Anno 2003

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Terrorismo, anche l'agricoltura tra i possibili obiettivi

Luca Fontana, 20 dicembre 2003

La minaccia terroristica, al momento padrona della scena internazionale, si sta manifestando nella sua forma più violenta e scioccante: quella dell'attacco suicida normalmente portato con esplosivo e mirato a causare più vittime possibile. Le forme sono però plurime e non si può escludere che nel futuro i terroristi possano allargare il loro campo di intervento e cominciare ad agire sotto diverse forme, magari con l'intento di causare morti indirette o danni materiali di straordinaria portata attraverso l'uso di agenti biologici.

In questo quadro proprio l'agricoltura, la quale - al di là del suo sviluppo più o meno tecnologico - costituisce pur sempre un settore primario per il sostentamento dell'umanità, potrebbe essere presa di mira da gruppi terroristici che, intaccando il patrimonio agro-alimentare di questo o quel Paese, andrebbero a creare - come accennato - danni ingenti, psicosi di vario genere (si provi a pensare cosa è accaduto al manifestarsi della encefalopatia spongiforme, meglio conosciuta come morbo della mucca pazza o dell'attualissimo fenomeno delle bottiglie d'acqua minerale adulterate) e - non ultima - l'intossicazione e la morte di esseri umani.

Il possibile utilizzo di agenti patogeni da parte di organizzazioni terroristiche potrebbe rivelarsi una drammatica realtà. Il fatto che il cosiddetto bio-terrorismo non abbia ancora colpito significativamente può essere in una certa misura imputabile alla difficoltà di isolare i patogeni, impiantare una coltura e trasformarli in un'arma di distruzione di massa. In realtà, pare che queste oggettive difficoltà vadano a diminuire sensibilmente quando si cerca di ottenere dei patogeni non umani, ovvero che agiscono nel campo animale e vegetale.

In questo caso le barriere tecnologiche che gli eventuali operatori del male dovrebbero superare sarebbero di minore impedimento e, pertanto, patogeni del tipo sopraindicato potrebbero essere impiegati per infettare allevamenti e colture portando - come minimo - devastanti conseguenze economiche. In ogni caso, al di là della citata eventualità, le opportunità di acquisire la materia prima in questione sono comunque molte.

Per esempio, si potrebbero ottenere da laboratori che già hanno portato a termine il processo di isolamento e fungono da vere e proprie librerie della microbiologia. Infatti, da studi condotti negli USA dove il problema è maggiormente sentito e la mobilitazione preventiva in questo settore è già iniziata in tempi anteriori all'11 settembre, pare che non sia molto difficile ottenere dei campioni di patogeni che non rientrino nella lista di quelli che possono porre una seria minaccia alla sicurezza e alla salute pubblica.

Ancora, qualche gruppo terroristico potrebbe rivolgersi a un Paese connivente, un cosiddetto sponsor; diversi Stati sembra siano accreditate della possibilità di produrre armi biologiche con funzioni anti agricoltura (da studi riferiti al periodo della Guerra Fredda risulta che gli stessi Stati Uniti tra gli anni '50 e '60 abbiano sviluppato delle armi biologiche capaci di distruggere le coltivazioni di patate, soia, grano e riso e che l'Unione Sovietica verso la fine degli anni '70 abbia prodotto e ritenuto agenti capaci di causare malattie di piante e animali, come la peste suina e il Foot and Mouth Disease - FMD).

La minaccia biologica nei confronti dell'agricoltura si potrebbe manifestare in modo subdolo, anche a causa delle oggettive difficoltà di discernere con buona approssimazione l'attacco bio-terroristico dallo sviluppo naturale di una epidemia. Sebbene gli attacchi anti-agricoltura possano suscitare dei sospetti in merito alla loro natura a causa della diffusione della epidemia relativamente esplosiva e magari simultanea in diversi luoghi anche molto distanti l'uno dall'altro, è comunque sistematico che l'infezione si trasmetterebbe attraverso i naturali canali di accesso del patogeno nell'essere vivente cosiddetto ospitante.

