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| Anno 2003 | |
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Dal 13 al 15 ottobre 2003 si è svolto a Tifariti, nel Sahara Occidentale, un congresso del Fronte Popolare di Liberazione del Saguia el Hamra e del Rio de Oro (Fronte Polisario), allo scopo di stabilire definitivamente le misure da adottare per mettere fine all'occupazione marocchina del territorio e per consentire alla popolazione saharawi di esercitare il diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza.
Il Fronte Polisario è un movimento indipendentista costituito nel maggio 1973 da studenti e da militanti saharawi, già attivisti nella precedente lotta anticoloniale contro la Spagna, detentrice dal 1884 della piena sovranità sul Sahara Occidentale, che nel 1958 ha assunto una rilevante importanza economica con la scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa. Dal luglio 1974 al maggio 1975 la Spagna, aderendo alle risoluzioni dell'ONU che sollecitavano la decolonizzazione del territorio, annuncia l'intendimento di organizzare un referendum di autodeterminazione per circa 74.000 elettori censiti e dichiara la disponibilità a mettere fine alla sua presenza nel Paese. L'evacuazione spagnola dal possedimento, conclusasi nei primi mesi del 1976, non consente lo svolgimento del referendum, che diventa un obiettivo ancora oggi da raggiungere in quanto, contemporaneamente al ritiro degli Spagnoli, subentra nel Sahara Occidentale l'occupazione militare del Marocco e della Mauritania, contrastate solo dal Fronte Polisario. Nel medesimo periodo, per sfuggire al genocidio, la popolazione del Sahara Occidentale inizia ad emigrare in Algeria dove, con l'appoggio del Governo algerino, il Fronte Polisario fonda la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) e costituisce l'Esercito di Liberazione Popolare Saharawi (ELPS). Dal febbraio 1977 al luglio 1978 il Fronte Polisario conduce con esito positivo una serie di azioni offensive contro la Mauritania, costringendola al ritiro dai territori occupati e alla firma di un trattato di pace con la RASD, ratificato ad Algeri nell'agosto 1979. Dopo una settimana dalla pace di Algeri il Marocco invade anche la parte del Sahara Occidentale occupata dalla Mauritania in aperta violazione di ogni norma del diritto internazionale, provocando l'intervento armato del Fronte Polisario che infligge alle forze marocchine significativi rovesci: il Governo di Rabat è costretto ad attuare una politica difensiva facendo erigere nel territorio sei "muri di sabbia" per una lunghezza di circa 2.700 Km, a protezione delle miniere e dei centri abitati più importanti. Nel decennio successivo l'Assemblea Generale dell'ONU adotta con cadenza annuale una serie di risoluzioni con le quali ribadisce il diritto di autodeterminazione del popolo saharawi, riconosce la legittimità della lotta del Fronte Polisario, ma suggerisce anche il ricorso a trattative dirette per la composizione pacifica della controversia. Alle risoluzioni dell'ONU si aggiungono le iniziative di altri organismi internazionali come l'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) che nel 1982 ammette la RASD fra i propri Stati membri, il Consiglio Europeo che nel 1987 condanna la repressione attuata dal Governo di Rabat nelle zone occupate e infine Amnesty International che nel 1990 denuncia la violazione dei diritti umani in Marocco e il fenomeno dei "desaparecidos" saharawi. La lotta armata del Fronte Polisario termina l'anno successivo per effetto della proposta di un piano di pace, formalizzata dall'ONU ed elaborata in conformità ai colloqui separati fra esponenti dell'ONU stesso e le rappresentanze dei due belligeranti: alla fine di aprile 1991 il Consiglio di Sicurezza approva il piano e dispone la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso). La Missione è formata inizialmente con circa 2.800 persone ripartite in tre componenti: una civile con l'incarico di gestire il referendum e di verificare il rimpatrio dei profughi, una di polizia per garantire l'ordine pubblico durante lo svolgimento della consultazione e una militare con il compito di controllare la riduzione delle unità marocchine e la dislocazione dei due contendenti nei rispettivi accampamenti. Essa inizia ad operare all'inizio di settembre non per espletare il compito