Anno 2003

Cerca in PdD


L'attentato di Nasiriyah, analisi di una strategia

Giovanni Bernardi, 12 novembre 2003

Il vile attacco contro la base italiana a Nasiriyah potrebbe non essere un evento isolato ma fare parte di una serie di attentati che avrebbero come primo atto quello al quartiere residenziale di Wadi Laban a Riyadh (capitale dell'Arabia Saudita) e che si potrebbero sviluppare sia contro forze in Iraq o territori degli alleati degli americani sia contro altre nazioni arabe moderate coinvolgendo perfino il territorio iraniano. Le connessioni vanno ricercate negli ultimi eventi di politica internazionale che hanno interessato lo stesso Iran, la Russia, gli Stati Uniti, Israele e l'Arabia Saudita.

Il punto di partenza, dal quale si può leggere con chiarezza la serie di attentati che potrebbe essere appena cominciata, è la questione delle centrali nucleari iraniane con conseguente produzione di uranio arricchito, per la quale sembra che sia già stata intrapresa la via della soluzione con intermediazione del presidente russo Vladimir Putin e il beneplacito degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi il segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale Iraniano, Hasan Rowhani, si è recato a Vienna, dove ha incontrato Mohamed El Baradei (capo della Agenzia internazionale dell'energia atomica - IAEA, International Atomic Energy Agency) al quale ha anticipato l'invio di una lettera con la quale l'Iran annuncia la decisione di accettare le condizioni poste dall'Agenzia per la chiarificazione del proprio programma nucleare.

Di seguito Hasan Rowhani si è recato a Mosca dove ha incontrato il presidente Putin, nelle mani del quale ha depositato sia l'annuncio dell'invio della lettera sia la decisione dell'Iran di sospendere la produzione di uranio arricchito. Di fronte alle chiare e sottintese minacce degli Stati Uniti di bombardare le installazioni nucleari in fase di costruzione, l'atteggiamento dell'Iran sembrerebbe troppo remissivo se non si ipotizzasse, con la pesante e determinante mediazione del presidente russo, un gioco del "Do ut des" con gli USA.

Nel linguaggio dipomatico una dichiarazione fatta a Mosca ha il significato di un accordo preso in precedenza dai due Stati. Hasan Rowhani, come segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (il più alto centro di potere iraniano), è stato nominato nella carica dal supremo leader Ayatollah Ali Khamenei e rappresenta quindi la volontà del vertice. L'accordo prevederebbe la sottomissione dell'Iran alle ispezioni dell'IAEA e allo stesso tempo una specie di tutela russa per quanto riguarda il programma nucleare.

L'Iran in cambio riceverebbe dagli Stati Uniti l'assicurazione di non bombardare le centrali atomiche, che già di per sé non è poco, e - cosa più importante - la partecipazione diretta o indiretta al processo di stabilizzazione dell'Iraq, con peso determinante nella formazione del governo e della leadership che sarebbe a maggioranza Shiita. Non si fa fatica a pensare che per il Presidente USA la soluzione sia una amara medicina da digerire perché significa ribaltare una Politica del Golfo perseguita per anni e che prevedeva l'equilibrio tra le due potenze dell'area per evitare che l'una o l'altra assumessero il controllo delle maggiori fonti di energia mondiale. Ma l'accordo con l'Iran sembra indispensabile per dare una soluzione in tempi brevi alla questione irachena, della quale dovrà rendere conto fra un anno al proprio elettorato.

In questo quadro si inserisce l'annunciata liberazione di 400 prigionieri Hezbollah (notoriamente protetti e finanziati dall'Iran) da parte del Governo israeliano. Questa decisione si può leggere come una direttiva giunta a Sharon da parte del presidente Bush e che ha lo scopo di dare un chiaro segnale all'Iran che gli Stati Uniti hanno intenzione di rispettare i patti negoziati con l'intermediazione di Putin (i rapporti diplomatici tra USA e Iran furono interrotti all'epoca della crisi degli ostaggi dell'ambasciata a Teheran). La risicata maggioranza di 12 voti a 11 con la quale il governo israeliano avrebbe preso la decisione della liberazione dei prigionieri è quella dichiarata alla opinione pubblica nazionale e serve per attenuare le la reazione delle fronde oltransiste interne.

