Anno 2003

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La ricetta di una nuova democrazia globale

Carlo Biffani, 11 dicembre 2003

In una recente conferenza stampa, il presidente americano George Bush è tornato a parlare dei principi di politica estera, tentando di mettere da parte, anche se solo per un attimo, il drammatico bollettino di guerra che proviene quotidianamente dall'Iraq.

L'instaurazione di una democrazia a Baghdad, obiettivo politico dichiarato della Amministrazione Bush dopo la débacle del mancato ritrovamento delle armi di sterminio di massa, potrebbe essere il volano per la creazione di una grande cintura di democrazie che si estenderebbe da Cuba fino alla Corea del Nord. Bush ha parlato di una "strategia di penetrazione democratica" in Medio Oriente, dove 60 anni di supporto a regimi autoritari o dittatoriali per mantenere un equilibrio di potere fittizio hanno creato situazioni drammatiche per la regione mediorientale e per la sicurezza del mondo intero. La stabilità, secondo Bush, non può essere raggiunta a spese della libertà e della democrazia.

Questa tesi trova d'accordo politici e opinionisti dentro e fuori gli Stati Uniti. La politica estera americana ha spesso avuto come effetto la crescita del sentimento anti yankee in molte aree del mondo. Bush non è il primo presidente a parlare della necessità di porre i valori democratici al centro della politica estera americana. Secondo qualcuno però questo obiettivo assomiglia troppo a quello napoleonico di portare la libertà sulla punta delle baionette.

Purtroppo, il primo esperimento pratico di questa teoria della penetrazione democratica si sta svolgendo su un terreno molto ostico: quello iracheno appunto. Gli iracheni stanno dimostrando al mondo che neanche l'esasperazione di un regime sanguinario come quello di Saddam rende più dolce la medicina dell'occupazione straniera.

Il richiamo del presidente americano alla democrazia sembra invece tagliato apposta per l'intricata penisola arabica. Partner strategico per Washington, l'Arabia Saudita ha dato i natali a Osama Bin Laden e a 15 dei 19 dirottatori del World Trade Center, l'11 settembre. L'affermazione della democrazia a Riad sembrerebbe quindi una priorità per gli Stati Uniti, raggiungibile solo se Washington riuscirà in tempi rapidi a diversificare la propria rete energetica e a dipendere sempre meno dai barili sauditi. Ma l'azione a supporto dei movimenti democratici dovrebbe espandersi ben oltre, toccando anche Siria, Egitto e Iran.

Altro Paese con cui l'America usa eccessiva indulgenza è il Pakistan, Paese atomico che ospita al confine con l'Afghanistan covi e campi di addestramento di cellule terroristiche. In questo scenario non sorprende il riferimento fatto da Bush in quella stessa conferenza stampa al Presidente Ronald Reagan e alla sua incessante invocazione negli anni '80 del successo della democrazia contro un regime sovietico ormai sull'orlo del collasso.

Il supporto di quell'Amministrazione ai movimenti democratici in Europa dell'Est è stato fondamentale per la caduta del comunismo. L'investimento massiccio in Difesa da parte USA in quegli anni e il ruolo degli alleati europei della NATO furono altrettanti elementi importanti. Ma una cosa è la volontà di difendere le democrazie esistenti, un'altra è tentare di crearne di nuove. Bush quindi ha davanti un intero percorso per raggiungere un equilibrio tra supremazia militare e lotta al fianco dei movimenti democratici.

E' una tesi questa, ripresa nell'ultimo libro di M. Hirsh, ex Foreign Editor del settimanale Newsweek. Il titolo del libro "At war with ourselves" è già di per sé emblematico: Hirsh tenta di analizzare gli errori delle ultime due presidenze, quella di Clinton e quella attuale di Bush. Il primo ha troppo spesso creduto nel mito della globalizzazione economica e della via globale alla democrazia, rispondendo ad esempio in maniera troppo debole agli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998. Bush e la sua Amministrazione invece troppo spesso deplorano quelle stesse Istituzioni Internazionali (dall'ONU in giù) che proprio gli USA hanno contribuito a costituire in maniera essenziale nel corso della storia recente.

Per il futuro e per raggiungere questo obiettivo di democrazia globale, parrebbe necessario un "giusto mezzo" tra soft e hard power: diffondere la democrazia senza per questo rinunciare al sacrosanto diritto alla sicurezza. Vedremo quando e come si uscirà dal pantano iracheno.

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