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Gentile generale Bernardi, Le invio il testo del discorso che ieri 5 novembre il colonnello Lorenzo Cadeddu (nostro Presidente di Sezione ANPdI), apprezzato storico militare e Presidente del Circolo di Ricerche Storiche sulla Prima Guerra Mondiale "Piero Pieri" ha tenuto su invito della Amministrazione Comunale cittadina nella centralissima piazza del Popolo a Vittorio Veneto, città simbolo dell'Unità d'Italia. Il discorso è stato più volte e lungamente interrotto dagli applausi della numerosa cittadinanza presente. Sul palco delle autorità i Sindaci di Vittorio Veneto, Treviso, Conegliano e dei comuni limitrofi, il Prefetto di Treviso e alcuni parlamentari locali, Ufficiali Generali e Superiori del Comando 1° FOD. Era schierato un picchetto armato e la banda della brigata Pozzuolo del Friuli. Durante la cerimonia svolta dalle Associazioni d'Arma è giunta a Vittorio Veneto una piccola corona che Vittorio Emanuele di Savoia ha voluto inviare a mezzo di due suoi emissari e all'insaputa di tutti. La corona, assieme al mazzo di fiori delle Associazioni, è stata esposta tutta la giornata di ieri. Grazie.
Fabio Bulfoni
Discorso commemorativo del colonnello Lorenzo Cadeddu
Signor Prefetto, Signor Sindaco, Signor Generale, Autorità, concittadini, Celebrare i nostri Caduti in Guerra vuole soprattutto dire ricordare tutti quanti, favorevoli o meno al conflitto, coscienti o meno del dovere che stavano compiendo, affrontarono, comunque, oltre a condizioni di vita durissime, la morte in battaglia per avere come premio una sepoltura il più delle volte senza neanche il nome. Non esiste, credo, virtù più dimessa ed eroica allo stesso tempo! Concluso vittoriosamente il conflitto e smaltita l'euforia per una Vittoria insperata, ma attesa per il 1919, si cominciò a stilare un primo, semplice, bilancio. Dove, alla colonna completamente bianca dello "Avere" si contrapponeva quella fittamente scritta del "Dare". Anzi, del "già dato". Tra i costi sostenuti dall'intera collettività nazionale, le voci più significative evidenziarono: la drammatica situazione materiale delle Provincie più direttamente coinvolte nel conflitto; un bilancio smisuratamente gonfiato; un'inflazione cresciuta in modo esponenziale; una profonda crisi industriale. Sul versante dei costi sostenuti dai singoli combattenti, l'aritmetica forniva drammatici dati: morti, feriti, ciechi, tubercolotici, neuropatici, storpi, pazzi, mutilati, invalidi, sordi, muti, malarici, solo per citare le patologie più comuni. Ma la smobilitazione delle Forze Armate e il ritorno agli affetti non furono come li avevano sognati i fanti nella solitudine di una trincea, durante un freddo e interminabile turno di vedetta. Non c'era lavoro. Le terre promesse non venivano distribuite. Il premio di congedamento, una sorta di buona uscita corrisposta agli smobilitati, veniva in breve tempo "bruciato" dal vertiginoso aumentare dei prezzi. I Reduci si sentirono come truffati. Credevano di avere stretto una sorta di patto con lo Stato e che questo, giunto il momento di mantenere le promesse, non intendesse più onorare gli accordi. Si sperò in una trattativa di pace che riconoscesse il contributo italiano alla Vittoria ma anche dalla diplomazia non si ebbero che dispiaceri e delusioni. E la violenza si manifestò in tutta la sua virulenza. Era la stessa violenza che l'Esercito aveva saputo tirare fuori dagli animi dei combattenti, anche da quelli con il cuore più semplice, perché era l'unico salvacondotto possibile, l'unico che avrebbe potuto garantire qualche possibilità di ritorno a casa. Ma non solo necessità materiali rivendicava il combattente tornato ad essere cittadino. Nonostante il basso livello di scolarizzazione, i tanti casi di analfabetismo e nonostante nella generalità dei casi non si fosse mai allontanato dal paese se non per compiere il servizio militare, questo fortunato combattente tornò dal fronte con gli orizzonti più allargati, aveva conosciuto altre genti, di ceto e provenienza diversi dai suoi. Ma, soprattutto di fronte al nemico, aveva preso coscienza che, oltre ai doveri, aveva acquisito anche dei diritti e, fra questi, il diritto alla riconoscenza della Nazione per sé e al ricordo dei commilitoni Caduti. Non a caso i combattenti usarono questo termine: Caduti, piuttosto che morti. Nella psicologia del combattente, chi cade può rialzarsi, mentre la morte è un fatto irreversibile. Ai combattenti non poteva essere di consolazione neanche il detto latino secondo cui "Muore giovane chi è caro agli Dei". E, mentre le operazioni di smobilitazione erano in pieno svolgimento e l'organizzazione sanitaria provvedeva alla cura delle migliaia di feriti da restituire guariti alle famiglie, 15 Ufficiali, 35 Cappellani Militari e 7000 soldati procedevano, dallo Stelvio al mare, alla ricerca e alla tumulazione delle salme insepolte ed al riordino dei piccoli cimiteri allestiti dalle truppe a ridosso delle trincee. La Pietà, più che le convenzioni internazionali, fece sì che non venissero discriminati i caduti dell'Esercito avversario. Un problema particolare era rappresentato dall'elevato numero di "Ignoti" per i quali, la fredda burocrazia aveva coniato un nuovo vocabolo: "Dispersi". Profetizzava in quei gironi Giulio Douhet che "...in qualsiasi società vi saranno sempre dei doveri che esigono di essere compiuti fino alla