Di fronte a un accordo tra uno Stato islamico (l'Iran) e quello che da parte degli integralisti viene ritenuto il più grande nemico dell'Islam (gli Stati Uniti d'America) la reazione di Al Qaeda, la cui strategia è quella di creare un fronte di opposizione tra Occidente e Mondo Islamico, non si è fatta attendere. Dopo un annuncio fatto diramare dalla rete di media, che in un modo o nell'altro riesce a foraggiare con sorprendente facilità, ha dato inizio alla serie di attentati, dei quali non è difficile prevederne un seguito, avviando l'Operazione Terrore con un attacco pianificato e condotto con cura in un Paese sunnita wahhabita (quindi integralista) selezionando opportunamente l'obiettivo.

L'Arabia Saudita, paese di origine di Osama bin Laden, secondo una mentalità integralista avrebbe gravi peccati sulla coscienza: due di questi sono i più gravi. Il primo è quello di avere ospitato sul proprio territorio basi militari degli Infedeli Americani a partire dalla Guerra del Golfo, quando agli Stati Uniti servivano basi operative dalle quali fare partire l'attacco di terra all'Iraq. Il secondo è quello di avere fatto buon viso a cattivo gioco accettando passivamente l'accordo tra gli USA e Iran con conseguente influenza di uno Stato islamico shiita, considerato non puro, su un nuovo territorio. Uno dei programmi dell'Islam sunnita è quello di unificare la Nazione Araba sotto la bandiera dell'integralismo e l'atteggiamento dell'Arabia Saudita contraddice quella che dovrebbe essere la natura stessa dello Stato wahhabita.

E' stato perciò pianificato e condotto l'attentato di Riyadh diretto come messaggio terroristico sia all'Arabia Saudita sia ad altre nazioni islamiche. L'area condominiale colpita infatti ospita cittadini stranieri provenienti da paesi arabi. Il quartiere di Wadi Laban ospita altri complessi residenziali abitati da occidentali e ville nelle quali abitano membri della stessa famiglia regnante, ma questi non sono stati colpiti. Il primo atto della campagna terroristica è stato quindi rivolto alle nazioni islamiche che appoggiano la politica degli Stati Uniti (o la sopportano senza ribellarsi). Il secondo (quello di Nasiriyah) verso una delle nazioni che hanno espresso una chiara politica di sostegno agli USA nella lotta al terrorismo.

Pensare a una connessione tra gli attentati quotidiani contro le truppe statunitensi e quello di Nasiriyah non dovrebbe essere corretto. I primi fanno parte infatti di una resistenza condotta a quanto pare sotto la direzione di un Saddam Hussein che ancora riesce ad avere il controllo di parte delle risorse militari e che si avvale di manodopera di combattenti suicidi affluita dalla Siria e recentemente - quando questa via è diventata impraticabile per il deciso intervento contro i terroristi del governo siriano che ha assunto un atteggiamento più moderato nei confronti degli USA - anche dal Kuwait.

Si può supporre che ci sia una specie di alleanza finalizzata tra resistenza irachena e Al Qaeda, che fornisce la manodopera, ma l'attentato di Nasiriyah sembra avere connotazioni strategiche, non tattiche legate al territorio iracheno. Il fatto di averlo condotto in Iraq è probabilmente dovuto solo a una valutazione costo/efficacia; portarlo in territorio italiano sarebbe costato molto di più in termini organizzativi e avrebbe causato una dispersione delle forze, che in questo momento sono concentrate in Iraq e - ancora e pericolosamente - in Afghanistan.

Se l'analisi fosse corretta, ci si dovrebbe aspettare altri attentati condotti in aree geografiche nelle quali o esiste già una presenza di terroristi suicidi o è di facile accesso. Tra queste: il Sudan islamico, che dovrebbe dare il via entro il mese di novembre a negoziati di pace con i separatisti non islamici del sud, anche grazie a promesse di aiuti da parte degli Stati Uniti; l'Afghanistan, dove il reclutamento di Al Qaeda ha ripreso vigore a causa - a quanto dicono degli esperti - di una scarsa efficacia di ISAF; l'Iran, il più grande imputato per l'accordo che avrebbe maturato con gli USA.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM