il terrorismo sia rinvigorito e, al contrario, si senta alle strette. Più pragmaticamente si può prendere atto che nelle sue nuove manifestazioni Al Queda si espone a maggiore vulnerabilità. Se veramente vogliono libertà e democrazia, i primi a trarne vantaggio devono essere i paesi islamici.

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