Anno 2003

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Iraq, come ricostituire un esercito sconfitto e umiliato

Giovanni Bernardi, 6 novembre 2003

Il quotidiano americano New York Times ha pubblicato il 2 novembre un articolo dal titolo "US Considering Recalling Units of Old Iraq Army" (Gli Stati Uniti stanno riconsiderando l'ipotesi di richiamare unità del vecchio esercito iracheno). L'idea è quella di identificare un certo numero di ufficiali non fedeli a Saddam Hussein per potere ricostituire rapidamente minori unità al livello di compagnia e battaglione.

Le forze armate irachene furono sciolte per decisione di Paul Bremer, amministratore americano, e su indicazione dei "policy makers" del Pentagono, in pieno contrasto con il parere del generale Jay Garner, suo predecessore, il quale invece riteneva che si dovessero mantenere intatte le unità per evitare che si ritorcessero contro l'esercito statunitense.

Appare chiaro che il vero contrasto sulla decisione di mandare a casa mezzo milione di uomini, più che a una semplice differenza di punti di vista tra persone che lavorano per la stessa causa e hanno semplicemente idee diverse, debba essere ricondotto allla vera contrapposizione che si è già manifestata al vertice della Difesa americana: quella tra teste militari e teste civili (i falchi di Rumsfeld, Wolfowiz in testa).

I contrasti sono già emersi con chiarezza all'epoca delle dimissioni del generale Tommy Franks (vedi "Lo scacco al re del generale Franks"), il quale ha rinunciato a una posizione di vertice propostagli dal ministro della Difesa per ritirarsi a vita privata, ed è verosimile che possano avere serie conseguenze sull'atteggiamento delle forze armate americane alle elezioni politiche del prossimo anno.

Una settimana prima della partenza del generale Garner per l'Iraq in un briefing ufficiale del Pentagono fu detto: "Uno dei principali nostri obiettivi è quello di mantenere una buona porzione dell'esercito regolare iracheno - escludendo la Guardia Repubblicana e la Guardia Repubblicana speciale - perché l'esercito ha le capacità per lavorare nei settori dedicati alla ricostruzione".

Anche consiglieri militari iracheni indicarono come soluzione migliore quella di mantenere l'esercito in vita. Il maggiore delle forze speciali Muhammad al-Faour così si esprime oggi: "E' stato un grande errore gettare in strada mezzo milione di persone con le loro famiglie e la loro esperienza; se solo una parte di questi si ritorce contro gli Americani, nascono seri problemi".

Il generale Jared Bates, responsabile delle operazioni con il generale Garner, ha affermato: "Pensavamo che era necessario pagare per riportare l'esercito operativo al più presto possibile; non volevamo che quegli uomini si schierassero contro di noi". Eppure i policy makers del Pentagono obiettarono:"Perché mai dovremmo pagare un esercito per battere il quale abbiamo speso soldi e sangue?"

Sulla questione dello scioglimento dell'esercito iracheno Pagine di Difesa si è già espressa (vedi "Iraq, l'errore di sciogliere l'esercito") ma vale la pena di ritornarci ora per mettere in evidenza quanto drammatiche possano essere le conseguenze del mancato rispetto dei ruoli. Se è vero infatti che si procura grave danno alle Istituzioni quando i militari travalicano i confini del ruolo assegnato e assumono il potere politico, altrettanto si può dire quando i politici vogliono decidere di questioni squisitamente militari.

Tra militari di tutti gli eserciti del mondo esiste un sentimento che si chiama cameratismo. Ci si combatte anche sotto bandiere diverse ma ci si rispetta. I militari iracheni sconfitti non sono stati rispettati, anzi sono stati umiliati elargendo loro la paga come fosse un'elemosina. Ma questo le teste d'uovo civili del Pentagono non lo possono capire. Facciano bene attenzione ora a come fare per rivolgersi ai militari iracheni per chiedere loro di ritornare, perché potrebbero sentirsi rispondere "No grazie". Solo per motivi di orgoglio.

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