E' così che un gruppo terroristico, che si volesse rendere artefice di un attacco biologico, nell'intento di sviare i sospetti e far apparire l'infezione come naturale, potrebbe operare la disseminazione di un singolo patogeno animale o vegetale in uno specifico luogo (magari un punto di transito o di importazione), simulando così il normale sviluppo di una epidemia.

Per quanto attiene al mezzo da utilizzarsi per questi specifici attacchi, è stata già fatta menzione degli agenti patogeni animali o vegetali e delle loro differenze da quelli umani, per quanto attiene alla facilità di reperimento e di maneggio. Anche le modalità di trasmissione alle vittime designate è molto più facile: non si devono infatti necessariamente operare dei processi di polverizzazione o nebulizzazione dell'agente (in particolare per causare l'inalazione) in quanto - spesso e volentieri - è sufficiente disperderlo nell'ambiente circostante per innescare una infezione.

Ad esempio, il Foot and Mouth Disease può cominciare ad agire sul bestiame già attraverso il mero contatto superficiale con il patogeno, magari attraverso i vestiti contaminati di un pastore. Questo dimostra che non è strettamente necessaria la presenza di personale qualificato al servizio dei bio-terroristi; per loro sarà comunque utile disporre di agenti biologici aventi come caratteristica la grande comunicabilità tra le vittime designate.

Inoltre, più accorti attentatori potrebbero anche scegliere dei micro organismi che hanno un lungo periodo di incubazione, tanto da nascondere i sintomi della presenza del patogeno nel corso di una fase iniziale, almeno fino a quando l'animale vittima non sia stato avvicinato ad altri non infetti. Ancora, certi patogeni sono in grado di dare luogo a una infezione tra animali selvatici, così da garantire una sorta di riserva virulenta, la quale nel tempo continuerà a interessare anche gli animali domestici e di allevamento, rendendo molto complessa l'eventuale opera di bonifica e di eradicazione della malattia.

Una volta che un gruppo di bio-terroristi sia venuto in possesso di un'arma anti agricoltura, la sua difficoltà più grande sarà quella di come disseminare il patogeno in una misura tale da provocare gravi danni all'industria agricola di un dato Paese o gruppo di Paesi. Il grano, ad esempio, richiede ampi spazi per essere coltivato e perciò le coltivazioni di questo cereale si sviluppano normalmente su migliaia di ettari.

Di contro, i moderni allevamenti di bestiame possono invece ospitare migliaia di capi in spazi relativamente ristretti. Queste due tipologie di obiettivo così differenti impongono a coloro che vogliano attaccarli l'utilizzo di approcci e tipologie di agenti completamente diversi; rimane comunque certo che in entrambi i casi qualunque gruppo terroristico interessato a condurre un attacco biologico avrebbe una vasta gamma di scelta tra le malattie capaci di provocare disastrose conseguenze.

Epidemie in campo agro-alimentare possono infatti causare delle perdite economiche di grosse proporzioni. Gli ultimi episodi registrati dalla cronaca internazionale (l'epidemia di FMD a Taiwan nel 1997, la sindrome della mucca pazza occorsa nell'anno 2000 in Inghilterra e in altri Stati europei e ancora FDM in Inghilterra nel 2001) hanno causato danni per miliardi di dollari. Anche episodi meno eclatanti possono comunque causare ingenti perdite, com'è dimostrato dal caso della Tilletia Indica, un patogeno minore del grano che, seppure con una epidemia su scala ridotta occorsa nel sud ovest degli Stati Uniti nell'anno 1996, comportò un impatto negativo sulle esportazioni USA di oltre 250 milioni di dollari.

