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| Anno 2003 | |
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Secondo notizie non ancora confermate che l'agenzia Stratfor ha diffuso lo scorso 1 dicembre, gli USA avrebbero iniziato a costruire una base aeronavale nella baia di Sarangani presso la città General Santos nel sud dell'isola di Mindanao nelle Filippine.
Già nel 2002 gli USA avevano inviato nell'area proprio personale per la cattura del militante islamico Abu Sayyaf, implicato in rapimenti e legato ad Al Qaeda. Ora sembrano intenzionati a stabilire una presenza significativa e a sostenere anche finanziariamente le autorità filippine una volta raggiunto da queste un accordo con il Fronte di liberazione islamico Moro, che mantiene l'isola di Mindanao in uno stato di vero e proprio conflitto armato. Il nuovo approccio dell'amministrazione americana verso le Filippine rientra in un più vasto disegno strategico per l'Estremo Oriente e il Pacifico che mira a fronteggiare i due principali problemi dell'area: la lotta al terrorismo e il confronto con la Cina. La minaccia terroristica, al momento focalizzata principalmente in Indonesia e in parte nelle Filippine, richiede interventi militari di adeguata efficacia e tempestività. La lunga partita di ping pong con Pechino deve mettere nel conto l'incognita del programma nucleare nord coreano e la questione irrisolta di Taiwan. Sul piano strettamente militare e compatibilmente con le condizioni locali gli USA intenderebbero applicare modalità di power projection analoghe a quelle già previste per l'Europa. Le forze dovranno disporre di basi intese come piattaforme di lancio e dotate di materiale preposizionato per forze da schierare solo al momento dell'esigenza e non più stazionate in permanenza. In questa direzione si stanno riallacciando o rinforzando legami con altre nazioni dell'area. Un chiaro esempio è stata l'attribuzione della qualifica di "principali alleati non-NATO" alle Filippine e alla Tailandia, riconoscendone il diritto ad avere con priorità aiuti militari. Sono stati fatti passi analoghi anche con Singapore, nella cui base navale di Changi nel 2001 è stato costruito un molo idoneo all'attracco di portaerei USA. Si stanno facendo passi addirittura verso il Viet Nam, con la nave USS Vandergrift che ha compiuto recentemente una visita di quattro giorni nel porto della città di Ho Chi Minh (la ex Saigon) dopo che il ministro della difesa vietnamita si era incontrato a Washington con Rumsfeld e altri esponenti USA. A sostegno di questa strategia gli USA possono contare su due punti di forza esterni: l'isola di Guam nel Pacifico e la solida alleanza con l'Australia. Guam è un vero e proprio nodo strategico per ogni rischieramento di unità USA in Asia e in Medio Oriente. La base USAF di Andersen è stata recentemente rimodernata e usata dai B-52 e dai B-1 per le missioni in Iraq dello scorso marzo. Anche le infrastrutture portuali sono state rimodernate nella prospettiva della presenza di un gruppo navale con portaerei. L'Australia, identificata in questo contesto con l'appellativo di "vice degli USA in Asia", oltre ad assumere in proprio oneri e responsabilità in caso di conflitti locali come per Timor Est nel 1999, offrirebbe strutture per il preposizionalmento di materiali, mezzi e sistemi d'arma USA. Secondo la stampa di Sydney, Rumsfeld avrebbe discusso questa possibilità, individuando la città di Darwin già usata come base di partenza per Timor Est, con il suo corrispondente australiano in un incontro avvenuto lo scorso 20 novembre. La prima tappa di quel viaggio di Rumsfeld era stata Tokyo il 14 novembre, da dove aveva proseguito per la Corea del Sud. Le novità portate dal segretario alla difesa ai due paesi possono certo riscuotere un consenso immediato per la fine o la riduzione di una presenza percepita come intrusiva soprattutto sul piano sociale. Al tempo stesso però c'è il rischio del disappunto per una decisione americana vista come disinteresse o abbandono di fronte ai problemi che pur sempre sussistono con la Cina e soprattutto con la Corea del Nord. Il Giappone sembrerebbe voler compensare il ritiro di truppe USA dalle sue basi trasformando le "Forze di autodifesa" in vere e proprie forze armate, svincolate dai limiti attualmente imposti dalla costituzione. Le prove generali saranno costituite dall'invio di personale e mezzi in Iraq. Soprattutto però il Giappone conta sull'aiuto USA per il suo programma di difesa missilistica di teatro (TMD) che dovrebbe contrapporsi alla minaccia nord coreana ed eventualmente a quella rappresentata dai 400 missili che si valuta la Cina abbia puntati su Taiwan. Più delicata probabilmente è stata la missione di Rumsfeld nei giorni successivi a Seoul. Gli USA sono intenzionati a ridurre drasticamente i 36.000 uomini attualmente schierati nella Corea del Sud, convincendo l'alleato ad assumersi maggiori oneri di difesa. In cambio possono presentare un importante programma di ammodernamento di mezzi e tecnologie per le unità USA che rimarrebbero sul territorio, rendendone più efficace la difesa integrata. L'allontanamento dal centro di Seoul della guarnigione di Yongsan con la sua ingombrante presenza sarebbe un primo passo in questo senso, sicuramente ben visto dalla popolazione locale di più marcati sentimenti nazionalistici. C'è il rischio che questa nuova strategia USA, nonostante la dichiarata riduzione di forze schierate, ravvivi la già forte percezione cinese dell'accerchiamento che è tipica di ogni potenza continentale. Il necessario compimento al disegno per renderlo efficace nella lotta al terrorismo e al tempo stesso equilibrato nei rapporti con Pechino verrà dalla politica che dovrà fare i conti, tra l'altro, con l'esplosione dell'economia cinese. |