Anno 2003

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Iran, l'apertura di Colin Powell avrà un prezzo

Giovanni Bernardi, 31 dicembre 2003

Il segretario di Stato americano Colin L. Powel ha affermato di essere favorevole alla possibilità di riaprire il dialogo con l'Iran, in considerazione dell'atteggiamento incoraggiante dimostrato dalla repubblica islamica negli ultimi tempi. Gli eventi recenti ai quali Powell (convalescente dopo una operazione di cancro alla prostata) si riferisce sono: in primo luogo, la firma da parte dell'Iran del Protocollo aggiuntivo al Trattato di non proliferazione nucleare, che consente ispezioni con preavviso brevissimo da parte della IAEA (International Atomic Energy Agency); in secondo luogo, l'apertura iraniana nei confronti dei Paesi arabi moderati (in particolare Egitto e Giordania); infine, gli aiuti umanitari offerti da Washington in occasione del recente terremoto che ha devastato la città di Bam e accettati da Tehran in forma diretta, senza che passassero per l'ONU.

Pur con tutte le cautele del caso, dovute al fatto che tra le due nazioni le relazioni diplomatiche sono interrotte da oltre due decenni, una dichiarazione di questo genere era prevedibile da parte della diplomazia americana. Molti sono infatti gli eventi di questi ultimi mesi che hanno portato l'attenzione degli analisti internazionali su una possibile convergenza di vedute e interessi mediorientali tra Washington e Tehran. Non si fa fatica a ritenere che l'elemento determinante nel cambio di atteggiamento dell'Iran sia stato l'attacco all'Iraq (anche questo, come l'Afghanistan, confinante con l'Iran). Se non nel 2004, anno di presidenziali in cui l'evento potrebbe portare più danni che benefici, probabilmente la ripresa delle relazioni diplomatiche potrebbe avvenire nel 2005, quando Bush si sarà liberato della spada di Damocle delle elezioni e potrà rivelare ai concittadini che dietro alla stabilizzazione dell'Iraq c'era il trucco: l'accordo con l'Iran.

La questione delle centrali nucleari iraniane e dell'uranio arricchito e l'atteggiamento intransigente da parte della repubblica islamica all'inizio del 2003 facevano prevedere una possibile estremizzazione della soluzione con bombardamento delle centrali, alla tecnologia delle quali - come si sa - hanno contribuito sia il Pakistan sia la Russia. L'attacco all'Iraq ha sostanzialmente cambiato le carte in tavola e l'Iran si è trovato tra due fuochi americani: quello afghano e quello iracheno, ottime basi di partenza per un attacco o almeno vicine abbastanza per dirigere una destabilizazione del regime degli ayatollah. Gli eventi e gli attentati terroristici del consorzio al Qaeda / Stay Behind irachena contro le truppe della coalizione hanno reso difficile la gestione del dopo guerra da parte degli americani che avevano già l'appoggio dei Kurdi nel nord del Paese ma non ancora quello shiita filoiraniano al sud.

Isolare la resistenza sunnita mediante un accordo con gli shiiti era la soluzione a portata di mano, ma bisognava passare attraverso l'Iran. Qui si sono rivelate fondamentali due figure: il presidente russo Vladimir Putin e il re di Giordania Abdallah II. Il primo non aveva - e non ha - alcuna intenzione di perdere il business commerciale nucleare con l'Iran e si fece garante della dichiarazione ufficiale posta letteralmente nelle sue mani a Mosca ai primi di novembre dal segretario del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, Hasan Rowhani, con la quale Tehran affermava di avere intenzione di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare. L'evento ha costituito una svolta radicale nell'atteggiamento della leadership dello Stato islamico, guidato dal presidente Mohammad Khatami.

Il secondo ha svolto una sottile, silenziosa e influente azione diplomatica che ha teso in primo luogo a riallacciare le relazioni Iran-Giordania (colpevole secondo la repubblica degli ayatollah di avere firmato a suo tempo il trattato di pace con Israele), recandosi a Tehran nel mese di settembre e promuovendo la causa del rilascio di 70 elementi di al Qaeda arrestati e detenuti in Iran. Abdallah ha quindi promosso l'incontro tra il presidente egiziano Hosni Mubarak e il presidente iraniano Mohammad Khatami a margine del summit tecnologico organizzato dalle Nazioni Unite a Ginevra ai primi di dicembre. A seguito dell'incontro Mubarak è stato invitato a Tehran in febbraio 2004 per un summit sulle nazioni in via di sviluppo (l'Egitto, oltre ad avere firmato la pace con Israele, ha anche appoggiato l'Iraq nella guerra 1980-88 contro l'Iran).

L'altro evento che ha posto una pietra miliare nel miglioramento dei rapporti USA-Iran è datato 17 novembre, quando il presidente Khatami ha incontrato il presidente del Consiglio di governo transitorio iracheno, il curdo Jalal Talabani, e al termine dell'incontro ha dichiarato di riconoscere l'autorità del Consiglio e di ritenerlo "…in grado, insieme con il popolo iracheno, di gestire i problemi della Nazione e di guidarla verso l'indipendenza. Ha affermato inoltre che: "L'Iran è pronto a sostenere gli sforzi di sviluppo dell'Iraq e che ritiene il piano statunitense per il raggiungimento della sovranità della nazione una base su cui si può lavorare".

Ora gli Stati Uniti hanno inviato in Iran aiuti umanitari diretti - e non tramite una agenzia dell'ONU - nella zona colpita dal terremoto. Per la prima volta dopo la crisi degli ostaggi dell'ambasciata americana a Tehran del 1980 un aereo americano è atterrato su territorio iraniano. A questo gesto di solidarietà e alla apertura di Powell il presidente Khatami ha risposto durante una conferenza stampa tenuta a Kerman dicendo che "L'invio dei team di soccorso deve essere visto semplicemente come un gesto umanitario e non come messaggio di miglioramento dei rapporti. Ha poi aggiunto: "Le questioni umanitarie non devono essere confuse con i profondi e cronici problemi politici; se noteremo un cambiamento nei toni e negli atteggiamenti della amministrazione americana, allora si potrà sviluppare una nuova condizione delle nostre relazioni". Il messaggio è chiaro: prudenza e apertura.

Gli eventi non accadono mai a caso e così è per le dichiarazioni dei capi di Stato. Se Khatami si è espresso in questi termini, significa che alla base delle sue affermazioni ci sono una serie di colloqui e di accordi ai quali hanno lavorato in modo riservato le diplomazie. Quello che sembra l'inizio di un idillio tra nazioni ex nemiche, frenato naturalmente dalle esigenze di facciata, costerà però agli Stati Uniti un prezzo alto: il riconoscimento del diritto dell'Iran a possedere centrali nucleari; l'influenza di Tehran nelle questioni interne irachene; la sostanziale modifica della strategia degli equilibri mediorientali, concedendo all'Iran il privilegio di diventare la nazione più influente del Golfo Persico, ipotesi paventata a suo tempo e combattuta con appoggio all'Iraq nella guerra 1980-88.

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