Se si pensa poi alla possibilità che dei terroristi utilizzino degli agenti zoonotici (quelli che possono colpire gli animali e l'uomo allo stesso tempo), la reazione dell'opinione pubblica e di conseguenza l'atteggiamento dei consumatori e degli importatori potrebbe essere molto significativa. Si provi a immaginare il caso di un gruppo terroristico che decida di provocare allarmismo e destabilizzazione attraverso la minaccia biologica, magari senza volere necessariamente provocare vittime: gli basterebbe solo informare le autorità del Paese obiettivo in merito all'infezione in corso prima che gli animali malati giungano alla catena alimentare. Fornendo poi delle prove di avere realmente contaminato un certo numero di capi - anche in un solo allevamento - e minacciando di farlo con altri, gli operatori del male potrebbero creare nell'opinione pubblica psicosi e paure tali da danneggiare gravemente la vendita di carne o prodotti caseari.

Allora, come difendersi? La risposta è difficile da trovare e non potrà necessariamente essere univoca. La parola chiave - in questo come in altri campi - pare essere ancora la stessa: prevenzione. Senza dubbio vi sono Paesi più esposti a questa minaccia a causa del ruolo da loro ricoperto sulla scena internazionale e per le dimensioni della loro industria agricola e alimentare. Tra i primi ad avere avviato studi in merito troviamo non a caso gli Stati Uniti che - come accennato - già ben prima dell'11 settembre 2001 avevano dato inizio ad approfondimenti in merito all'estensione del rischio portato dal bio-terrorismo.

Le misure da loro messe in atto per prevenire questo tipo di minaccia sono ad ampio spettro e vanno dal livello governativo / federale (aggiornamento di leggi e regolamenti, controlli obbligatori sul bestiame…) a quello della sorveglianza dei siti dove le derrate alimentari e le sementi si trovano (sistemi di sigilli alla chiusura dei magazzini e più frequenti controlli a campione sull'integrità degli stock), alla quarantena del bestiame al momento del trasferimento presso nuovi siti, a sistemi informatici capaci di calcolare il raggio di possibile diffusione di questa o quella epidemia, per finire con la creazione di sempre più efficaci vaccini e antibiotici per opporsi agli effetti dei patogeni.

Tutte queste misure rappresentano un ingente costo per l'Amministrazione statunitense ed è proprio su questo punto che hanno avuto e hanno tuttora luogo le più accese discussioni tra coloro che sostengono la reale necessità di una maggiore attenzione nella prevenzione di questo tipo di minaccia e coloro che invece sostengono che questa tipologia di attacchi, distaccandosi di gran lunga da quelle cosiddette classiche dell'attacco suicida con uso di sostanze esplosive, ha una probabilità molto bassa di manifestarsi. Sta di fatto che non c'è confine a quello che i terroristi potrebbero essere in condizione di fare e di conseguenza non è facile individuare dei campi immuni dalla possibilità di attacco.

Spesso, quando si parla di minaccia terroristica, si sente usare l'espressione: " Non si può escludere che…" la quale di per sé ha una tale genericità da risultare pressoché priva di significato (si provi invece a fare un elenco di cose che si possono escludere!). Si percepisce sempre più che l'argomento è talmente vasto che quasi ci si perde. Qualora qualcuno desiderasse avventurarsi nel difficile esercizio di teorizzare i possibili limiti al dilagare della minaccia terroristica, il suo tentativo si andrebbe ben presto ad arenare sulla considerazione che purtroppo confini non ne esistono.

La minaccia è sfaccettata, plurima e proprio per questo così pericolosa e disarmante. Anche le modalità con le quali certi atti terroristici vengono perpetrati non danno adito a dubbi sulla tremenda sfida che siamo stati chiamati ad accettare, ovvero la necessità di contrapporsi alla peggiore delle minacce: quella cosiddetta asimmetrica. Proprio questa asimmetria, che spinge gli operatori del male a sacrificare con imbarazzante facilità la loro vita a fronte di chi invece ne rispetta e salvaguarda il valore, offre la percezione delle difficoltà con le quali la società moderna si deve continuare a confrontare.

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