Lettere

Cerca in PdD


Lettera aperta dei Rimpatriati di Libia al Presidente del Consiglio

30 ottobre 2003


Comunicato di AIRL del 30 ottobre 2003
Trasmesso alle 10,30 alle agenzie di stampa e ai quotidiani nazionali

A seguito della grave esclusione dalla Legge Finanziaria di ogni proposta ed emendamento per gli indennizzi agli italiani espulsi dalla Libia, nonostante i solenni impegni assunti dal Governo, e alla luce delle ultime gravi notizie sulle responsabilità libiche nell’incontrollato traffico di emigrati africani verso l’Italia, l’Airl (Associazione Italiani Rimpatriati di Libia) ha inviato la seguente lettera aperta di protesta al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, attualmente in visita ufficiale in Cina.

Egregio Presidente, la serietà ed il rilievo storico della nostra Associazione, il bagaglio di tormentose sofferenze subite dalla nostra categoria, il nostro tenace attaccamento ai valori e agli interessi della Nazione ci impongono di inviarLe questa testimonianza di sorpresa, indignazione e protesta per la politica da Lei attuata verso il Governo libico, politica della quale l’intera stampa nazionale ha ormai messo in luce quel fallimento da noi temuto e in vario modo preannunciato.

E’ ormai tempo di tirare le somme degli eventi succedutisi negli ultimi 12 mesi, a partire dalla Sua visita a Tripoli del 28 ottobre 2002, che aveva diffuso viva attesa di una normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, con la definitiva risoluzione del contenzioso storico che fu all’origine della nostra espulsione e che tuttora, anche in Patria, continua a perseguitarci. In quest’ambito, già dall’estate precedente, le Sue convinte e coinvolgenti rassicurazioni personali fatte a me come rappresentante dell’Associazione avevano suscitato la speranza di migliaia di italiani espulsi dalla Libia nel 1970, ancora in attesa del riconoscimento dei loro diritti.

Ma ora sbaglierebbe di grosso, Egregio Presidente, se pensasse che questa nostra denuncia sia solo frutto di delusione per il tradimento della promessa che finalmente, dopo 33 anni, i nostri beni perduti, le nostre case violate e spogliate, la nostra identità umiliata sarebbero stati almeno materialmente indennizzati. No, noi ci consideriamo doppiamente traditi e offesi. Innanzitutto siamo stati traditi quando, dopo due anni di dilazione, il Vicepresidente del Consiglio si è disinteressato totalmente anche lui dell’impegno solenne assunto il 7 maggio di inserire nella finanziaria 2004 un modesto stanziamento pluriennale per gli indennizzi che attendiamo. E questo ci ha gravemente feriti e umiliati, essendo la collettività che da oltre trent’anni continua a scontare una pena dantesca, fungendo da capro espiatorio dei sempre oscuri rapporti politici ed economici tra Italia e Libia.

Ma ci consideriamo traditi anche una seconda volta, nella nostra dignità nazionale, ossia come semplici cittadini dello Stato da Lei rappresentato, Signor Presidente, per la politica velleitaria e approssimativa attuata dal Suo governo nei confronti di un interlocutore abile e spregiudicato come il colonnello Gheddafi, che noi ben conosciamo e che ha saputo gestire e pilotare ben altri leader internazionali e anche italiani, prima di Lei, al fine dell’esclusiva soddisfazione degli interessi libici.

Restammo subito sbalorditi, infatti, nell’apprendere della Sua ostentata amicizia con Gheddafi, troppo rapida per non essere foriera di riserve e tranelli. E così è avvenuto immancabilmente, ancora a danno del nostro Paese. Per chiudere il tormentone dei danni di guerra e del colonialismo, venne fuori che ai libici non bastava più il gesto simbolico del dono di un ospedale, considerato valido fino al giorno prima del suo viaggio. E quindi Lei, di fronte al muso duro del Colonnello aveva concesso una strada da 60 milioni di dollari che comunque significava chiaramente il costo del solo progetto. Forse, nella cordialità stabilitasi tra Lei e “l’amico Muammar” qualcuno dimenticò di mettere nero su bianco di che cosa si trattava. Fatto è che nei mesi successivi i libici puntarono di nuovo i piedi, sostenendo che il Suo Governo si era impegnato a pagare una strada e non una bozza di carta. Ed ora si aspettano che l’Italia copra il costo dell’intero rifacimento della Via Balbia, duemila chilometri da Tripoli all’Egitto, valutato a qualche miliardo di dollari. Nell’attesa, le autorità libiche hanno bloccato tutti gli impegni presi, a cominciare dai crediti delle imprese italiane e al rilascio dei visti agli ex Italiani residenti, unica e povera consolazione contenuta nell’accordo del ’98 per la nostra categoria.

Tuttavia le Vostre fonti governative non hanno mai fatto cenno a questo blocco del processo di riconciliazione. Per quali motivi non riusciamo a immaginare. Sospettosi e diffidenti quali siamo diventati, stiamo indagando per accertarlo e per regolarci, essendo davvero inspiegabile che, mentre i capitoli della cosiddetta “normalizzazione” fallivano uno dopo l’altro, il Suo governo se ne dichiarava sempre più soddisfatto. Ad esempio il 5 giugno scorso a Tripoli, il ministro degli esteri Frattini si mostrava entusiasta dei rapporti bilaterali, che definiva “eccellenti ed esemplari”. E quindi da un lato implorava alla benevolenza di Tripoli un gesto di “disponibilità umanitaria” per i visti d’ingresso agli ex residenti, che invece era un preciso obbligo già assunto dai libici; e dall’altro confermava il regalo di un’autostrada, perpetuando l’equivoco iniziale che, poche settimane dopo, cadeva sulla testa del collega Lunardi, andato a Tripoli senza il richiesto assegno di qualche miliardo di dollari per “costruire” quella strada.

Nel frattempo, di fronte alle ondate migratorie che partono dalla costa nord africana, i libici bocciavano la richiesta di una concreta collaborazione contro i trafficanti di schiavi, alzando di nuovo la posta per chiedere all’Italia di appoggiare la revoca delle sanzioni dell’ONU e la fine dell’embargo militare. Frattini abboccava, facendo propria questa causa anche davanti all’Unione europea.

Di visita in visita, di delusione in delusione si è così giunti agli amari sviluppi di ottobre: il discorso di Gheddafi a Misurata per la celebrazione del “giorno della vendetta”, con la riaffermazione che l’Italia deve ancora pagare i danni inferti nel periodo coloniale e bellico; la reazione diplomatica ordinata da Frattini per esprimere lo “sconcerto” della Farnesina; le pubbliche ammissioni dei vertici del ministero che la riconciliazione Italia-Libia in realtà è miseramente approdata a un punto morto.

Dunque, Signor Presidente, questa non è solo la storia di un anno perduto: un anno di promesse e tradimenti, in cui Gheddafi ingannava il governo italiano e quest’ultimo, con una politica confusa e autolesionistica, ingannava l’opinione pubblica; tradiva le categorie più deboli e sfortunate che ad esso si erano affidate; e danneggiava l’immagine internazionale del Paese in Libia, nel mondo arabo e altrove. Questa è anche la storia di una grande delusione politica e umana: Presidente Berlusconi, ci dispiace dirLe che avevamo creduto in Lei e nei suoi uomini. Ora non più.

Giovanna Ortu
Presidente AIRL - Associazione Italiani Rimpatriati Libia
Via Nizza 45 - Roma 00198 - Tel. 06.8530.0882

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM