Anno 2003

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Perché Iraq, Israele ed Egitto partner della NATO

Carlo Biffani, 17 dicembre 2003

Lo sforzo di tracciare scenari credibili sul futuro dell'Iraq non può non tenere nella dovuta considerazione il ruolo della NATO. Alcuni analisti americani hanno definito l'Alleanza "missing in action". Ma oggi il richiamo all'importanza della NATO può essere per Washington un valido strumento per tentare un coinvolgimento più ampio dei Governi nel teatro iracheno. A quel punto, come già richiesto per l'operazione ISAF in Afghanistan, la bandiera dell'Alleanza potrebbe sventolare anche in Iraq, aiutando la democratizzazione e la stabilizzazione del Paese.

Alcuni membri della NATO - com'è noto - hanno già messo a disposizione uomini e mezzi (si pensi alla Polonia, all'Italia e al Regno Unito) ma la NATO nel suo complesso non ha per ora assunto responsabilità dirette. Un coinvolgimento più ampio e profondo dell'Alleanza nel mondo è un desiderio ormai condiviso anche da coloro che qualche anno fa vedevano con scetticismo l'allargamento, operazione che avrebbe potuto "diluire" i contenuti politici e operativi dell'Alleanza del futuro. Si è gridato alla morte della NATO anche dopo l'11 settembre. Eppure si continua a richiamare questa Organizzazione come modello di multilateralismo efficace.

Posto che la maggior parte delle minacce viene dal Medio Oriente, se la NATO vuole garantire la sicurezza dell'Europa, essa deve muoversi fuori dall'Europa stessa. In che modo? Dando ad esempio il proprio contributo alla stabilizzazione di questa regione. Un obiettivo questo che rimanda a una forte volontà politica che dovrebbe teoricamente accompagnare la trasformazione operativa dell'Alleanza già in corso (si pensa alla nuova Forza di Reazione Rapida). Si possono, in tal senso, delineare almeno due scenari, per certi versi visionari ma degni di considerazione.

La prima ipotesi è di carattere politico. L'espansione della NATO potrebbe a breve interessare Paesi centrali negli equilibri geostrategici del Medio Oriente. Come ha contribuito la NATO alla stabilizzazione dell'Europa dell'Est? Attraverso l'allargamento. Qual è il contributo dell'Alleanza alla difficile transizione di Paesi come l'Ucraina o di regioni turbolente come il Caucaso? Attraverso strumenti diplomatici di raccordo quali la Partnership for Peace. Secondo alcuni analisti, a breve potrebbero essere invitati a discutere forme di adesione all'Alleanza almeno tre Paesi mediorientali: Iraq, Egitto e Israele.

Partiamo dall'Iraq. Quando e se dovesse affermarsi a Baghdad un governo democratico, il mondo si troverebbe però a fronteggiare un altro dilemma: l'ampiezza e il potere dell'esercito iracheno. Il mondo avrà bisogno di un Iraq il cui esercito dovrà essere sufficientemente ampio da fronteggiare le mire geopolitiche dell'Iran ma sufficientemente controllato da non mettere a rischio la vita democratica del Paese. Qualcosa quindi molto simile a ciò che avviene in Turchia.

L'alternativa migliore per risolvere questo dilemma potrebbe essere l'integrazione nella NATO, che garantirebbe a Baghdad uno strumento di deterrenza valido ma non pesante per la vita del Paese. Perché la NATO dovrebbe invitare l'Egitto? La risposta è: per le proprie truppe. Gli Alleati europei e il Canada dispongono di circa 1,4 milioni soldati, di cui però solo 55.000 sono effettivamente operativi e quindi proiettabili e impiegabili fuori area per missioni di varia natura. Quasi tutti i 55.000 uomini in questione sono però già impegnati in missioni di peace-keeping all'estero. L'Alleanza ha bisogno di più soldati. L'Egitto dispone di un ampio surplus di uomini e il suo esercito ha bisogno di un raccordo più stretto con il mondo occidentale.

Infine, la NATO potrebbe procedere ad una partnership più stretta con Israele, che vedrebbe in tal modo crescere le proprie garanzie di sicurezza. Nel breve periodo e da un punto di vista operativo la NATO potrebbe decidere un intervento diretto in Iraq, sostanzialmente strutturato su due fasi. In una prima fase, essa metterebbe a disposizione risorse umane e tecnologiche per il Comando e Controllo nell'area di operazioni gestita dalla Polonia. Ciò farebbe da battistrada per un ulteriore eventuale dispiegamento di truppe. In una seconda fase, l'Alleanza potrebbe decidere di riaprire il dialogo con la Turchia per studiare eventuali corridoi operativi nel Nord del Paese. Ankara ha già chiesto rassicurazioni e aiuto per la propria sicurezza nazionale dopo i sanguinosi fatti di Istanbul.

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