originario ma per verificare l'effettiva cessazione delle ostilità, dispiegando solo un'aliquota del contingente militare di 228 uomini fra i quali anche quattro ufficiali osservatori italiani. Il Governo di Rabat tuttavia intraprende una serie di azioni intese a boicottare le iniziative del piano di pace: ostacola il dispiegamento della Minurso impedendo lo scaricamento dei materiali dalle navi, autorizza il trasporto nei territori occupati di decine di migliaia di coloni marocchini che rivendicano l'ammissione nelle liste elettorali e chiede all'ONU di modificare i criteri per definire gli aventi diritto al voto nel referendum. Nel febbraio 1992 la consultazione è rinviata in data da stabilirsi, mentre proseguono le iniziative per la composizione pacifica del contenzioso che, pur reiterate da più parti negli anni successivi, sono regolarmente boicottate dal Governo marocchino. Attualmente la controversia è ancora aperta, la situazione complessiva non ha subito sviluppi significativi e la Minurso, alla cui formazione contribuiscono 31 Paesi, è tuttora presente nel territorio con circa 330 unità. Il Marocco non intende rinunciare all'occupazione del Sahara Occidentale in quanto persegue da tempo due obiettivi di ampio respiro nel contesto geopolitico nordafricano: erigersi a Nazione leader del Magreb con la costituzione del "Grande Marocco", in antagonismo con le aspirazioni egemoniche dell'Algeria anch'essa interessata alla supremazia sul territorio e mantenere, dopo gli Stati Uniti d'America e la Federazione Russa, il terzo posto mondiale nella produzione dei fosfati, ottenuta incrementando il minerale estratto dalle proprie miniere con quello proveniente dai giacimenti di Bou Craa. Nei confronti del Fronte Polisario il Governo di Rabat ha ovviamente una posizione di aperta condanna in quanto lo ritiene un'organizzazione repressiva colpevole di violare i diritti umani; di recente ha autorizzato una delegazione di ex esponenti marocchini del Fronte stesso a documentare presso il Parlamento Europeo la situazione dei campi profughi, definiti "strutture di confino" in cui la popolazione vive sottomessa ad un ferreo regime poliziesco dedito a reprimere ogni forma di divergenza, anche con la pratica della tortura e con l'eliminazione fisica dei dissidenti. Il Sahara Occidentale, come peraltro l'Eritrea, ha la caratteristica di essere l'unico Paese africano a non avere beneficiato automaticamente dell'indipendenza alla fine del colonialismo; esso subisce tuttora le conseguenze di un grave errore commesso dalle Potenze europee all'atto della spartizione dei territori africani, vale a dire la delimitazione dei possedimenti senza considerare le realtà etniche delle popolazioni autoctone, ponendo in tal modo le basi delle lotte di confine e delle migrazioni verificatesi dopo il processo di decolonizzazione. Il congresso di Tifariti rappresenta l'ennesimo tentativo del Fronte Polisario di definire il diritto alla autodeterminazione del popolo saharawi, ma rispetto alle preesistenti relazioni con il Marocco si è svolto in un clima più disteso: per la prima volta il convegno si è tenuto in una località del Sahara Occidentale, a fronte dei precedenti congressi organizzati a Tindouf in Algeria e inoltre è stato indetto dopo la liberazione nel settembre scorso di 243 marocchini, che il Fronte Polisario deteneva come prigionieri di guerra da più di ventotto anni. Sono senza dubbio spiragli aperti nell'annosa controversia che indicano un avvicinamento tra le due parti e che dovrebbero diventare una premessa per porre fine all'anacronistica occupazione del Sahara Occidentale dove il Marocco di fatto è diventato un Paese colonizzante dopo essere stato a sua volta un territorio colonizzato. Il Governo di Rabat dovrebbe essere incoraggiato alla composizione pacifica del contenzioso con il Fronte Polisario dalla scarsa convenienza a mantenere una situazione conflittuale senza fine con costi elevati che si aggirano intorno al 45% del bilancio nazionale. Questa costituisce una pesante condizione di vulnerabilità per il Paese africano in quanto riduce in modo sensibile il suo più significativo fattore di potenza: la produzione dei fosfati destinata interamente all'esportazione, che potrebbe essere invece devoluta a bilanciare con maggiore profitto gli altri settori produttivi dell'economia marocchina. |