morte e, dunque, chi sacrifica se stesso per esplicare un dovere è degno di onore...". Mai asserto fu più vero. Si pensi a quanti, oggi, che pure sembrano essere giorni di pace, mettono quotidianamente a rischio la propria incolumità per garantirci sicurezza, tranquillità e benessere. Tra questi, consentitemi di ricordare il Maresciallo dei carabinieri Sindona, ieri vigliaccamente colpito, e i nostri soldati che, fuori del territorio nazionale, svolgono in silenzio il loro pericoloso compito, pressoché ignorati dagli organi d'informazione. Signor Prefetto, Signor Sindaco, Signor Generale, Autorità, concittadini, la storiografia e la tradizione attribuiscono all'odierna ricorrenza del 4 Novembre una valenza ampia e complessa, che va dalla Giornata dell'Unità Nazionale, a quella dedicata ai Decorati al Valor Militare, dalla Festa delle Forze Armate a quella dedicata ai Combattenti. Una ricorrenza, dunque, che meriterebbe di essere celebrata nel giorno in cui cade, il giorno 4, appunto! Ma questo diritto ci è precluso da una infausta legge, la 936/77 che, in nome di una presunta necessità di aumentare la produzione industriale, ha relegato alcune tra le più significative ricorrenze ad essere celebrate in un giorno fra i primi 7 giorni dei mesi in cui ricadono meno che nel giorno di effettiva ricorrenza. Mi riferisco al 2 giugno, Festa della Repubblica, e proprio al 4 novembre, Anniversario della Vittoria. Tutto ciò ha, con il tempo, allontanato gli Italiani dai più significativi momenti di identificazione nazionale. Una indagine tra gli studenti delle Scuole Superiori di tutta Italia ha drammaticamente messo in evidenza che, mentre tutti sapevano giustamente collocare la Festa del Lavoro e l'Anniversario della Liberazione, quasi nessuno ha saputo dire quando si dovrebbero celebrare la Festa della Repubblica e l'Anniversario della Vittoria. L'aver eclissato qualsiasi riferimento ai valori di Patria e di identificazione nazionale ha fatto quindi ritenere che l'orgoglio della nostra italianità e i simboli propri della nostra identità fossero affidati, esclusivamente, alla Squadra Nazionale di calcio e alle vittorie della Ferrari. In effetti, si tratta di possibili occasioni in cui l'Inno Nazionale e le Bandiere sventolano con loro propri significati. Pochi giorni orsono un quotidiano della nostra provincia, al quale avevo rilasciato una dichiarazione, intitolava: "Vittorio celebri la Festa dell'Unità Nazionale il 30 ottobre". Sono convinto che non tutti hanno compreso nel suo giusto significato la mia provocazione. Signor Prefetto, celebrare la Giornata dell'Unità Nazionale il 3 o il 5 o il 6 e così via, dice poco, molto poco, perché quei giorni, tranne per chi vi celebra il proprio compleanno, per i più non hanno alcun significato. Ma celebrare la stessa ricorrenza il 30 ottobre, giorno in cui nel 1918 i "Lancieri di Firenze" e i Bersaglieri dell'11° Reggimento entravano in città, di fatto liberandola e riunendo Vittorio all'Italia, questa data, Signor Sindaco, ha un significato pieno e sicuramente suggestivo. Ovviamente, la data FISSA del 30 ottobre dovrebbe essere adottata fino a quando il Parlamento Nazionale non ripristini la data del 4 novembre. Bene, dunque, hanno fatto ieri le Associazioni Combattentistiche e d'Arma cittadine a rimarcare, con il loro devoto omaggio ai Caduti, il loro civile disappunto per l'esistenza di questa legge impopolare. Parta dunque da Vittorio Veneto l'invito al Governo a ricollocare l'Anniversario della Vittoria nella sua giusta data. Se è vero, e Vi prego di non attribuire alla mia affermazione un significato polemico, se è vero che l'Italia sta diventando una società multietnica, sarà bene stringerci attorno alle nostre tradizioni e alle nostre ricorrenze, altrimenti correremo il rischio di trovarci a celebrare ricorrenze che non ci appartengono. Non posso, comunque, non pensare e non ricordare a me stesso come ci sia voluta una ancora non conclusa e irrisolta vicenda per stringere attorno a un simbolo riconosciuto la quasi totalità degli Italiani. Mi riferisco alla vicenda del Crocefisso. Consentitemi, infine, e qui concludo, di salutare con devoto affetto gli ultimi "Cavalieri di Vittorio Veneto" ancora viventi. Sono, secondo l'ultimo loro censimento fatto dal Ministero del Tesoro, che corrisponde loro un magro assegno, 140, di cui 18 risiedono fuori del territorio nazionale. Sono gli ultimi combattenti di quella Grande Guerra conclusasi 85 anni orsono. 85 anni durante i quali l'orgogliosa tensione morale per quella pagina di Storia è andata via via scemando, fino ad annullarsi completamente. Di ciò ha subito approfittato la storiografia di lingua anglosassone che, per mano di studiosi della più recente generazione, quali Schindler, Knox e Keegan, ha minimizzato, ma questo è un eufemismo rispetto al linguaggio adottato, lo sforzo italiano sul nostro stesso fronte. Nessuno ha però parlato dei circa trentamila emigrati italiani negli Stati Uniti, caduti in terra di Francia nelle file dell'Esercito americano, convinti che sarebbero stati portati a combattere in Italia. Sarebbe ora che la storiografia italiana ripristini la verità su questa pagina che sembra lontana ma in realtà è di una sconcertante attualità. Ed è ciò che il Centro Studi sulla Grande Guerra si propone di fare, se solo le Autorità territoriali locali sapranno e vorranno raccogliere questo invito. |