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| Anno 2003 | |
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Il 17 novembre il Presidente iraniano Mohammad Khatami ha annunciato che l'Iran riconosce il Consiglio di Governo transitorio iracheno (Iraqi Governing Council, IGC). L'annuncio è stato dato dopo un incontro con l'attuale Presidente del IGC, il Curdo Jalal Talabani, in termini molto chiari: "Riconosciamo il Consiglio di Governo iracheno e riteniamo che sia in grado, insieme con il popolo iracheno, di gestire i problemi della Nazione e di guidarla verso l'indipendenza". Katami ha anche aggiunto che l'Iran è pronto a sostenere gli sforzi di sviluppo dell'Iraq e che ritiene il piano statunitense per il raggiungimento della sovranità della nazione una base su cui si può lavorare.
Le parole del Presidente iraniano non avrebbero potuto essere più esplicite per chiarire quanto da parte di Iran e Stati Uniti ci sia stato un sostanziale riavvicinamento sulla questione irachena. Questo avviene tra due nazioni che non hanno ancora ristabilito le relazioni diplomatiche dal tempo della crisi degli ostaggi dell'ambasciata americana e lascia vedere con chiarezza che ognuna delle due, pur facendo delle concessioni all'altra, ha molto da guadagnare nello scambio di favori. Gli Stati Uniti hanno urgenza di stabilizzare l'area, con o senza l'intervento delle Nazioni Unite, arrivando alle elezioni previste per il prossimo mese di giugno con una soluzione di governo stabile, credibile e appoggiato dall'esterno dal più influente degli Stati del Golfo: l'Iran. Il governo che si prospetta avrà una maggioranza Shiita con il supporto Curdo (la dichiarazione di Khatami al cospetto di Talabani ne è la dimostrazione) mentre Sunniti - in particolare i Baathisti - che fino a ora hanno saputo produrre solo instabilità e resistenza terroristica, saranno relegati all'opposizione. La stabilizzazione - almeno dal punto di vista politico - dell'Iraq consentirà agli americani di procedere a un progressivo disimpegno delle Forze di occupazione che potranno essere ridotte entro il prossimo anno almeno di quel tanto che basti per consentire a George Bush di arrivare alle elezioni presidenziali con un successo politico acquisito e il ripiegamento dell'esercito già avviato. La contropartita offerta all'Iran è sostanziale e destinata a ridare forma agli equilibri mediorientali per i prossimi decenni: l'influenza sul governo iracheno che potrebbe avviarsi verso una forma di repubblica democratica ma teocratica, come in Iran. La guerriglia irachena diventerebbe così una questione interna del governo curdo-shiita iracheno e di politica estera iraniana. Non si fa fatica a pensare però che gli Shiiti siano già in possesso di tutte quelle informazioni utili alla cattura di Saddam Hussein, alla assunzione del controllo dell'arsenale militare dell'esercito iracheno, alla cattura dei terroristi affluiti dopo il crollo del regime e la dispersione o cattura di tutti quei militari iracheni che attualmente costituiscono la intelligenza della resistenza. Può essere verosimile che le informazioni non siano state fornite fino a ora perché dovevano essere messe sul piatto della bilancia delle trattative segrete con gli Stati Uniti. Oltre a una significativa influenza su tutta l'area del Golfo, l'Iran in cambio eviterà la distruzione delle centrali atomiche e avrebbe il placet al proseguimento del programma nucleare, pur se sotto il controllo dell'IAEA (International Atomic Energy Agency). Il bombardamento delle centrali è una ipotesi che ancora oggi pesa sulle trattative USA-Iran; del resto la recente affermazione di Meir Dagan, capo del Mossad israeliano e persona nota per essere molto avara di dichiarazioni, è oltremodo chiara e non cela segreti sull'atteggiamento di Israele: "L'Iran sta raggiungendo il punto di non ritorno nel suo programma nucleare". Questo significa che l'opzione della distruzione delle centrali può essere adottata se l'Iran prosegue sulla via della militarizzazione del programma. L'accordo USA-Iran, se da una parte fa solo prevedere una soluzione alla questione della guerriglia irachena, dall'altra sembra avere già scardinato l'efficacia dell'offensiva di Al Qaeda. L'obiettivo della organizzazione terroristica di costituire un fronte di nazioni islamiche contrapposto a quelle occidentali è già fallito. I recenti attacchi portati in Arabia Saudita, in Iraq contro gli italiani e in Turchia (tutti in territori islamici) danno la misura del solco creatosi tra terrorismo integralista e nazioni islamiche moderate. In questo quadro, l'attentato di Nasiriyah andrebbe interpretato non tanto come atto contro la nazione Italia quanto come azione portata in territorio shiita filoiraniano e contro un obiettivo relativamente facile da colpire, anche se non ha raggiunto il livello di distruzione sperato per l'efficacia delle misure difensive e per la capacità di reazione immediata del personale italiano. La scelta degli ultimi tre obiettivi fatta da Al Qaeda si direbbe che sia dovuta più al fallimento della propria strategia che non al suo successo e quindi sarebbe una reazione alla creazione del fronte islamico moderato. Gli attacchi contemporanei portati a Istambul sembrano addirittura azioni preparate in vista di un impegno della Turchia con le proprie forze militari in Iraq. Avrebbero avuto un senso se l'intervento militare turco ci fosse stato, ma visto che non c'è stato sembra senza senso. Questo dà probabilmente la misura della crisi strategica di Al Qaeda oggi. |